Spari d'inchiostro


giovedì, marzo 29, 2007

A dar fastidio ai cani

Mia figlia Chiara mi ha portato a Cartoomics. Ho finalmente visto uno di questi mercatini del fumetto con gli occhi di un bambino (di una bambina, per essere precisi). Dall’altezza di sette anni, funziona così. Entri, attraversando un gran casino. Passi il biglietto in una macchinetta e ti si spalanca la porta. Qui puoi correre da una bancarella all’altra toccando i pupazzi di Totoro, uno dei tuoi film preferiti. Puoi guardare un’ora di supergulp, seduta per terra davanti a un televisore. Puoi ascoltare il tuo papà che ti parla dei beatles mentre guardi una mostra sulla presenza nel fumetto del favoloso quartetto di Liverpool. Puoi cercare di capire il funzionamento dei modelli costruiti per descrivere i ridicoli trucchi di Diabolik (e puoi dedurre che i gioielli dello sponsor, esposti in una teca, siano la refurtiva del ladro). Puoi comprare un librone sulle più belle storie di Pippo e leggerlo mentre mangi una macedonia dello schifido baretto. Infine puoi anche sconfinare nel salone della cioccolata e imbottirti di degustazioni.
Prima di infilarti a mangiare cioccolata, puoi fare una capatina alla fabbrica del fumetto. Il tuo papà ha la faccia come il culo e, dopo aver salutato e fatto moine agli amichetti, ti accompagna dietro i tavoli (dove il pubblico non dovrebbe entrare). E là puoi sbirciare un sacco di autori del fumetto autoprodotto italiano che, con regia canina, si mettono a costruire un fumetto tutti insieme. Una catena di montaggio del fumetto: sceneggiatura, model sheet, matite, ingombri del lettering, chine, digitalizzazione, impaginazione, lettering meccanico, stampa, fotocopie e spillatura.

Sei una bambina e trovi tutto ciò divertentissimo. Manuel De Carli ti fa vedere che si può disegnare Braccio di Ferro. Luca Vanzella non è capace di mettere i fogli A4 nella fotocopiatrice. Cinzia Zagato vorrebbe almeno essere riconosciuta (è stata a cena a casa tua). Lorenzo Sartori vorrebbe solo dormire perché ha letterato pagine per tutta la notte.
I cani sono sopravvissuti a quei giorni durissimi e gli albi nati da quell’esperimento si potranno presto scaricare dal loro sito.

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i cani


martedì, marzo 27, 2007

My way

Ecco l'impero dei sensi 

Tra me e me, mi dico che la cassetta degli attrezzi che mi piacerebbe avere contiene quattro scomparti. Ognuna di essi ha tre strumenti. Il gioco mi affascina, perché è così smaccatamente arbitrario (quattro gruppi? e tutti di tre oggetti?) da essere quasi elegante.
Poi mi metto a scriverne e mi ci incasino pazzescamente, perché non ho le idee chiare. Il solito problema. Enumero gli strumenti, li raggruppo, li descrivo e ci monto attorno l’usuale gioco di citazioni e riferimenti. E poi butto tutto!
Non funziona sono insoddisfatto. Però devo uscire da questo deadlock del belino. Devo venirne fuori. Fosse anche a spallate.

E allora me la gioco da consulente. Ho un problema e anche tu ne hai uno. Perché te l’ho trovato io. Eccolo. Enumero le mie cose come se avessero un senso.

Di seguito, i miei strumenti di lettore (quelli che mi piacerebbe avere). Senza nessuna spiegazione (così li interpreti come ti pare e io sembro anche più intelligente). Ci lavoro, un po’ alla volta, nei prossimi giorni, settimane, mesi, anni. E magari ci torno.

1. Senso dell’immagine
2. Senso della parola
3. Senso di vertigine

4. Senso della pagina
5. Senso del racconto
6. Senso dell’equilibrio

7. Senso della storia
8. Senso della geografia
9. Senso di colpa

10. Senso del ridicolo
11. Senso dell’umorismo
12, Senso della misura

Libero da ‘sta roba, passo a gingillarmi con altro.

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strumenti


venerdì, marzo 23, 2007

Lo spazio bianco

logo spazio bianco top ten 2006

Allora… Faccio il punto.
Ho partecipato al premio dello spazio bianco. Mi piaceva l’idea di scrivere i titoli di dieci fumetti che – nel 2006 – mi erano piaciuti in modo particolare e di disporli in ordine assolutamente arbitrario. Anche perché – per motivi vari e tediosi – qua non l’avevo fatto.
Appena è uscita la classifica, mi sono accorto che dicendo quali fumetti mi erano piaciuti avevo fatto anche delle scelte di esclusione (ma come? Citi il castello del drago e non menzioni xxx?). Scelte, a volte volute e altre no, che non sono sempre capace di motivare. Per esempio nel mio elenco non ci sono Riflessi di Corona (che sto amando tantissimo, ma voglio vedere come fa a tirare i fili per chiudere in 32 pagine), krazy&ignatz (l’edizione italiana mi sembra indifendibile), Gorazde (l’ho letto così tanto tempo fa che non mi ero neanche accorto che l’edizione italiana fosse dell'anno scorso) e Lone Wolf & Cub (che è uno dei miei fumetti preferiti di sempre, ma dopo aver letto la magnifica edizione Dark Horse, come si fa a prendere in seria considerazione quella roba su carta porosa e non ribaltata).

Poi mi sono infilato in una discussione sul blog di Roberto Recchioni. La discussione nasceva intorno a una domanda che mi sembra fuori fuoco: perché non ci sono nella classifica dello spazio bianco fumetti seriali da edicola? Succede sistematicamente anche sul "Comics Journal" (il numero attualmente in distribuzione contiene lo speciale Best of the year 2006), e là non stupisce nessuno. Probabilmente perché gli statunitensi hanno avuto più tempo per metabolizzare il cambio di paradigma che sta investendo i mercati del fumetto. Dopo un paio di commenti, ne sono fuggito perché ho avuto la sensazione di porre le domande sbagliate nel luogo sbagliato.

Comunque… Questi sono i miei voti per lo spazio bianco.

1. Gipi S Coconino
Ho cercato in tutti i modi di convincermi che non se lo meritasse. Voglio troppo bene a Gianni Pacinotti per millantare distacco e imparzialità e poi, diciamocelo, questo libro ha la copertina più brutta che Gipi abbia mai fatto. Quel titolo, già usato da John Updike, causa confusione: a Lucca, guardando il libro che pure dichiarava di amare, Diana Schutz, che è editor sensibilissimo di Dark Horse Press, non aveva neanche capito che quel segno in copertina fosse il titolo (ne parlava come di “quel libro di Gipi”, annodando con l’indice un ideogramma nell’aria). Poi lo leggi e lo rileggi ed è commovente come nient’altro quest’anno (non parlo solo di fumetti). Una storia che ti ghermisce le viscere e che ti racconta uno spaccato sociale e storico che noi, i quarantenni cresciuto nelle province d’Italia, sentiamo immediatamente nostro. Gipi, quando racconta il libro (e si racconta), non fa che sottolineare la spontaneità di questa narrazione - fatta quasi di improvvisazioni - che per lui è stata soprattutto un esorcismo. Ma la struttura solidissima e quasi prattiana, il gioco di messa a fuoco progressiva delle memorie e gli strani anelli delle menzogne mi convincono che di improvvisato là dentro ci sia nulla o quasi. A volte penso che Gianni giochi a costruirsi il personaggio, poi riprendo in mano quel libro e penso anche che, se continua a raccontare così, non me ne frega niente.

2. Mattioli Pinky, il click più veloce del mondo Mondadori
Un libro necessario. Uno dei personaggi più anomali del panorama italiano. Un animaletto antropomorfo (rosa) che conduce la sua esistenza immutabile da eterno fidanzato con un nucleo di amici e rivali stabile in un universo autoconsistente. Fosse tutto qui, perché parlarne? Perché Mattioli non ha mai trattato i bambini come la banda di creaturine da non turbare e cui riservare messaggi tranquillizzanti e non misinterpretabili. Dice Fabian Negrin, che è oggi il più bravo tra i narratori per ragazzi in Italia: “Fare libri per i bambini è un po’ come fare libri per i marziani. Ti ritrovi a pensare a loro in modo molto astratto. Capiranno questa frase? Quell’immagine non sarà troppo violenta? Come se i bambini formassero un’entità omogenea e indifferenziata che capisce e reagisce in massa e che, a differenza degli adulti, non comprende degli individui ma, appunto, degli indistinti marziani. I bambini, però, a differenza dei marziani, la Terra un giorno la conquisteranno per davvero, e questo finisce per caricare di responsabilità il fatto di lavorare per loro”.
Mattioli ne è consapevole e infittisce le sue storie di marziani. L’assenza di un libro che raccogliesse un frammento del lungo ciclo di Pinky era ingiustificabile.

3. Breccia Dracula Comma 22
Un libro pieno di lavoro e di idee. Pieno di senso della storia e di coscienza politica. Narrazioni, che in Italia avevamo visto alla spicciolata su riviste che male si avvolgevano attorno a tanta alienità, qui finalmente raccolte in un volume che presenta anche i materiali di lavorazione. Comma 22 fa pochi libri e qua e là inutili. Questa idea di riproporre integralmente l’opera di Breccia padre potrebbe fargli meritare un posto nella storia dell’editoria a fumetti di questo Paese. Il vampiro come metafora della deriva dell’Occidente è grandioso. Chiarisce il senso del tutto José Muñoz, che di Breccia è allievo ed estimatore, quando, chiacchierando, si chiede cosa sia il denaro. Risponde: “Il danaro è sangue vecchio trasformato in danaro. E’ il sangue di quelli che ci hanno preceduto e hanno lavorato, convertito in danaro, e noi siamo in un delirio commerciale pubblicitario, commerciando con il sangue morto dei nostri ancestri. Cazzo!”

4. Smith Bone: Via da Boneville (a colori) Panini
Spiegelman: Non puoi illuderti che il tuo Bone sia concluso fino a quando non ne fai la versione a colori.
Smith: Fammi capire. Il tuo Maus va bene in bianco e nero e il mio Bone deve essere per forza a colori
Spiegelman: Maus parla della morte, Bone della vita.
Uno dei fumetti per ragazzi meglio congegnati degli ultimi anni. Sogno un nuovo “Corriere dei piccoli” da leggere ai miei figli. Dentro potrebbero esserci fumetti eccezionali perché il mondo ne è pieno. Bone sarebbe là. Anche a colori.

5. Modan Unknown Coconino
Alla ricerca del padre. Il rovesciamento di un film disneyano. Le immagini sono quelle sgradevoli e imprecise cui Modan ci aveva abituato fin dai tempi dai primi lavori con Actus: statiche al punto da far intuire l’utilizzo di documentazione fotografica quasi ricalcata; sature di colori “graziosi” come a contraddire la crudezza di un mondo in conflitto. Autobombe e sesso insoddisfacente, battute infelici e rapporti tristi, ragazze ricche in divisa e taxisti che non hanno nulla da spartire con l’immaginario hard boiled. E poi quel finale. Interrotto. Sospeso.

6. Bacilieri Durasagra Black Velvet
Un libro scomparso. Uscito nel 1994 per R&R, una casa editrice effimera che ha prodotto una manciata di titoli e neanche tutti necessari. Quando si è diffusa la notizia che l’avrebbe ripubblicato Black Velvet di Omar Martini, confesso di aver pensato il peggio. Omar è una cara persona e fa bei libri. Ma la pubblicazione del Commissario Spada (e anche di Barokko) in formato bonelliano sono stati errori imperdonabili.
Invece questo Durasagra nasce grande e ben stampato. Un immenso manifesto al postmoderno in cui il gioco intertestuale di prosecuzioni, alternative e rinarrazioni riverbera nel segno di Bacilieri, un narratore jeet-kune-do che ha fatto al fumetto quello che Bruce Lee ha fatto al kung fu: si usa quello che serve e non è necessario amalgamare al punto da far sparire i punti di sutura.

7. Peeters Lupus Kappa
Dopo le Pillole blu si poteva permettere di tutto. Un maestro dei piccoli movimenti del cuore e della autobiografia. Invece è andato altrove. In viaggio, nello spazio profondo (esterno) e in quelli interno.
Dopo gli anni Ottanta, la fantascienza sembra aver esaurito la sua carica vitale. Il 90% di merda che, secondo il noto assunto di Sturgeon, dovrebbe caratterizzare il genere, è straripato e i diamanti nel letame sono diventati sempre più rari. La rivoluzione del digitale ha fatto assumere all’evolvere delle tecnologie una velocità talmente vertiginosa da far sì che i narratori perdessero la bussola. Il senso della fantascienza, sognare futuri per poterli poi conquistare, è diventato sempre più difficile. All’inseguimento di tecnologie troppo rapide, gli scrittori di fantascienza si sono dimenticati il loro dovere primo: raccontare il presente (spiegarlo) vestendolo di futuro.
Con Lupus, Peeters fa un passo indietro. Riparte da John Lennon: la vita è quello che ti accade mentre stavi facendo altri progetti.

8. Parisi Chernobyl Becco Giallo
Quelle nuvole che sembrano tappezzeria e che si infittiscono pagina dopo pagina – mentre il mondo crolla sugli anni Ottanta – non ti abbandonano per giorni. Parisi è uno dei pochissimi esordienti arrivati prestissimo alla forma libro con una narrazione così matura, chiusa e consistente. Ti illudi che sia una delle prossime certezze del fumetto italiano. Lui, quasi a voler smentire questo tuo sentire, infila altri due libri nello stesso anno e riesce nell’arduo compito di ridimensionare il proprio spessore. La nuvole diventano maniera, quasi l’autore non avesse capito cosa stava facendo in Chernobyl, e sullo sfondo resta il dubbio che questo bel libro possa essere stato un colpo di fortuna.

9. Loisel / Tripp Emporio 1 Lizard
Da troppo tempo non godevo nel leggere un libro costruito sul più classico degli impianti del fumetto franco belga. Un volume cartonato a colori che sembra riferirsi a “(A Suivre)”, “Vecu” e a quella cortina fumogena di nome Bourgeon. Dentro questa struttura classicissima e marcescente, una storia corale che si sviluppa benissimo e dimostra che non è necessario essere texano per raccontare in maniera credibile e coinvolgente una comunità rurale.

10. Matsunaga Il castello del drago 1,2,3 Kappa
Una storia sgangheratissima, più instabile di un film di Roland Emmerich, ed estremamente gradevole. Matsunaga è un narratore incontinente. Gli scappa la storia da tutte le parti e lui la segue come uno stand up comedian che deve mescolare repertorio, battute rubate ai colleghi, mestiere e improvvisazione. Sbaglia i tempi (a un certo punto gli scappa un flashback di oltre 100 pagine in mezzo a un momento di tensione crescente), scivola da tutte le parti, ma tiene il palco fino alla fine (magari insultando la pelata del commendatore con strappona seduto in prima fila). La storia è piacevolissima proprio per la superficialità del racconto e il suo incedere sicuro tra bambini nel tempo, treni volanti, fiabe giapponesi, mostri della laguna, guerrieri jedi e catastrofismo.

E per finire… La classifica definitiva – quella ottenuta sommando i punteggi – riporta al secondo posto un fumetto che fino a ieri non conoscevo: WE3. Siccome vivo vittima della mia pedanteria ossessiva-compulsiva, sono andato a comprarlo e l’ho letto.
Montato su una storiella banale (troppi albi Warren, troppo Heavy Metal e troppo Bruce Jones per riuscire a fremere di fronte a storie superficiali di burocrazia che disumanizza la ricerca e di animali resi alieni dagli esperimenti di generali e governanti) e su un finale sinceramente imbarazzante (ma davvero abbiamo ancora bisogno di happy ending hollywoodiani?), il libro ha il merito – che magari non è piccolo, ma mi lascia indifferente – di osare un montaggio manga installandolo su una narrazione da comic book.
A me non basta.


martedì, marzo 20, 2007

Strumenti e quisquilie

La chiave rotta di Klee

- E allora?
- Allora cosa?
- ‘sti strumenti. Prometti, prometti, e poi ti dissolvi in una nube di quiddità.
- Una che?
- Non fare l’idiota!
- Scusa… Hai ragione. Ho qualche problema.
- Come tutti!
- Hai ragione, ma a me i miei problemi danno più fastidio di quanti me ne diano i tuoi.
- Hmmm… Il solito egoista!
- Sì. Certo, certo. E’ che sto cambiando mestiere e questo mi ha modificato un po’ i ritmi vitali. La mezz’ora per scrivere le mie amenità da mettere qua sopra, in questi giorni, non la trovo.
- Sai che c’è? Trovo veramente insopportabile chi dice di non fare cose perché non ha tempo. Il tempo si trova. E’ solo questione di priorità.
- Vabbé… Vuol dire che, in questi giorni, il blog non è una priorità.
- Però avevi promesso…
- Certo. Avevo detto che avrei parlato dei miei strumenti, ma ho capito una cosa.
- Parla.
- Sono capace di enumerarli, ma se cerco di descriverli mi scopro abbastanza confuso.
- Come sempre…
- Fanculo. Lasciami parlare. Questo significa che si tratta degli strumenti che mi piacerebbe avere. Non sono quelli che posso pescare a piacimento dalla cassetta degli attrezzi.
- Bé… Se sai di averli puoi farne quello che vuoi.
- Non so tu. Ma io a casa ho una cassetta degli attrezzi magnifica. L’ho comprata in uno di quei centri per il bricolage e dentro c’è di tutto. Il problema è che non so quando li devo usare tutti quei robi. Capita di prendere un cacciavite per tagliare lo scotch di uno scatolone arrivato per posta.
- Io uso le chiavi.
- Così, una volta, le ho rotte.
- Ma non è possibile.
- Certo. Mi è rimasto il tondino in mano. Quanto ho bestemmiato.
- Dài! Non divagare. Torniamo agli strumenti.
- Certo. Ho scritto su una paginetta quelli che mi piacerebbe avere e ho scoperto che posso raccoglierli in quattro gruppi di tre.
- Ah… Allora sono tanti.
- Sono solo dodici (e sospetto ci siano ridondanze).
- Bé… se son pochi ne puoi parlare.
- Certo, ma non ora.
- Ma…

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strumenti


venerdì, marzo 09, 2007

Strumenti – 4: Ma quanto può camminare un masai?

Bob Marley

Leggo “D – la repubblica della donna”, mentre ascolto Abraxas di Santana. E’ un vizio e un vezzo. Mi piace sempre molto la pagina di apertura, dedicata a un testo breve, scritto di volta in volta da una persona diversa. Mi sembra che questa paginetta racconti (non sempre con esiti rispettosi delle volontà dello scrivente) pezzi dell’oggi.
Questa settimana, il brano è di Riccardo Trizio.
Dice che i clienti del safari (li chiama così: è indicativo) gli chiedono: “Ma quanto può camminare un masai?” Lui gira la domanda al capo dei camerieri che, dopo varie insistenze, risponde: “Come sai mi hanno mandato a scuola e… dopo tre giorni ho bisogno di fermarmi, bere o mangiare. I miei fratelli, invece, possono camminare per settimane con quello che trovano nel “bush”, spesso nulla”.

E mi viene in mente una canzone cantata in italiano da Alessio Lega che tutte le volte che l’ascolto mi girano un po’ le palle (sono padre di due bimbi e la più grande frequenta – con profitto, si sarebbe detto un tempo – la seconda elementare).
Dice: “Siamo oche all’ingrasso di stupide materie / fatte per farci scordare cose ben più serie / (…) Se la scuola è solo questo allora ci fermiamo / dicci tu maestro quando e dove andiamo?”
Davvero andare a scuola ti fornisce gli strumenti per fare – con profitto – il capo dei camerieri, privandoti di quelli che ti consentono di sopravvivere, con nulla, nel “bush”?

Ah!...:
"Io non ho cultura. Ho solo ispirazione. Se mi avessero istruito sarei anch'io uno schiavo"

(Robert Neffa Marley)


mercoledì, marzo 07, 2007

Strumenti – 3: Non mi interessa

santino di Giorgio Manganelli

“Un lettore di professione è in primo luogo chi sa quali libri non leggere; è colui che sa dire, come scrisse una volta Schweiller, “non l’ho letto e non mi interessa””.

(Giorgio Manganelli)

 


martedì, marzo 06, 2007

Strumenti – 2: Magia e tecnologia

operatore di call centre (sembra felice)

Sono sdraiato sul divano. Sul lettore gira The good, the bad and the queen (Bhoff). Tra le mani un volumetto della collana "Manga San". Si chiama La città di luce di Inio Asano. Una lettura piacevole la cui memoria non mi accompagnerà a lungo. Mentre leggo a un certo punto succede una cosa che mi sconcerta. Uno dei personaggi, un cattivo ragazzo che vive (poco) di piccoli intrighi e grandi violenze, è seduto davanti al PC. Indossa un paio di cuffie con microfono incorporato e parla con qualcuno. Sta usando tecnologia d’oggi: skype. E usa questo programma, questo strumento, come se fosse una cosa normale. Nessuno mi spiega niente. Sono il lettore e ho diritto di incuriosirmi e di rimanere nella mia ignoranza.
E mi viene da pensare. Osservo – almeno nell’approccio – una superiorità del manga rispetto al fumetto seriale del resto del mondo (ah… e se fosse la prima volta che passi da queste parti, sappi che non sono un otaku e neanche un appassionato lettore di manga).
Prova un po’ a pensare cosa sarebbe successo se Martin Mystére (tanto per citare il bonelliano più all’avanguardia nell’uso della tecnologia), Diabolik, Topolino, ma anche XIII o l’uomo ragno, avessero dovuto usare un aggeggio del genere.
Lo avrebbero trattato come un diabolico marchingegno e lo sceneggiatore si sarebbe sentito in dovere di spiegare tutto anche all’ultimo dei luddisti. Didascalie con note mascherate da narrazione. O, peggio, una battuta in mezzo a un dialogo dissennato per rimuovere ogni dubbio sugli eventi in corso.
“Ti ho chiamato con skype, questo programma che consente le chiamate voip* in internet, perché ti dovevo parlare” (e sotto: “*voip: voice over internet protocol – tecnologia che consente la trasmissione vocale su internet”).

(sì, lo so: non sono gli strumenti del critico... ma aspetta)

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strumenti


lunedì, marzo 05, 2007

D. parla di cassetta degli attrezzi.
Boris gli dà credito.
A me l'idea non sembrava particolarmente brillante neanche quando
L.i.B.e.R. ha iniziato a dedicarle una rubrica. Mi pare una roba da rito iniziatico. Una di quelle cose che il maestro deve fornire al giovine imberbe per iniziarlo a pratiche chimeriche (la religione, il comunismo, la critica, ...). Però, visto che gli amici continuano a parlarmene, mi sa che tocca di applicarcisi. Di strumenti (miei) ne ho appuntati una dozzina sul taccuino (magari sono solo tre o quattro con un sacco di sinonimi, per cui non li trascrivo e ci penso un altro po'). Prima di parlartene voglio dirti qualcosa sugli strumenti. Roba di cui non fidarsi. Inizio.

Strumenti – 1: Tolstoj era un cretino?

Lev Tolstoj       George Steiner

“Nel campo della letteratura e dell’estetica è veramente ridicolo pensare a un metodo scientifico. Non ci sono prove possibili. Tolstoj, per esempio, diceva che Re Lear era un’opera teatrale mal riuscita. Si possono opporre opinioni a opinioni, ma nessun metodo ci permetterà di verificare il nostro giudizio estetico. Siamo nel campo delle intuizioni, del gusto, del contesto storico, delle ideologie. Niente a che vedere con la scienza”.

(George Steiner)

Kurt Goedel

"In ogni formalizzazione coerente della matematica che sia sufficientemente potente da poter assiomatizzare la teoria elementare dei numeri naturali — vale a dire, sufficientemente potente da definire la struttura dei numeri naturali dotati delle operazioni di somma e prodotto — è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all'interno dello stesso sistema."

(Kurt Gödel)


giovedì, marzo 01, 2007

La posta di spari

Man Ray

L'approccio di Leonardo Gori non mi appartiene. E non mi piace. L'ho citato perché il "una volta era tutta campagna" accomuna molti che in realtà non vogliono fare nessuna fatica a studiare quanto di nuovo c'è in giro.
Spari, il discorso che hai ultimamente più volte ribadito sulla impossibilità di essere contemporaneamente spettatori e critici mi provoca e mi costringe a riflettere perché finora pensavo che i due approcci potessero "coabitare".
Mi sembra però che su questo tema non stai offrendo soluzioni o ricette, non stai approfondendo. Dici che è impossibile. Eppure, un critico non può divertirsi e mangiare pop corn? Uno spettatore non può fare analisi acute e utili?
Può fare critica solo chi ha certi strumenti?
All'ultima domanda mi verrebbe da rispondere sì e no...
M.

Caro M.,
la lista delle domande che poni ne contiene in realtà molte altre.
Intendiamoci, non sto separando la lettura dall’analisi. Sono convinto che non possano coesistere in un singolo bipede (più o meno senziente) l’appassionato e il critico.
Poi, chiaramente, si apre il problema terminologico. Cos’è un appassionato? Cos’è un critico?
La domanda centrale – che tu poni – è “Può fare critica solo chi ha certi strumenti?”.
La risposta non può essere che sì. Quali siano questi strumenti (cioè metodi, modelli, enciclopedia di sapere, tecniche, tecnologie, …) non credo sia rilevante.
Sono convinto che un critico sia un lettore che fa analisi utili (sull’acume, non sono capace di esprimere giudizio) e che un lettore che fa analisi utili stia smontando il testo (e che quindi sia un critico).
Se però, anche tu M. (che mi conosci bene), mi attribuisci un pensiero che mi sembra di non condividere, evidentemente sto sbagliando da qualche parte e tocca di fare autocritica.
Qualche giorno fa, un amico mi ha telefonato per dirmi che D’Orrico aveva recensito il ponte di No Gun Ri sulle pagine del settimanale del “Corsera”. Mi ha fatto osservare che il giornalista (D’Orrico, se ho ben capito, rifiuta di essere classificato come critico) aveva menzionato solo marginalmente il fatto che il libro fosse a fumetti, per poi mettersi a parlare dei contenuti come se fosse un romanzo qualsiasi. Mi ha detto: “All’inizio ero molto contento di questa cosa. Poi, pensandoci, mi sono detto che non è giusto parlare dei fumetti come se fossero libri normali. Nessun critico di letteratura si metterebbe mai a recensire un film”. Silenzio… Sento qualcosa che stride, ma non so come rispondergli.
Forse ha ragione Boris (per scrivere questa frase, ho fatto – solo soletto – la gag di Fonzie che deve chiedere scusa). Se guardo l’elenco di libri di critica che reputo utili, osservo una predominanza di semiologhi. Vuoi vedere che linguistica e semiologia sono diventati i fornitori degli unici strumenti che sono (siamo?) capace di riconoscere come tali? Porca trota! Sono di nuovo vittima del pensiero unico! Tocca di ragionarci.

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strumenti





Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai