Spari d'inchiostro


lunedì, luglio 23, 2007

Piccolo manuale di inutile strategia promozionale 

Conte Olaf da una serie di sfortunati eventi (è che non ho trovato un ebenezer scrooge con volto abbastanza avido) 

L’ho visto esposto in una libreria. Cioè, non proprio esposto. Non era comodamente adagiato, a fare fiera mostra della sua copertina, innestato tra i due volumi dedicati alla stagione del tascabile porno italico e la tanatologia del fumetto porcello contemporaneo. Era, con fare assai più circospetto, infilato di costa accanto al nuovo McCloud di Pavesio. Però c’era. E allora posso venire allo scoperto.
E’ uscito “Spari d’inchiostro: appunti per un canone del fumetto”. L’editore si chiama Alberto Perdisa e il direttore/curatore di collana è Luigi Bernardi.
Dopo averlo visto in libreria, mi sono reso conto di tre cose:
1. Non sono riuscito a emozionarmi
2. Ho avuto il pessimo gusto di uscire in concomitanza con l’ultimo volume della saga di Harry Potter (e sono pronto a scommettere su una flessione nel venduto del maghetto in Italia)
3. C’è il rischio che i librai lo nascondano così tanto bene che il libro potrebbe riuscire a conquistare il record negativo nelle vendite della microeditoria patria.
(Microconcorso: due osservazioni su tre contengono una grossa menzogna. Quali?)

Tocca di inventarsi una strategia promozionale. La chiamerò la strategia dei sette passi (siccome non ho niente in testa, mentre inizio a scrivere, non saprai mai se sono bravissimo e sette è il primo numero cui ho pensato o se sono tornato indietro a correggere).

Primo passo: Raccontare cosa c’è dentro il libro e chiarire perché mai un lettore di questo blog dovrebbe leggere un libro che, dal titolo, sembrerebbe essere una raccolta di post. In questo modo, potrei spiegare che, certo, ci sono molti pezzi – riveduti e corretti – estratti da queste paginette, ma che c’è anche un sacco di roba nuova, copiate da altre parti (il mio claim odierno è: imitate, don’t innovate), e che il tutto è stato riorganizzato secondo una struttura generale che denuncia un progetto ambiziosissimo.

Secondo passo: Raccontare ai miei tre lettori, cui ancora non ne è stato pubblicato uno, come nasce un libro (non che io lo sappia, ma essendo padre di due figli ho imparato a estrarre regole generali di vita da eventi sporadici che altrimenti potrebbero apparire casuali). E qui potrei raccontare, con l’usuale fare un po’ spocchiosello, che, come al solito, ho avuto culo e mi è stato proposto di farlo. E, come al solito, ho accettato senza neanche pensarci, bruciandomi, davanti alla tastiera, un sacco di serate in cui avrei potuto poltrire.

Terzo passo: Dare soddisfazione a MicGin e spiegare perché mi sono nascosto dietro il solito “appunti per”. Anche se lo spiega molto bene, da maestrinodellaminchia definitivo, mast alla fine del libro.

Quarto passo: Porre enfasi sulla scelta di registri linguistici e dialogici (però se lo dico così mi sa che mi perdo l’ultimo potenziale lettore che, a questo punto si stava chiedendo se fosse o meno il caso di andare a cercarlo per sgraffignarlo). Sottolineare il clima di sommo cazzeggio che spero si respiri tra quelle paginetta.

Quinto passo: Raccontare come ci si sente all’uscita di un libro (un'altra regola generale da un evento sporadico). Parlare della paura di non essere stati chiari e di aver confezionato un robo che non racconta quello che volevi. Parlare del fatto che riguardandolo ci trovi degli errori (per il momento tre: uno ortografico, ma non è solo colpa mia; uno su un’etichetta editoriale statunitense, ma non se ne accorgerà nessuno; uno su una storia e l’aver confuso un neo con un succhiotto mi è insopportabile). Raccontare la fragilità umana e sperare di riuscire a toccare gli interruttori della compassione e dell’affetto. Perché, poi, è sempre e solo quello il miglior modo di vendere…

Sesto passo: Individuare un numero ristretto di operatori/giornalisti/addetti ai lavori cui elemosinare recensione. Di questi signori devo procurarmi anche un indirizzo fisico cui far pervenire l’oggetto.

