Spari d'inchiostro


mercoledì, gennaio 31, 2007

Definizione

Le pillole blu

“L’idea è di lavorare il più velocemente possibile rimanendo attento e teso, così da far uscire il giusto e l’essenziale. Una vignetta è un segno emozionale e informativo nel mezzo di un groviglio concatenato di segni, non un quadro autonomo. Cerco di lavorare il fumetto come una scrittura unica, non come un mix di generi scomposti”.

(Frederik Peeters)


lunedì, gennaio 29, 2007

Forme di vita intelligente nell'universo

José Muñoz Grand Prix de la Ville d'Angoulême 2007

Automatic Tragic Comic da Stripburger


mercoledì, gennaio 24, 2007

Vagolando 2

vagabondo di George Grosz

Scrivere mi costa una fatica becca. Cioè, lascia che mi spieghi, non è che scrivere in assoluto sia faticosissimo. Lo vedi: appoggio le dita alla tastiera e inizio a buttare giù sciocchezze dissennate. E’ lo scrivere per una qualche occasione nella quale si richiede un minimo di serietà che richiede tempo e concentrazione. Per esempio, durante il fine settimana scorso, ho buttato giù le mie 10 cartelle di amenità su un autore del fumetto italico. Avevo ottime ragioni per farlo. Te lo giuro.
Dopo aver pensato ai lavori di questo fumettista e aver tediato i miei amici per settimane (sono un ometto ossessivo-compulsivo e noioso), mi sono messo alla tastiera e all’ultimo momento buono (sono anche uno sconsiderato). Tre ore venerdì sera, cinque ore sabato, cinque ore domenica. Tredici ore per scrivere dieci cartelle (ogni cartella si compone di 2000 battute: qualcuna esilarante, la maggior parte noiosetta).
Mentre scrivo robe che poi finiscono qua sopra, sono speditissimo. Quando scrivo per una cosa che poi finisce su carta (ma non per questo – stanne certo – avrà più lettori) invece rallento moltissimo, anche se ho ben chiaro in mente cosa dovrò dire. Sono più attento alla scelta delle parole, cerco di limitare la logorrea, rileggo di più e, soprattutto, cerco conferma di tutte le informazioni. Mi alzo continuamente ed estraggo libri dagli scaffali, rileggo, cerco, verifico. Mi perdo in rivoli completamente inutili. A volte mi partono delle pazzesche derive (capaci di fagocitarsi un’ora preziosa che avrei potuto trascorrere dormendo) in cui scrivo un’intera pagina prima di capire che sto tergiversando.
Mi chiedo allora le ragioni del mio incedere tra incertezze. E mi chiedo anche come facciano i professionisti della scrittura.
Un amico parla di mestiere (dopo un po’ si diventa bravi ad accanirsi solo sulle info che servono e si smette di verificare ogni cosa) e di facilità di scrittura (se si ha una prosa fluida e scorrevole mentre stai alla tastiera, bisogna necessariamente tradurre questa caratteristica in fonte di reddito).
E probabilmente ha ragione lui. Perché uno dotato di mestiere e facilità di scrittura non avrebbe mai scritto più di una cartella (come ho appena fatto io) chiedendosi dove sta andando a parere.
Da nessuna parte, chiaramente. Per questo amo questo posto: non si butta via niente e tu sei abbastanza clemente da non incazzarti bestialmente perché ti ho appena fatto perdere cinque minuti.

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giovedì, gennaio 18, 2007

Non riesco a smettere

ladro appeso da Bottega Battipanni (http://theatrenvol.org/index.phtml?id=21)

Credo che ci siano solo due modi per parlare di un testo (romanzo, fumetto, illustrazione, disco, blablabla): fornire dati tecnici o raccontarsi.
Quando leggo una recensione o un’analisi, per prima cosa, cerco sintonia col recensore. Deve piacermi, essermi simpatico, attrarmi, stupirmi, interessarmi o suscitarmi tenerezza. Va bene anche quando mi è antipatica e mi suscita odio, disprezzo, ilarità involontaria, … Quello che non tollero è che mi sia indifferente. Nel qual caso, dalla sua recensione estraggo solo dati tecnici e, benché necessari, raramente sono sufficienti perché decida di sintonizzarmi sul testo (cosa che di solito richiede esborso di quattrino).
Il recensore deve essere quello che mi fornisce una mappa per connettere il testo a altri territori. Ma, poiché lo spazio dell’analisi vive in un marasma dimensionale, il cartografo decide vicinanze e lontananze a proprio piacimento e io godo delle sintonie e distonie. Mi piace essere d’accordo. Mi piace (e forse anche di più) essere in totale disaccordo.
Dopo questa bella scarica di sani principi, mi tocca confessare che compro molte cose che so (perché mi sono sudato una sana prevenzione) mi scateneranno noia e indifferenza. Tra queste “Fumo di China”.
Non riesco a smettere.
La compro e inizio a sfogliarla. Qua e là, leggo anche. Sull’ultimo numero (146 di dicembre 2006), c’è la trascrizione di una chiacchierata con Gianni Brunoro.

Cantarelli, il redattore di FdC chiede: Ormai si sono avvicendate almeno quattro generazioni di critici sul fumetto, anche se qualcuno dice che in realtà sono davvero pochi… Tu che ne dici?

Brunoro risponde: E’ un argomento di troppa gigantesca complessità, per essere liquidato con una semplice chiacchierata. Tanto che si potrebbe cominciare con il chiederci chi è il critico di fumetti. Perché è ovvio che, in senso lato, lo è chiunque in un modo o nell’altro pontifichi in materia o intrattenga gli altri in un logorroico blog… Nel qual caso, c’è da dire che oggi i critici sono una legione!... specie se si pensa quale pletorica dilatazione abbia concesso – da anni, ormai – la presenza della Rete. Ma va anche detto che forse non è restrittivo ritenere un “vero” critico chi non solo dice cose sensate e più o meno condivisibili, ma soprattutto idonee a portare in qualche modo avanti il dibattito delle idee (fumettistiche), vale a dire, capaci di agitare la discussione:non come una rissa, ma come confronto di pareri e altro, per approfondire e migliorare la conoscenza del fumetto, l’oggetto di studio. Sicché non vedo cosa impedisca di considerare un critico quel tal studente che affronta in maniera adeguata una tesi di laurea, quel direttore di collana o di casa editrice che propone fumetti intelligenti e via di questo passo. Saremo tanti o pochi, ma quel che importa è soltanto la qualità, non la quantità.

Ecco. Dopo aver letto e riletto (anche perché l’intervistatore, in questo caso, non è capace di fare editing: mi sarei aspettato rimuovesse parole salvagente, ripetizioni e frasi allungate per prendere tempo), mi sento come se questo signore parlasse di robe innecessarie a questo pianeta. La sua dichiarazione d’intenti mi sembra il manifesto dell’indifferenza. E della noia. Parla di “idee sensate e più o meno condivisibili”, suggerisce di considerare critico il direttore editoriale, si concentra sulle idee fumettistiche. Tutte cose che non mi fanno nemmeno venir voglia di sguinzagliare il maestrinodellaminchia.

E mi viene in mente l’inizio di un librino di Giorgio Manacorda, Apologia del critico militante (Castelvecchi), uscito sul finire dell’anno scorso. Un oggettino preziosissimo e pregno di forzature intollerabili da utilizzatore dei testi (sì, Manacorda è uno che mi fa incazzare: gli voglio proprio bene) che si apre così:
“La critica militante è un’attività del tutto laica, forse l’attività laica per eccellenza. Il critico militante non può che fare atti di fede limitati e, soprattutto, deve ogni volta motivare tutto dall’inizio. […] Non ha una religione con i suoi santi e le sue gerarchie: è fuori dalla storia della letteratura. […] In questo il laico per eccellenza è simile a dio: dà o toglie la vita, letteraria s’intende[…], e come dio non ha mezze misure. Le mezze misure sono dei politici della letteratura. Le mezze misure sono di coloro per i quali la critica militante è uno strumento per raggiungere altri fini, generalmente la carriera o addirittura il successo. Le mezze misure sono dei ‘sagrestani della letteratura’, come diceva Cesare Cases nel 1960”.


mercoledì, gennaio 17, 2007

Vagolando

Il sito dell'orecchio acerbo è luogo che frequento con parsimonia e giudizio. Di tanto in tanto ci passo per far vedere i pdf dei lloro ibri a qualche amico. E faccio sempre la mia porca figura. Ci sono ripassato oggi e ci ho trovato una pagina per festeggiare i 5 anni e i 50 titoli.
Leggendola mi sono emozionato perché mi sembra racconti una passione per i libri molto rara. Non ho chiesto a nessuno (potevo, vero?), ma mi va di riproporla anche qua.
Auguri, Fausta e Simone! (e auguri anche a Paola, Germana e SimoneP).

Gennaio 2007. Cinque anni e quarantanove titoli fa, al corso di editoria che avevamo pensato bene di frequentare, ci hanno insegnato le tre regole fondamentali perché un libro funzioni: indovinare il titolo, una buona copertina, il giusto prezzo. E certo, non potevano dirci molto più di questo. Troppo difficile, e troppo misteriosa per poterla descrivere, l’alchimia che si crea in un buon libro. Un elenco lunghissimo che fa sì che ogni errore sia fatale:

una storia che faccia crescere;

il giusto incontro fra chi racconta con le parole e chi lo fa con le illustrazioni;

l’equilibrio fra testo, disegno e grafica;

una traduzione che non tradisca la lingua originale ma neppure quella nuova;

rileggere il testo fino a eliminare ogni errore nascosto;

la scelta della carta, pensando al tatto ma anche alla stampa;

la giusta confezione, bella ma resistente;

una scheda che promuova il libro senza tradirne la natura;

un solido rapporto con i giornalisti, affinché del libro se ne parli;

la vendibilità coniugata alla ricerca;

lasciare sempre uno spazio per gli autori esordienti;

l’incontro con i librai, che hanno l’arduo compito di vendere;

il rispetto per gli autori, che dovrebbe prevedere anche compensi adeguati;

il rispetto per i lettori, grandi o piccoli che siano, perché anche un libro con la copertina sbagliata, con un pessimo titolo, con un prezzo che non va, un libro invisibile, può incontrare per caso il suo lettore.

Siamo stati molto indisciplinati…
Oggi, arrivati al cinquantesimo titolo, ripartiamo dal primo. E proviamo a correggerne alcuni errori. Avevamo sbagliato il formato, troppo piccolo, e adesso ve lo riproponiamo più grande. Molto più grande. Avevamo sbagliato la confezione – e i libri si rompevano– così stavolta abbiamo provato a fare un libro indistruttibile (?). Abbiamo cambiato la carta di allora, troppo lucida. Abbiamo alleggerito la grafica, rendendola meno invadente. Abbiamo unito i due racconti facendone un’unica storia. Alcune parole, e alcuni disegni, sono cambiati, qualcosa si è aggiunto. E ora l’abbiamo fatto così bello che verrà pubblicato anche in Francia da Editions du Rouergue.

Ma… ecco, dobbiamo ammetterlo: abbiamo sbagliato ancora!

Anziché 12,00 euro, il prezzo di copertina doveva essere 12,50.

Facciamo così: fate finta di leggere 12,50 e mettetevi in tasca quei cinquanta centesimi. Rientrate in libreria. Comprate altre due copie, sempre facendo finta di leggere 12,50. Tenetevi anche questo euro che avanza. Entrate in un bar e chiedete un bicchiere di vino bianco (il rosso costa di più). Sedetevi e brindate alla vostra e alla nostra salute. E, solo per oggi, alla salute di tutti i libri sbagliati, di quelli invisibili e di quelli troppo presenti, di quelli necessari e di quelli inutili, di quelli da tenere e di quelli da buttare, di quelli da ricordare e di quelli da dimenticare.

Cin cin.

Cinque? 

happy hour

Giacomo Nanni mi tira addosso una maledizione. Elencare cinque robe che non si sanno di me. Bho? Dico quasi tutto. Posso però provare a enumerare cinque desideri frustrati e inconfessati.

1. Vorrei essere vegetariano, ma non ne ho il coraggio.

2. Vorrei essere capace di abbastanza dedizione da mettermi a disegnare sul serio e non fare quegli sgorbi buoni solo a stupire la colleguccia carina.

3. Vorrei essere capace di maggior rispetto.

4. Vorrei sempre sapere cosa pensano gli altri di me (e di questa pulsione bassissima – che mi pare addirittura immorale – mi vergogno a dismisura).

5. La cosa che desidero di più in questo momento è sapere dov’è il mio migliore amico.

Sono fuori dalla blogosfera. Posso passare solo a ipofrigio, 403 e davizz  (e solo se passano da queste parti). A boris gliel'ha già attaccato giacomo.

postato da sparidinchiostro alle 14:36 | link | commenti (10)



lunedì, gennaio 15, 2007

Sta'  ferma

Mi mancano due anni ai fatidici 40. Sto per perdere definitivamente il mio status di marpione rattuso, per trasformarmi in modo irreversibile in vecchio porco. Ma, avendo goduto della condizione di giovine porcello finora (così mi illudo), ho potuto accumulare ossessioni in cascata. Ossessioni da vecchio, però. Fin da giovane. Russ Meyer e le sue donnone (Lorna Maitland, Tura Satana, Kitten Natividad, …), Playboy dagli anni 50 ai 70 (gli anni 80 segnano una caduta nel gusto della rivista, a mio parere, intollerabile), le donne di Robert Crumb (tutte) e di Georges Pichard (prima del periodo sadomaso), eccetera eccetera… Per intenderci, l’ultima attrice di cui mi sono innamorato perdutamente è Michelle Pfeiffer (che ha dieci anni più di me). Insomma, sono proprio vecchio.
Tra le morbide e calde ossessioni che accudisco con cura, ce n’è una di cui sono gelosissimo: Betty Page. Ho volumi fotografici, riviste, fanzine e ogni sorta di supporto cartaceo che contanga immagini della regina delle pin-up. Una collezione ingenua.
Oggi mi sono ricordato dell’esistenza di qualche pellicola con la nostra in scena. Da youtube addicted mi sono messo alla ricerca.
Ho trovato questo… E preferivo quando stava ferma sulla carta.



mercoledì, gennaio 10, 2007

Dottor Holmes

Sua maestĂ  Basil Rathbone

Sono intimamente convinto che, in Italia, i telefilm in prima serata siano figli degli anni 80. Roba da Starsky e Hutch, Dallas e A-Team. Probabilmente sbaglio. Perché se è vero che Furia e Happy Days li davano prima del TG, Bonanza (in cui se ben ricordo c’era anche lo zampino di Altman) mica me lo ricordo a che ora lo facevano.
Però, sicuramente c’è stato un periodo in cui l’ossessione per la serialità degli italiani veniva saziata a cicli di film. La fantascienza degli anni 50, sette storie per non dormire, da Rocky a Rambo, tutto Bruce Lee, e via delirando.
A un certo punto (e non so bene quando, ma forse dovrei informarmi prima di scriverne allegramente - ma ormai è tardi) un nuovo tipo di telefilm si è fatto largo nel palinsesto prime time. Un figlio illegittimo di Hill Street Blues ha iniziato a bazzicare il pronto soccorso degli ospedali di Chicago. Poi si è accostato alla vita degli adolescenti della classe media, alle ricchezze dei due chirurghi estetici, alle minacce da sventarsi in ventiquattr’ore, alla vacuità delle ossessioni delle casalinghe, all’isola dei dispersi, …
Telefilm di concezione nuova (non certo per chi era uso leggere i fumetti marvel dei mutanti): narrazione corale, relazioni sentimentali complesse, un sacco di sottotrame, sviluppo a cicli, cliffhanger in chiusura di ciascuna puntata, …
Quando tutto sembrava segnato è arrivato ‘sto medico antipaticissimo che riscuote più successo di chiunque altro. Non c’è bonolisgabibbograndefratello che tenga.
Il dottor House, con un nome da agenzia immobiliare e un carattere odioso ma veramente ben progettato, piace a tutti. Eppure è il più vecchio dei nuovi telefilm. Una sola trama per episodio, che si sviluppa linearmente. Ha la struttura del giallo più classico: il whodunit. E in più lui è uno Sherlock Holmes (drogato, bizzoso, geniale) circondato da una cricca di opachissimi Watson. Il crimine e la malattie e analizzando gli indizi (i sintomi), scartando ogni opzione poco plausibile (le cure sbagliate), si può risalire all’unica verità (la cura).
Ti faccio notare una cosa (ma probabilmente te ne sei già accorto): nei telefilm di impianto ospedaliero Chandler - con le sue strade polverose - era già in giro (e si poteva morire sul lettino di fronte a medici impotenti), la rivoluzione è giunta quando un Agatha Christie ha reinfilato bisturi e piastre per la rianimazione nel vaso cinese.


martedì, gennaio 09, 2007

Da grandi poteri…

Occhi di serpente

In casa, ora, c’è uno nuovo. Lo si può chiamare indifferentemente Chicco (come vorrebbero Chiara e Davide, i miei bambini) o Rugo (come preferisco io). E’ una bestiola (che ci è stata venduta come maschio, ma non posso garantire). Sta in una vasca con due dita d’acqua in compagnia di un paio di sassi. Un tristezza sconfinata.
Chiara ha tanto insistito. In realtà, lei voleva un cane. Dopo anni di rifiuto, ha tentato col gatto. Al giro successivo è atterrata su un topoide (e mamma Patrizia ha iniziato ad ammorbidirsi). Poche settimane prima del compleanno, siamo giunti a un compromesso che sembrava accettabile: una tartaruga.
Ti giuro, sembrava facilissimo: richiede poca attenzione; l’acqua si cambia in frettissima, gli si dà il cibo una volta al giorno; da una boccetta come ai pesci rossi.
Tutto falso. Non farti fregare. Le tartarughe devono stare al caldo, se no vanno in letargo (e poi, di solito, muoiono). Sulla vasca di Rugo abbiamo piazzato una lampada che lo scalda per tutto il giorno. Sembra apprezzare: la sera si fa trovare sul sasso a prendere la tintarella. Il cibo deve essere variato quotidianamente. Le tartarughe dopo un po’ che le alimenti col mangime iniziano a non guardarlo neanche e poi sono cocciutissime e rifiutano qualsiasi roba tu gli possa gettare nella vasca. Rugo è molto ghiotto di carne e sembra indifferente alle verdure. Se non mangia verdure, però, diventa stitico e smette di alimentarsi (e tiene il broncio – you’d better not pout… santa claus is coming to town). E allora una fettina di zucchina, due foglioline di spinaci, un po’ di carota gliele butti sempre (e, a ben guardare, dopo un po’ hanno segni di piccoli morsi).
Se poi ti allontani da casa per una settimana, non è come il pesce rosso che gli butti un po’ di mangime, te ne vai e quello sopravvive. E, al ritorno, lo trovi solo di pessimo umore. La tartaruga deve venire con te. Nella sua vasca. Sulle ginocchia. Per tutto il viaggio. E non sembra neanche troppo contenta. E io neppure.

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lunedì, gennaio 08, 2007

Distruzione omeopatica della biblioteca di Babele

Rogo di libri da Fahrenheit 451 di Truffaut

1. Settimana scorsa repubblica ospitava un articolo chiaramente mirato a farmi bruciare delle fabbri sante dell’indignazione. Hai presente repubblica? E’ quel giornaletto che tutte le volte che lo guardo mi viene in mente Silvio Orlando. Ritirando il telegatto, un millennio fa, l’attore ha dichiarato: “Questo è il giorno più bello della mia vita… figuratevi gli altri”.

2. Considero quel mucchietto di carte macilenti uno tra i pochissimi quotidiani italiani che si possono leggere (il migliore è il sole24ore e – purtroppo – non si può leggere). Mi spiego. Da qualche parte devo informarmi, ma siccome sono maestrinodellaminchia in ogni momento della mia vita, tengo sempre il sopraciglio alzato e la bocca stirata in un ghigno laterale.

3. Domenica, solo per fare un esempio e prima di concentrarmi sull’articolo incriminato, repubblica presentava il rapporto ufficiala UE sulle condizioni climatiche del globo con una doppia pagina che mi ha fatto rimpiangere la notte: stesse notizie gridate, stessa pessima scrittura (una coppia di professionisti cui lo sciopero delle firme dei giorni scorsi non poteva che giovare), stesso pressappochismo nell’affiancare un orrido articolo a immagini casuali il cui unico scopo era suscitare il panico, stessa scelta di indicatori e grafici che, completamente decontestualizzati, non significano niente (hmmm… la temperatura media del 2006 è stata di 0,42 gradi più alta della temperatura media tra il 1961 e il 1990. Sono medie. Detto così a me non dice nulla. E a te?). Della notte rimpiango le foto con le donne nude

4. Vabbé, sto divagando. Dicevo dell’articolo di settimana scorsa che mi doveva indignare e costringere alla rabbia. Ci arrivo. Era una notizia – tratta dal Washington post – terrificante. Le biblioteche di una contea degli USA si avvalgono di un programma del computer per censire i libri che negli ultimi due anni non sono mai stati richiesti. La lista dei libri viene sottoposta ai bibliotecari che possono decidere di rimuovere quei libri inutili per sostituirli con pubblicazioni nuove. E lo dovrebbero fare per due motivi: da un lato, lo spazio nelle biblioteche è risorsa preziosa e dopo un po’ di libri non ce ne entrano più; dall’altro, se butti i libri puoi accedere ai fondi per comprarne di nuovi.

5. Scandalo! Questo significa che il computer – la bieca macchina incolta – può suggerire di sacrificare Emily Dickinson a Dan Brown, o Ernest Hemingway a Harry Potter! Se decidessero di estendere questo modello alle biblioteche italiche, Faletti potrebbe avere il sopravvento su Pasolini. Anatema! E Weltroni si incazza e rincara: capisci, una auditel dei libri. Se (tutti) i frequentatori della biblioteca vogliono merda, troveranno solo merda. Gli altri quotidiani – che non hanno voglia di concedere un inserto pubblicitario gratuito a repubblica – rilanciano la notizia con un cenno di intesa (un po’ preoccupato) che sembra dire “tanto sai di che parlo”.

6. Non senti anche tu, mio caro, un acre olezzo di stronzata spandersi nell’aere. Che idea di biblioteca hanno questi signori? Pensano forse a un caveau in cui stipare libri importanti per nessuno? E il bibliotecario, quello che deve spuntare la lista con matita e mannaia, che ce l’hanno messo a fare? E, soprattutto, in che secolo vivono? Qui da me, in un intorno del 2007 (ah, buon anno: hai spedito le renne di babbo natale?), i classici o li trovi in rete – se fuori diritti – o li trovi in libreria stampati su carta polposissima in edizioni da 4/8 euro. Sempre da queste parti, i libri che nessuno legge – anche quelli belli, sia vecchi sia nuovi – dopo un po’ scompaiono e non li trovi né in libreria né in biblioteca.
Secondo te cosa è peggio?
a) la biblioteca di Vanzeghello Monte (o di Portichetto, Santo Stefano di Camastra, Vico Garganico o Senago) non ha l’edizione di tutte le opere di Tacito (Ah! Predatori del mondo intero adesso che la vostra sete di conquista e di devastazione totale non ha più scaffali da conquistare, che libri farete sparire?).
b) la biblioteca di Vanzeghello Monte (o… o… o…) non ha una macchina connessa alla rete da cui leggere (ed eventualmente stampare) Tacito, Liala, i racconti porni dei blog e la repubblica

7. Ah… A proposito del quotidiano migliore d’Italia… Domenica, l’inserto del sole 24 ore ospitava un articolo firmato da Martinetti in cui i nomi di Repubblica, di Washington Post e di Walter Veltroni venivano fatti, eccome. Si dava rendiconto dell’articolo e menzionando una serie di indicatori numerici (aggregabili in maniera sensata). La contea di Fairfax è un paradiso del lettore. Solo numeri impressionanti: percentuale di lettori su abitanti; numero di libri presenti sugli scaffali; numero di prestiti annui; personale in biblioteca e grado di specializzazione; stanziamento per l’acquisto di libri…
In più i libri non vengono distrutti. Sono spostati in un magazzino da cui i volumi possono essere recuperati. Ah… E c’è un particolare non menzionato: la lista dei titoli non consultati negli ultimi due anni si riferisce a specifici volumi. Dove repubblica/Washington post scrivono che potrebbero rimuovere dagli scaffali Addio alle armi, bisogna leggere che una delle venti edizione disponibili del libro potrebbe non essere più presa in prestito.

8. Già. Forse devo rivedere la soglia di accettazione di un quotidiano.





Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai