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mercoledì, maggio 30, 2007
lunedì, maggio 28, 2007
Ero convinto di essere guarito

1. Ne ero convinto. Sul serio. Tutto orgoglioso, mi rotolavo, felice come uno scarabeo che spinge la sua palla di sterco, nella certezza di non avere più bisogno della mia ossessione per i fumetti. Perché – mi dicevo – in fondo sono solo segni su carta: robe stampate, spesso indecorosamente, e prive di senso. La vita va vissuta e arricchita di storie raccolte dappertutto. Mica si può parlare sempre di fumetti.
Perché dovrei perdere il mio tempo inseguendo le ossessioni altrui, troppo spesso più alimentari che comunicative?
2. Perso in questo ragionamento, mi dicevo anche che ho molte altre cose che mi interessano: le storie, le tecnologie, le forme muliebri, l’organizzarsi delle società…
Non riesco più a leggere romanzi, al cinema mi addormento, non riesco a giocare un videogioco per più di due ore, la tecnologia mi affascina per le potenzialità e mai per il suo concretarsi in prodotti e servizi, la corioretinopatia si è portata via un po’ di vista in questa primavera di cosce scoperte, mi producono disagio tutte le forme di religione organizzata, mi fanno schifo tutti i partiti di destra e tutti i politici di sinistra…
Bel modo di dimostrarsi attento ai propri interessi.
3. I fumetti invece ancora mi piacciono.
E, come diceva Paolo Conte, non si capisce il motivo.
E’ umiliante.
4. E ci penso continuamente. Mentre faccio altro. Mentre penso ad altro. Inconsapevolmente (ma mica sempre). Mi chiedo il motivo di questa ossessione e credo di averlo capito.
Il fumetto è una pulsione bassa. La tensione di un narratore verso la violazione dei codici. Si fanno fumetti per mischiare le carte, per usare mezzi che gli altri non hanno ancora usato. O per usarli in modo diverso.
La storia del fumetto è una lotta impari contro le forme e i formati. Contro il formato voluto dai rivenditori, le volontà degli editori, le segmentazioni del pubblico, le aspettative del lettore, …
Il fumetto è questo punto di rottura, cui tendevano e tendono – talvolta inconsapevolmente – Toepffer, McCay, Feininger, Herriman, King, Rubino, Tofano, Kurtzman, Gandini, Lauzier, Magnus, Feiffer, Spiegelman, Scòzzari, Baru, Ware, Peeters, …
5. Esiste poi un altro fumetto fatto di normalità e media. Di rispetto dei vincoli, delle forme e dei formati.
Il fatto che il fumetto che mi interessa e quell’altro fumetto si chiamino allo stesso modo mi è insopportabile.
Come mi è insopportabile l’assurdo paradosso che vuole che i due fumetti vivano in simbiosi, avendo bisogno l’uno dell’altro.
giovedì, maggio 24, 2007
Saggezza taxista

"Nun s'affanni, dotto'! Tanto da 'sta vita nunn'è mai uscito vivo nessuno!"
lunedì, maggio 21, 2007
Certa carta

1. Indietro come le palle dei cani (o come il codino dei maiali) è, per esempio, la nostra ossessione per i libri. Intesi come supporti, oggetti culturali indivisibili, pregni di significato in sé. Intesi come unica fonte attendibile e accettabile di coscienza e conoscenza.
Possiamo ritenerci colti solo quando conosciamo, maneggiamo, possediamo tanti libri.
Sono infinitamente (e ingiustificatamente) orgoglioso della distesa di carta, in bella mostra come fila disarmonica di dorsi legati, che mi tiene lontano dalle pareti di casa mia.
Ne compro tantissimi, ne maneggio tantissimi.
Alcuni mi richiedono mesi (e, quando li ripongo, periodicamente mi saltano tra le mani quasi fossero dotati di volontà propria), altri minuti.