Settimo passo: Solo un altro passo.


lunedì, luglio 16, 2007

Forse non tutti sanno che...

copertina Spari d'Inchiostro

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giovedì, luglio 12, 2007

Cosa sono le nuvole

postato da sparidinchiostro alle 14:39 | link | commenti (4)



mercoledì, luglio 04, 2007

SdImp (041 / 045)
Un altro falso. Meglio sarebbe stato “storia dell’occhio”

fluorangiografia

041. Ieri ho fatto una visita oculistica. Si chiama fluorangiografia. FAG, per gli amici. Funziona così: A. ti mettono dell’atropina negli occhi; B. ti versano un evidenziatore giallo fluorescente in vena; C. ti fotografano il fondo dell’occhio con un intensissimo raggio verde. Poi quando sei completamente accecato e sbatti da tutte le parti, ti danno le notizie. Il medico avrebbe potuto approfittare di me e infierire e, invece, mi ha graziato con una buona notizia. La cicatrice (irreversibile e correggibile né con interventi al laser né, tanto meno, con lenti), che mi era stata diagnosticata dall’oculista settimana scorsa, (ancora) non c’è.

042. Quando mi sono palesato alla corte dell’oculista, felice come una pasqua, dicendogli che si era sbagliato, questo strano individuo, che fino a quel momento si era trincerato dietro un muro di terminologia scientifica e incomunicabilità, è entrato nel regno del pressappochismo e della cialtroneria. Quella che era una cicatrice sull’epitelio pigmentato è diventata un distacco e poi una “cicatricina”. Se hai l’indirizzo di un ottimo oculista in zona nord milanese, mandami l’indirizzo in mail. Grazie.

043. Non so perché. I medici, quando mi vedono spaventato, mi parlano di sesso. Sarà che sono terrorizzato da lame e aghi.

044. Mentre l’infermiera mi infilava l’ago della flebo fluorescente nel braccio sinistro, ieri, il medico che avrebbe dovuto scandagliarmi il fondo oculare, mi ha detto: “Adesso l’infermiera si mette dietro di me e si spoglia, lei si goda lo spettacolo e lasci fare a me”. Né io né l’infermiera abbiamo riso dell’arguzia.

045. Qualche anno fa. Ambulatorio. Il chirurgo, con il bisturi in mano; l’infermiera, sorridente e carina, il paziente (io) anestetizzato localmente e con una cisti sul cranio da sradicare.

L’infermiera: Come è pallido!
Il paziente: Sono molto spaventato. Ho paura delle lame.
L’infermiera: Be’, almeno me lo ha detto. Pensi che di solito mi trovo di fronte tizi che si dicono coraggiosi e poi quando gli fai un prelievo svengono…
Il chirurgo: Non bisogna aver paura di ‘ste cose. E’ una cazzata! Un taglietto e plop. La tiriamo via!
Il paziente: Grazie per l’onomatopea. Mi sento già peggio.
Il chirurgo: E se mi reagisce così per ‘ste cose, quanto si spaventa davanti alla figa? Ah ah ah…
L’infermiera:
Il paziente:
Il chirurgo: Mi scusi? Ho fatto una gaffe? E’ forse gay?
Il paziente: No, ma non è un problema. A meno che lei non avesse intenzione di provarci…

Bella mossa! In quel momento il chirurgo mi affonda la lama nella pelle!

postato da sparidinchiostro alle 12:20 | link | commenti (16)



lunedì, luglio 02, 2007

SdImp (036 / 040)

copertina di John Doe 48

036. “Eprouvette” de l’Association, con i suoi tre volumi e 1500 pagine in dodici mesi, è la pubblicazione intorno al fumetto più rilevante tra quelle uscite negli ultimi anni. E’ bellissimo “Eprouvette”, anche se l primo volume del trittico si apre con una clamorosa bugia illustrata. Dice (cito – e traduco – a memoria): il fumetto è un’arte in ritardo; tutta l’arte è morta ma il fumetto no; perché il fumetto non ha avuto… il postmoderno.
Cazzata!

037. John Doe 49. E’ vero sono un lettore distratto Specie quando leggo fumetto seriale italiano. Però sono anche un lettore abbastanza colto. Nen leggevo John Doe da un paio d’anni. Ho preso questo numero perché sono suscettibile e se mi si dice che parlo di cose cui non dedico neanche il più distratto tra gli sguardi un po’ mi incupisco. La lettura dell’albo vola. E poi vola anche il fascicolo. Perché quelle pagine, scritte da Recchioni e disegnate da Rosenzweig, sono dosate col metronomo del bonelliano. Ognuna di esse, come insegna Alfredo Castelli, si apre con un punto di domanda e si chiude con un punto interrogativo. O viceversa. Il fumetto usato come un linguaggio e ogni pagina una frase. Ogni frase si chiude con una parola pungolante. Detto in altri termini, ogni pagina è il paragrafo di un romanzo (o la scena di un telefilm). E nell’ultimo quadro la battuta arguta. Perché quando fai bonelliani, ti dedichi al fumetto con l’invidia del racconto televisivo. E, nel caso di Recchioni, con una gestione dei dialoghi estratta di peso dal cinema degli anni Ottanta. L’arguzia dialogica di John Doe non presta orecchio a Elmore Leonard (e neanche a Quentin Tarantino); si accontenta di Mario Cobra: il crimine è una piaga e io sono la cura.

038. Ma non è un problema di Recchioni- La questione è connessa al formato e investe tutti gli autori che ci si dedicano. Lo tsunami Tiziano Sclavi ci aveva illuso che fosse possibile raccontare un fumetto fantastico complesso. In realtà Sclavi era (oggi non più) un mago dell’intertestualità. Puro genio postmoderno messo al servizio di una cultura bizzarra e vastissima. Da Sclavi una generazione di sceneggiatori ha tratto trucchi e tecniche. Ma niente genio e pochissima cultura. Impossibile tenermi appiccicato alla sedia se le storie in cui vivi sono riletture postmoderne di terza o quarta mano.

039. E c’è un’altra questione poi: il fumetto di realtà. Assecondando lo slogan del romanzo a fumetti, non si parla d’altro. Ma la storia del sistema di narrazioni che chiamiamo fumetto è stata caratterizzata da un’attenzione spasmodica al reale anche quando parlava di altri mondi possibili. Negli USA il fumetto seriale riesce sempre a non scordarsi del mondo in cui vive il lettore. Le strisce e i fumetti di supereroi riescono spesso a mantenere un contatto con la realtà sociale, politica e culturale. Pensa a Daredevil, ad Authority, agli Ultimates, … (non sto chiaramente montando un discorso qualitativo). Anche in Italia c’è stata una stagione di fumetto popolare attento al mondo. Da Diabolik ai tascabili neri, da Valentina Melaverde a Martina e da Mister No a Ken Parker. Poi basta. Che cazzo è successo? Perché ho la sistematica sensazione che allo sceneggiatore di bonelloidi non sia consentita la lettura del quotidiano.

040. “Credo che una letteratura cominci a migliorare quando i lettori diventano più esigenti, meno conformisti, e capaci di reazioni forti di fronte a un libro” (Alfonso Berardinelli, 1985)

postato da sparidinchiostro alle 15:22 | link | commenti (35)






Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai