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venerdì, dicembre 22, 2006
venerdì, dicembre 15, 2006
Un giornale piccolo piccolo

1. Per un certo periodo ho lavorato, in Italia, con un quarantenne francese. Mi era stato presentato come esperto di cose della grande distribuzione organizzata ed effettivamente ci pigliava molto. Durante il primo incontro, sono stato molto colpito della parlata dell’uomo. Nonostante i quindici anni trascorsi in Italia, egli parlava con cadenza fortissima, accenti tronchi a raffica e un sacco di parole inventate derivate dal francese. Era persona simpatica e siamo entrati subito in confidenza (sui progetti è bene che si instauri immediatamente un bel clima conviviale da spogliatoi: parolacce e donne). Appena diventati amichetti, non ho resistito (sono uno stupidino): “Senti… in francese, come parla l’ispettore Clouseau?”
Il mio interlocutore mi ha lanciato uno sguardo indignato e, con voce durissima, mi ha detto: “L’ispettoré Clouseau è belsgio!”
E da quel giorno ancora mi chiedo perché i belgi abbiano fama, agli occhi dei francesi, di idioti preclari. A me Tintin e Maigret non sembrano male.
2. Oggi, leggendo il quotidiano, ho avuto forse un ulteriore tassello su cui maturare il giudizio.
Pare che ieri, in prime time, l’emittente di stato belga abbia trasmesso un telegiornale finto, con tanto di giornalista famoso, servizi sul posto, filmati e interviste a esponenti del mondo politico. Il senso generale del falso TG era: il Belgio non esiste più; il re ha tagliato la corda; è secessione, ragazzi!
Panico per quaranta minuti. Fino a quando non è comparsa in sovrimpressione la scritta “è una fiction”.
3. Nel 1938, Orson Welles fece una trasmissione radiofonica basata sulla Guerra dei Mondi di Herbert George Wells. Si trattava di un’emissione del Mercury Theatre, lo spettacolo che settimanalmente Welles faceva in radio, e aveva struttura di radiogiocronaca dell’invasione aliena. Migliaia di radioascoltatori, nel panico, invasero le piazze. Non ho notizie di incidenti.
4. Questo evento, spesso utilizzato (in compagnia dell’analogo terrore scatenato da una replica della trasmissione) per dimostrare il potere dei media, è utilizzato anche per sventare una delle più clamorose baggianate sull’effetto delle informazioni sui bipedi senzienti.
Si tratta di quella teoria da preistoria della sociologia dei media nota coi nomi di “ago ipodermico” o “pallottola magica”. Sostanzialmente essa afferma che un messaggio colpisce i destinatari in modo uniforme modificandoli in modo uniforme (e, di conseguenza, la pubblicità rende acquirente, la pornografia stupratore, i fumetti di crimine ladro o assassino).
La teoria è chiaramente una bufala (i pubblicitari, piangenti, te lo possono confermare). La fallacità di quella teoria è spesso dimostrata analizzando le reazioni del pubblico della Guerra dei Mondi di Welles/Wells. Una percentuale degli ascoltatori (in verità non così alta) si gettò nelle piazze, molti riconobbero la voce di Welles e la sigla del programma, altri cambiarono canale e scoprirono che le altre emittenti non coprivano la notizia, altri ancora telefonarono a parenti che vivevano nel posto degli orrori narrati…
5. PUF. La pallottola magica è svanita in una nuvoletta di zolfo.
6. Ed erano anni di grande ingenuità scientifica e tecnologica. La fantascienza più naif vendeva bene e la gente era disposta a credere ai marziani.
Ieri sera in Belgio (come, del resto, tutti gli altri giorni) le televisioni avevano decine di canali, il televideo funzionava bene, la telefonia cellulare era un servizio erogato con continuità e livelli ottimi, la telefonia fissa era una facility (come l’acqua e il gas), internet era ben distribuita in ogni casa, le radio erano praticamente installate in quasi tutte le automobili e le case.
C’è qualcosa che non quadra. Perché un quotidiano piccolo piccolo deve cercare di prendermi in giro?
giovedì, dicembre 14, 2006
A sparar inchiostro

Uno dei problemi centrali, da queste parti, è l’impossibilità di sparare inchiostro tornandosene a casa con la camicia linda. Sul bianco, credimi, gli schizzi risaltano un casino e, come può confermarti chiunque abbia giocato almeno un po’ con una pistola ad acqua, durante le fasi più concitate del confronto i rischi sono molteplici: i nemici, gli amici o, addirittura, puoi far tutto da te se solo gira il vento.
Durante i giorni di influenza mi sono ritrovato a scrivere una cosa per una rivista. Mentre ne parlavo col carissimo Fabio, confessando di aver sforato selvaggiamente (qualcosa come il doppio delle battute assegnatemi: sono un inguaribile dilettante!), il mio amichetto è sbottato in un’arguzia che ho trovato irresistibile: “D’altronde, si sa, la febbre allunga!”
Quando sono riuscito a smettere di ridere, ho iniziato a riciclare la gag (noi consulenti siamo così: quando qualcosa ci piace, entra automaticamente in repertorio).
Me la sono giocata con chi coordina quella rivista per scusarmi dell’eccesso (e, da signore, non ha fatto neanche un plisse, direbbe il poeta), con colleghi a proposito di un documento un po’ sbrodoloso, e poi…
Era troppo bella perché mi fermassi a soli due riusi.
E allora, mentre parlavo con Raffaella, una cara amica, le ho raccontando l’aneddoto. Ho avuto anche cura di raccomandarle di non dire a un terzo comune amico che avevo scritto un pezzo per quella rivista. Perché questi (il comune amico), da qualche tempo, mi piglia per il culo, dicendomi che sono la più recente forma di mafia del fumetto italico. La risposta di Raffaella mi ha chiarito due cose: 1) la battuta di Fabio non fa ridere (Fabio, sei licenziato: da oggi i testi me li scrivo da solo!) 2) anche lei è convinta che l’ultimo anno abbia visto una mia esplosione magnamagna.
Nego tutto! Soprattutto l’evidenza.
Però, tutto ciò, si porta dietro un po’ di considerazioni che prima o poi mi toccherà di fare.
Tanto vale iniziare subito.
Da un paio d’anni butto qua sopra (e per “qua sopra” intendo queste paginette grigie) pensieri sparsi. Nulla di realmente consistente e chiuso. Solo pensieri in libertà, perché – e mi vengono fuori i milanesismi alla Finardi – mi faccio un sacco di menate. Mi considero poco dogmatico: ho tantissime domande e pochissime risposte (e, quando pongo domande, ascolto solo le risposte “semplici”, affermazioni che, passando vicine al rasoio di Occam, non si troppo fanno male). Alla fine, non è detto che maturi opinioni su tutti gli argomenti. Riesco a vivere nel dubbio (anzi, riesco a vivere “solo” nel dubbio). Uno dei temi con cui mi titillo più spesso è la povertà delle analisi attorno all’italico fumetto (e, più in generale, attorno a tutte le forme di commistione di parola e immagine). La critica italica ha poche ragioni di esser felice. Però, dopo un anno di intenso magnamagna non posso considerarmi fuori dai giochi. La povertà delle analisi – se veramente esiste – si deve misurare ovunque. Magari anche nelle eccezioni.
Certo, sono molto snob. E la puzza sotto il naso, cui non voglio rinunciare, mi permette di solidarizzare (e fare magnamagna) solo con operazioni che mi appaiono significative. Forse sono eccezioni. Ma quando le eccezioni iniziano a essere molte bisogna guardarle meglio. Perché magari non sono eccezioni. Magari e banalmente, il livello di qualità del fumetto pubblicato (e delle analisi che lo riguardano) si è alzato e la soglia di tollerabilità settata dal mio essere maestrinodellaminchia viene sorpassata da più roba.
E questa è l’opzione che mi piace. Ma ce ne sono altre che, pur piacendomi meno, enumero per trasparenza.
Potrebbe essere che sono la volpe che è finalmente riuscita ad assaggiare l’uva e ha scoperto che non faceva poi così schifo.
Potrebbe essere che facendo magnamagna (che significa – almeno per me, giacché col fumetto non guadagno una lira – costruire una rete di amicizie e sintonie) ti ritrovi a voler bene o male a bipedi i cui lavori poi leggi. E magari (e per vari motivi) non riesci a rimanere imparziale.
Potrebbe essere…
Ah… Dimenticavo. Settimana prossima esce, nelle edicole e nelle Feltrinelli, il disco nuovo di Daniele Sepe. Si chiama “Suonarne 1 x educarne 100” ed è uno sguardo sugli anni 70 e sul movimento. Il booklet del CD contiene un articolo (brevissimo, un paio di cartelle – Daniele ne aveva chiesta una) sul fumetto italiano di quegli anni. Indovina chi l’ha scritto?
martedì, dicembre 12, 2006
Come i bambini

Sono milanese, io! Festeggio Santambrös! Gente furba e laboriosa i milanesi. Mica lo scegliamo a caso il santo patrono. Ci abbiamo le fabbriche e le imprese. Per aumentare efficacia ed efficienza della festa (ché, in quel periodo dell’anno, spegnere e riaccendere i riscaldamenti mi costa più del panettone a tutti i dipendenti), l’abbiamo appiccicata a un’altra festività (questa nazionale, però). Quella roba là… Come si chiama? L’immacolata concezione. Quest’anno, poi, ci è venuta proprio bene. Appiccicata, come la chiappa sinistra a quella destra, al sabato. Quattro giorni di fermo macchina e riscaldamento spento. Un affarone! Così non hai casini col sindacato perché obblighi tutti a fare il ponte (che tanto la maggior parte di quegli scioperati lo vuole fare lo stesso). E non sei neanche costretto a tenere in moto tutto perché qualche schifoso il ponte di sicuro non lo fa e se lo fai lavorare a -3° poi si ammala e quello se ne sta a casa fino alla befana. E io pago…
E così, sentendo l’atmosfera natalizia nell’aere, mi preparo al fine settimana più lungo e bello dell’anno. Quattro giorni di casa e figli. Cappotto, sciarpa e guantini (ma neanche troppo in quest’autunno dicembrino) e a spasso per le strade illuminate. Poi, tutti a casa abbracciati sul divano a bere un tè e a vedere “il castello errante di howl”, “la sposa cadavere” o “vip, mio fratello superuomo”.
E pranzo – o cena – con gli amici (a casa nostra o loro). Meraviglioso.
Macché!
Come i bambini!
39,5°!
Febbrone equino che non si abbatte neanche a colpi di paracetamolo (che, com’è noto, distrugge fegato e alito e reagisce in maniera imprevedibile – e non documentata – con il nimesulide).
La prima reazione della consorte è, bontà sua, mettermi in isolamento, allontanandomi dai figli.
Segregato in una stanza, febbricitante, maleodorante e con un malditesta fascista e un nugolo di scorpioni che mi scorrazzano, sottopelle, sulla schiena.
Lunedì mattina mi tiro su in un intorno delle 5. La febbre si è placata. Ho una temperatura da bipede (anche se la posizione che riesco ad assumere non lo indica). Decido che non riesco ad andare in ufficio. Però mi sembra di abusare di un servizio di pubblica utilità se chiedo al medico di passare lui (in realtà, lei) a darmi un occhio. Vado in ambulatorio.
Arrivo all’ora di apertura e… Cazzo!
Sono il decimo! Nove anziani. Otto femmine e un maschio. Hanno facce sofferenti. Mi convinco che sono persone sole per cui il medico curante è un po’ confidente, un po’ prete, un po’ assistente sociale, un po’ tutto.
E, infatti, ognuno di loro resta nello studio un sacco di tempo. Per un po’ non mi preoccupo: ho con me un libello di racconti di Boris Vian. La calma passa subito dopo poche righe. Trovo infatti un terribile errore di traduzione (io! che non riuscirei a pronunciare una parola francese neanche se mi muovesse la lingua un altro!). Un personaggio dice che un film ha ottanta fotogrammi al secondo. Non ventiquattro. Ottanta! Capisco che il problema è connesso alla barbara incapacità dei francesi di dire 80 senza fare le moltiplicazioni. Il libro vola nella pigna di “Chi” e “Oggi”.
Alzo lo sguardo e mi accorgo che nel frattempo la sala si è riempita sempre più e sono anche finite le sedie. Mi alzo per far sedere una signora. Un gesto di cortesia che mi costerà caro. Un’ora e quaranta di attesa con la schiena che urla: “LEEEEEETTTOOOOOO!!!”
Quando finalmente viene l’ora mia, entro nello studiolo e vedo la dottoressa (sarà la quinta volta in dodici anni).
- Buongiorno. (le porgo il tesserino sanitario)
- Buongiorno.
- Guardi, credo di essere banalmente influenzato…
- …
- Due giorni con temperatura costantemente tra i 38 e i 39,5 e oggi, finalmente, 37,5.
- … (prende un blocchetto con i fogli rossi per giustificare l’assenza dall’ufficio)
- …
- Devo includere anche sabato o domenica?
- No.
- Quanti giorni le do?
- Bho? Faccia lei. Io mercoledì devo andare in ufficio.
- Bene! (e scrive “s.influenzale”)
- Guardi. Che è influenza lo sto dicendo io…
- Sì, sì. E’ influenza.
- Bene.
- Non ha mal di gola. Vero?
- In realtà, un po’ sì.
- E la tosse?
- Anche.
- Altri sintomi?
- Mi fa male tutto e, in questo momento, sento una discreta facilità all’irritazione.
- E’ influenza! (mi passa il foglietto) Buongiorno!
- Speriamo… Le auguro una buona giornata.
Esco dallo studio e, nella sala d’aspetto, le anziane signore (ormai ci sono solo donne) mi guardano stupite. Sono stato dentro meno di due minuti.
Dopo questa strepitosa performance autodiagnostica, ho intenzione di preparare un biglietto da visita con sopra scritto “consulente, critico e dotto’”.
Esiste un luogo istituzionale dove denunciare questi comportamenti?
giovedì, dicembre 07, 2006
E ancora a proposito di Dick
(non sono impazzito, proseguo il delirio di ieri)

Ne stavo parlando l’altro giorno con Giuliano (che se non fosse che, di tanto in tanto, gli scappa di scrivere “nitore antifrastico” sarebbe un bravo ragazzo): il “Linea d’Ombra” fofiano più antico che entrambi ricordiamo è quello che conteneva un lungo saggio di Dick.
Mi sembra di ricordare che fosse introdotto da Stefano Benni (una volta una mia amica, facendosi dedicare un libro, ha specificato: “a Cinthia, col ‘th’”; il suo libro ora riporta la seguente dedica. “a Cinthia da Stephano”). Quel saggio parlava della realtà. Era quello che riportava la celebre affermazione (cito a memoria): “il mio mestiere consiste nel creare universi che non crollino cinque minuti dopo che li ho creati. Devo confessare che a me piace creare universi che crollano cinque minuti dopo”. Al suo interno c’era un altro passaggio che non ricordavo più e, parlandone con Giuliano, mi è tornato in mente. Non avendo voglia di cercarlo lo scrivo qua di seguito come lo ricordo (ma, se invece tu ne hai voglia, credo sia stato riproposto nella raccolta di scritti teorici fatta qualche anno fa da Feltrinelli e Shake per la collana Interzone).
“La realtà è l’abito di Dio. Egli la indossa, la vive e ce la fa vivere. Dio non ha obblighi di coerenza: ogni mattina mette l’abito che più gli aggrada”.
martedì, dicembre 05, 2006
24

Sabato scorso è uscito il nuovo numero di “Ventiquattro”, la rivista mensile del “Sole 24 Ore”. Non so se hai presente. E’ un giornalone con un sacco di immagini che amerebbe somigliare al “New Yorker” (freddezza, distacco, belle immagini, grafica pulitissima, indicazioni chiare sui trend da seguire). Come sempre l’ho sfogliato senza troppa convinzione. Troppo rare le sorprese perché mi possa realmente interessare. Come insegnano i rudimenti dell’economia domestica: ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa.
E l’avrei riposto senza neanche un fremito se non fosse stato per quella sporca ultima pagina. La rubrica a cura di Riccardo Chiaberge, il direttore dell’inserto della domenica del Sole, si chiama Dopotutto e presenta una chiacchierata con un personaggio della cultura. Questa volta il personaggio è Carlo Fruttero e l’argomento la fantascienza.
Sono – a buon ragione – pieno di pregiudizi: Fruttero è quello che (dopo un’antologia che ho molto amato da ragazzino, le meraviglie del possibile, con Solmi) si è dedicato con Lucentini alla cura di Urania. E’ quello dei romanzi scelti per un titolo (si dice che ai traduttori arrivassero note con indicazioni del tipo: “traducilo! E’ immondizia ma lo abbiamo già pagato!” E’ quello dell’impossibilità di una fantascienza italiana perché gli ufo che non possono atterrare a Lucca. E’ quello dei romanzi scorciati o allungati per riempire il corretto numero di pagine della collana. E’ quello.
Cosa avrà da dirmi questo signore?
“La fantascienza di oggi? Non riesco a leggerla. Sono per lo più storie tortuose che richiedono molta attenzione e competenza specifica. […] I cyborg? Cosa diavolo sono i cyborg? Io a malapena so cos’è un cordless come quello che sto usando per parlare con lei”.
“Quella [si riferisce a Bradbury, Clarke e Sheckley], in realtà era una fantascienza molto terrestre. Racconti sociologici, in cui la società di allora veniva rovesciata a colpi di paradossi. Qualche volta entravano in scena anche le astronavi e gli altri pianeti, me era soprattutto il futuro della Terra a interessare quegli autori”.
“Quando gli americani andarono sulla Luna mi sembrò una fine, non un principio”.
Per il resto, solo le inaffondabili certezze di un vecchio che – com’è giusto – con gli anni accentua il proprio animo reazionario.
Però, poi, leggo anche le domande che a Fruttero fa Chiaberge (che è un signore di mezza età):
“Ma come mai non si leggono più racconti così belli?”
“Perché il filone fantascientifico si è inaridito?”
E già. Non hai idea di come fossero belle le storie di Topolino di quando ero piccolo io. Non come quelle di adesso che sembrano proprio robe per bambini…
Mi viene in mente il memento di sua maestà Philip K. Dick: Io sono vivo e voi siete morti.
lunedì, dicembre 04, 2006
Completamente

Non sono completamente scemo. Te ne sarai accorto. No? E allora ho capito che questo non è esattamente lo spazio del dialogo. Un blogger si palesa e dice: ho un problema. Poi, raccontatolo, ci si mette a disquisire, nella pagina dei commenti, della possibile soluzione. Non funziona. Ci ho provato e non dà grandi risultati.
L’avverbio con cui aprivo si riferisce alla totalità. Se è vero che non sono scemo nella mia interezza, devo confessare che un pochino lo devo essere. Infatti ho ancora la tentazione di chiederti consiglio. La questione è semplice. Sta uscendo la collana di graphic novel di coconino e repubblica. La sfoglio con attenzione tutte le settimane e ci trovo pregi e difetti. In altre occasioni ne avrei anche lungamente parlato da queste parti. In questo caso non posso. Perché, avendoci messo dentro le dita tozze durante la realizzazione, mi ritroverei a non avere neanche l’usuale credibilità garantitami dallo stato di partigianeria controllabile (mi muovo, come tutti, seguendo affetti e interessi).
E allora dovrei tacere, ma non ci riesco (qualcuno là fuori mi dipinge logorroico, dimenticandosi che sono anche un incontinente verbale).
Arrivo alla questione che mi/ti pongo.
Leggendo le opinioni in giro per i forum, i blog e i newsgroup riguardo a questi libri ho osservato atteggiamenti diversi. Alcuni normali. Alcuni decisamente eccessivi. Lodi sperticate ignare dei difetti (i primi che mi vengono in mente sono la carta trasparente e il rimontaggio che Thompson ha rifatto al suo stesso lavoro, uccidendo uno dei due pregi di quel libro, la scioltezza assoluta del racconto) o attacchi mossi da un’acrimonia straordinaria.
Spacchetto il dubbio che mi assale in una raffica di domande. Dammi una mano.
Perché attorno a coconino ci sono sguardi emotivi senza compromessi: o amore acritico o odio viscerale?
Il rapporto del lettore con le case editrici è sempre (/spesso) di pancia?
E’ stato veramente così grave fare due edizioni così ravvicinate (ma che insistono su canali diversi – libreria/edicola – e che, presumibilmente, si rivolgono a pubblici diversi) di 5 è il numero perfetto e di Appunti per una storia di guerra?
E’ veramente necessario comprare tutte le edizioni di un libro per avere tutti i “contenuti speciali”?
Belli gli acquerelli... Ma dobbiamo per forza averli in casa tutti?
Il fatto che Igort periodicamente lanci una fatwa contro qualcuno c’entra con l’odio verso coconino?
E perché allora a qualcun altro piace così tanto?
Siamo obbligati all'appartenenza e alla scelta di campo?
Amore sbaciucchioso o odio intestinale. Questa contrapposizione succede anche per altre case editrici del fumetto italiano (e io non me ne accorgo perché sono obnubilato a mia volta)?
Su! Dimmi qualcosa.
venerdì, dicembre 01, 2006
Si avvicina natale. Sii buono con te stesso. Fatti un regalo!

Une aventure rocambolesque de Vincent Van Gogh : La Ligne de front
Manu Larcenet
Dargaud
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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