Alcuni (pochissimi) vanno a tassellare la parte, perché mi servono. Altri (pochi) si incastrano tra gli altri, perché mi raccontino chi sono (o, meglio, chi vorrei essere). Altri ancora (la maggior parte) vanno a finire in scatoloni (in cantina o in discarica).
Tutti gli altri strumenti del comunicare, tutti gli altri supporti e formati e tutti gli altri paradigmi di fruizione e interazione non hanno lo stesso valore d’uso e cognitivo del libro.
Quasi che a leggere un blog, a guardare i contenuti speciali di un DVD, a navigare una webzine, a sfogliare un giornale o ad ascoltare suoni da un iPod si perdesse tempo. Tempo prezioso da dedicare alla lettura del libro.
2. Blook è l’acronimo per blog book, cioè quel tipo di libro, sempre più emergente, che nasce componendo e ricollegando i pezzi di un blog. Non è particolarmente difficile che un editore ti chieda di farlo (è successo anche a me e, prossimamente, te ne parlo) e, da blogger ingenuo, tendi a considerarlo un punto di arrivo. Io, per esempio, ne sono stato (e ne sono) molto onorato. Ne sono stato anche molto orgoglioso. Sto cercando di superare questa fase. Un libro, oggi, non può essere un obiettivo o un traguardo. Ne sono convinto. I supporti atti a ospitare i progetti – anche in forma meditata, rielaborata, strutturata, eccetera – sono tantissimi.
3. La qualità media dell’editoria mi pare dignitosa. Probabilmente è anche più alta di quanto fosse solo venti anni fa. Sono i picchi a essere stati livellati: si scostano pochissimo dalla media.
Trovo pochissimi libri che valgano la pena di una lettura integrale: un capitolo, un’introduzione, una prefazione, una conclusione… Giornali da leggere da copertina a copertina non ne conosco. E così film che non mi rendano apprezzabile il fast forward, dischi che non richiedano l’uso del tasto skip, …
4. Per sentirmi vivo, per tentare di capire quello che mi succede attorno, sono costretto a saltare dalla pagina di un libro al canale di una stazione, da un filmato in un archivio alla rubrica di una rivista, dalle pagine di un portale ai post di un blog. Poi, completamente incasinato, mi fermo e parlo con gli amici e con i conoscenti. Non arrivo mai da nessuna parte, ma mi pare di aver assunto la consapevolezza che il libro (inteso come oggetto intero e indivisibile) sia oggi un manufatto – un oggetto sociale, direbbe qualcuno – utile ma non imprescindibile. E comunque uno degli oggetti sociali possibili.
5. Per capire se c’è qualcuno con cui confrontarmi su questa sensazione mi guardo attorno. E, siccome, sono incoerente fino al midollo, mi rivolgo – per prima cosa – ai libri.
Ne guardo tre (tra quelli che sto leggendo, saltando da una parte all’altra, in questi giorni).
Il primo è Che fine hanno fatto gli intellettuali? di Frank Furedi. Il sociologo è scandalizzato da due cose: la prima è che ci si possa laureare senza aver letto un libro dall’inizio alla fine; la seconda è che quando racconta questa aberrazione, gli altri accademici lo tacciano di chiusura mentale. Triste dirlo, ma in questa diatriba ci sono accademici che hanno ragione.
Il secondo è Come parlare di un libro senza averlo mai letto di Pierre Bayard. Si tratta di un saggio di cui si è molto scritto alla sua uscita francese. Ora, leggibile da molte più persone nella sua edizione italica, potrà essere oculatamente ignorato dai recensori. La tesi di Bayard è che la cultura di un uomo non si misura dal numero di libri che ha letto, ma dalla capacità di collocare i libri che non ha letto nel campo del sapere, tra gli altri libri. E spiega come farlo.
Il terzo dovrebbe essere, almeno nelle intenzioni, il più distante dalla cultura bibliocentrica: Sans papier, ontologia dell’attualità di Maurizio Ferraris. Mi piace molto la semplicità con cui parla di oggetti sociali che possono essere testi, documenti e tracce. Mi piacciono gli assunti e rischio di abbassare la guardia. Però, a un certo punto, la centralità del libro riemerge, vestita di apocalisse. La carta non finirà mai perché è l’unico modo certo per preservare i testi. Il maelstrom indotto dall’evoluzione tecnologica continua rende incerta la leggibilità di qualsiasi supporto digitale nel tempo. Un file si perde come lacrime nella pioggia. Scripta – su carta – manent.
6. Allora abbandono la carta e mi sposto altrove. Leggo i post di un blog che parla molto di tecnologia: quello di Luca De Biase, direttore di Nova 24. Mi aggiro tra intuizioni interessanti, notizie di rilievo sull'evolvere dei supporti e degli strumenti, acquisizioni e fusioni societarie, ... Tutto bene, ma anche là qualcosa stride. Sotto l’influenza di Nick Hornby (che cura una rubrica sulle letture su “the believer”), a De Biase scappa il post settimanale sui libri comprati e i libri letti.
7. Dove sto sbagliando?
martedì, maggio 15, 2007
Principio Morale e Interesse Materiale

Un Principio Morale incontrò un Interesse Materiale su un ponte non abbastanza largo per farli passare tutti e due
“A terra, volgare nullità!”, tuonò il Principio Morale, “E lasciami passare sopra di te!”
L’Interesse Materiale si limitò a guardarlo negli occhi, senza dire niente.
“Beh”, disse il Principio Morale esitante, “tiriamo a sorte per decidere chi di noi due debba ritirarsi per fare passare l’altro”.
L’Interesse Materiale mantenne il profondo silenzio e lo sguardo fisso.
“Affinché sia scongiurato un conflitto“, ricominciò il Principio Morale con un certo disagio, “mi sdraierò e ti farò passare sopra di me”.
Allora l’Interesse Materiale usò la lingua. “Non credo tu sia buono per passeggiarci sopra”, disse. “Non sono solito camminare sulla prima cosa che mi capita sotto i piedi. Mettiamo invece che tu ti butti in acqua”.
E accadde questo.
(Ambrose Bierce, da Favole a orologeria, Guanda, 1989)
giovedì, maggio 10, 2007
Le palle dei cani

Sei lì, tranquillo. Stai facendo conversazione e, a un certo punto, uno di quelli seduti al tavolo riesuma un modo di dire romagnolo. E’ una battuta greve, pesante, sgradevole. Una di quelle battute che, la prima volta che le senti, ti scatenano fastidio.
Poi la metabolizzi. Cerchi di dimenticarla. Ma, a volte, riaffiora. Uguale a come te la ricordavi: greve, pesante, sgradevole.
Anzi, il fatto che sia tu a pensarla e il mutato contesto la rendono ancora più greve. Ancora più sgradevole.
Riferendosi non ricordo più a chi, Mauro mi aveva detto “è indietro come le palle dei cani”. E le palle dei cani, specie se muscolosi e con aria feroce, sono veramente indietro. Riemergono, dalle zampe posteriori, gonfie e tronfie. Tanto che, quando te ne passa uno davanti, ti viene voglia di sferrare un calcione. O le sue palle, o il culo dell’individuo, muscoloso e con aria feroce, che lo porta al guinzaglio.
“Indietro come le palle dei cani” è una locuzione che mi sembra esprima molto bene la mia relazione col mondo che mi circonda. Fatta com’è di ossessioni piccole, localissime, luddiste, antistoriche, inconsapevoli o date un po’ per scontate.
E secondo me, non è metafora solo del mio vivere. Facci caso.
lunedì, maggio 07, 2007
Torniamo a bomba

Troppa famiglia per una sola domenica. L’ateismo non ti mette al riparo dai sacramenti cristiani. E, soprattutto, non tiene alla larga i festeggiamenti che vi si costruiscono attorno.
Domenica era giorno di comunioni. Ci si trova – tutti – davanti la chiesa grande, si aspetta la fine del rito e si parte, con un codazzo di auto, alla volta di un ristorantino per festeggiare con un pranzo interminabile. Sono fortunato: il cibo non è orribile come ci si sarebbe potuti attendere e sono seduto accanto a G.
Lo sai, vivo in preda alla mie ossessioni. Ne parlo continuamente e poi, non soddisfatto. cerco di raccontarle anche da queste parti. Vittima di un’incontinenza verbale che ti avrei potuto risparmiare.
Quella che più mi logora in questi giorni riguarda l’assenza di punti di riferimento.
Sono cresciuto nella periferia al cubo, in un quartiere ghetto. Genitori di destra. Quella pesante. Fatta di luoghi così tanto comuni che ci puoi girare a fari spenti nella notte. E non sono neanche emozioni.
G invece è sfortunatissimo e si ritrova incastrato sulla sedia alla mia destra. Non può sfuggirmi se non trattandomi male. Ed è così tanto educato e sensibile che non lo farebbe mai. Neanche quando la mia logorrea fluisce così impetuosa da impedirmi di pensare.
Gli racconto che a salvarmi la vita sono stati i fumetti. E, in maniera particolare, le riviste dei fumetti. Posti insospettati, nelle cui pagine trovavi racconti, recensioni, interviste, squarci di una vita lontanissima dalla mie. E poi, più in generale, le riviste tutte. Perché ero un ragazzetto gretto e insopportabile (ora, almeno, non sono più un ragazzetto) e in edicola c’era “Linea d’ombra”. Tu lo compravi e, apertolo, ci trovavi un mondo incredibile, fatto di letture, visioni, parole e immagini.
Quelle pagine erano il punto di aggregazione per quello che contava. Certo, c’erano errori, sviste, svisate… ma si trattava di un punto di riferimento, credimi. Assolutamente contemporaneo a se stesso. E leggendole, quelle pagine, diventavi un alieno. Capivi di maturare un distacco forte con il mondo dei liceali fatto di chiacchiere chiassose intorno a discoteche e moto (cui ero e sono indifferente) e a figa e cannabis (per cui ero – e, purtroppo, sono – indifferente).
Un’alienità sudata che costa fatica mantenere e che ti rende sistematicamente insoddisfatto e incapace di posare le chiappe sul divano di fronte alla tetta di vetro.
E oggi? Come si diventa alieni oggi? Come riusciranno i miei figli a non progettarsi una carriera da calciatore o velina?
Dove sono finiti gli aggregatori?
C’è un sacco di roba che conta là fuori. Eppure nessuno è in grado di fornirmi una bussola.
Il settimanale più bello d’Italia è “Internazionale”… e ho detto tutto. “Lo straniero” non è “Linea d’ombra”. Le riviste con un progetto non esistono più (mi accorgo che sembra mi stia riferendo alla recente bagarre occorsa a Napoli tra igort e Xl: non è così, giurin giuretta).
Mentre snocciolo la storia della mia vita e mi mostro inviperito, G mi guarda sollevando entrambe le sopraciglia e stirando le labbra in una smorfia che vuole sembrare un sorriso d’incoraggiamento. Dietro quel volto si capisce , chiaramente, che mi sta classificando come figuro spiacevole, vecchio dentro e fuori, da evitare oculatamente alla prossima festa comandata.
E tu, gli chiedo, tu come hai fatto a diventare un alieno?
Calmo, con tono pacatissimo, voce bassa e scandendo le parole, come fa sempre: “A me sono bastati la scolarizzazione e i programmi ministeriali. La scuola mi ha salvato la vita”.
TORNO PRESTISSIMO
Ancora non ci vedo bene. Ma sto ricominciando a guardare lo schermo. E - come al solito - nulla di buono...
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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