Spari d'inchiostro


giovedì, novembre 30, 2006

E' che non ho niente da dire...


venerdì, novembre 24, 2006

Daniel Dennett

Un aneddoto trovato tra le pagine di “Wired”. Nell’articolo dedicato ai nuovi atei vengono raccolte le interviste a tre signori che, con impatti diversi, stanno teorizzando la necessità di non credere in alcun dio. C’è il solito Richard Dawkins, quello del gene egoista, il neurologo Sam Harris, di cui non so nulla, e c’è Daniel Dennett, che ha curato con Douglas Hofstadter un’antologia (l’io della mente, edita da adelphi) che ho amato tantissimo e il cui ultimo libro è stato tradotto dal mio amico Tony. “Wired” pubblica una bellissima foto di Dennett (che non è quella bruttina che ho trovato io: ha il solo merito di mostrare il nostro vestito di rosso). Scopro che Dennett è un omone calvo, con gli occhiali e con un’importante barba bianca. Quando qualcuno sottolinea la sua somiglianza con Babbo Natale, Dennett spiega che quell’aspetto se l’è conquistato col tempo e che, una volta, assomigliava a Rasputin. Se, in aeroporto, un bambino gli si avvicina e gli chiede: “Ma tu sei…?”, Dennet si porta l'indice davanti al naso e alla bocca e, dolcemente e con sguardo complice, sibila: “shhh…”
In questi giorni sto pensando parecchio all’inglese Raymond Briggs e ai suoi libri illustrati. Come sicuramente ricorderai, il suo Babbo Natale vive un dramma: quando i bambini iniziano a riconoscerlo, si ritrova costretto ad abbandonare in tutta fretta il posto in cui sta trascorrendo le vacanze.


giovedì, novembre 23, 2006

Le donne di Genova

Sfere

Troppo vestito per quella città. Ho la divisa del consulente: completo grigio, camicia azzurra e cravatta regimental. A Milano alle 6.00 c’era quasi freddo e mi sono infilato anche un giaccone sopra la tuta da lavoro. Sceso dal treno, ho scoperto di aver guadagnato una decina di gradi durante un viaggio durato meno di due ore.
In questo momento dell’anno, di solito, gli orsi bruni sono in letargo. Quest’anno, no. Sono tutti là a girare, pelosi e annoiati, per territori stranamente caldi. E – come sottolinea il mio amico Giuliano – non è che l’orso va in giro a ufo: da qualche parte deve pur mangiare.
E tutto questo succede nei territori degli orsi. Pensa un po’ tu che caldo fa a Genova.
Con una stratificazione dell’abbigliamento da far invidia a babbo Natale, mi ritrovo in giro per una città che amo. Ma porcatrota!, non si potrebbe averla con meno salite. Trascino un trolley e una borsa col PC e sudo cercando di darmi un tono da consulente.
Poi, però, mi accorgo di un fatto piacevolissimo: a Genova c’è una percentuale elevatissima di culi tondi. Per mero amor di scienza sono costretto a guardarli tutti per verificare che la mia teoria tenga.
Tiene.
A pranzo affronto l’argomento col cliente che, però, non è un indigeno.
Ipotizzo che ci sia una relazione forte tra la tonicità delle chiappe, l’impossibilità di parcheggio (e il conseguente obbligo di scorrazzare per la città a piedi) e le strade in salita,
Il cliente mi stupisce. Mi dice che, secondo lui, il sedere sferico è un’eredità della vasta comunità sudamericana che popola Genova.
Mi sembra una stronzata ma non ho dati per pronunciarmi e poi, messo così, sembra uno scontro tra visione lamarckiana (la mia) e visione darwiniana (la sua). E – lo confesso – stare dalla parte di Lamarck mi fa sentire un po’ in colpa.

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jamin-a


mercoledì, novembre 22, 2006

Genova per noi

Colombo di Altan

Non posso esimermi dal fare alcune cose. E’ scritto nella carta dei servizi del consulente e mi sento proprio obbligato. I clienti da cui mi reco sono tutti diversissimi. Fanno mestieri diversi, producono cose diverse, sono in luoghi diversi. Le sole due cose che accomunano tutti sono: a) l’essere nei guai; b) l’aver chiamato l’azienda per la quale lavoro (e aspettarsi – inopinatamente – che io li tiri fuori dai guai)..
Quando arrivo da un cliente nuovo e particolarmente incasinato mi tocca lavorare (e chi mi conosce può dirti senza timore di smentita che non è nella mia natura). Arranco verso l’uscita del tunnel in cui mi sono ingenuamente immesso. Riunione. Verbale. Scazzo via mail o telefono. Presentazione powerpont. Raffica di riunioni. Sfilza di verbali. Pianificazioni. Mail di insulti (grandi circonlocuzioni per dire “ma vaffanculo!”). Coinvolgimento di responsabili. Nuova scarica adrenalinica. E poi arriva il buio e tutti se ne vanno verso il tetto domestico. Da consulente, invece, mi ritrovo lontano da casa e dagli affetti. Mangio un boccone in posti quasi sempre sbagliati (sono abilissimo a infilarmi nel ristorante peggiore del circondario) e mi rimetto alla tastiera per chiudere tutte le amenità che non ho fatto tra uno scazzo e l’altro (perché i progetti, senza una raffica di selvagge litigate iniziali, non partono). A quel punto dovrei svenire in una camera d’albergo, su un letto sconosciuto. Purtroppo la tensione accumulata mi impedisce di addormentarmi. Mi vanto di non lasciarmi coinvolgere emotivamente dal mio lavoro: sono cresciuto e i problemi di lavoro non vengono con me sotto la doccia, sul cesso e nel letto. Purtroppo, da consulente quale sono, mi porto l’ufficio (pc e telefono) sempre in borsa e la tensione ci si infila dentro con grandissima facilità. E allora, prima di mettermi a leggere, dormire o giocare col solitario del pc, scrivo le mie due righe per il blog. E magari l’indomani non ho neanche bisogno dell’aulin.

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Robert Altman

mercoledì, novembre 15, 2006

La fata dell'improvviso risveglio

OE Unknow Magnus

Tra giugno del 1982 e marzo 1985 nelle edicole italiane, in mezzo alla massa fumettata molto ricca in quegli anni, emerge una rivista che mi cambia un bel po’. Si chiama “Orient Express” e mi accompagna per i primi anni di scuola superiore.
Nell’edicola di Senago non c’è (o, se c’è, l’hanno nascosta proprio bene). Fortunatamente, a settembre, mi infilo diligentemente nel triste edificio grigio-verde del liceo scientifico “G.B. Grassi” di Saronno. L’edicola della stazione è la mia salvezza: ha tutto.
Fino ad allora ho letto tutti i fumetti portati a casa da mio padre e quelli scambiati cogli amichetti del quartiere. Durante un estate ho avuto per le mani qualche “Linus” e qualche “Alterlinus”: roba forte che mi ha chiarito che sul pianeta fumetto ci sono forme di vita intelligente. A settembre, uscito da scuola, investo una piccola fortuna per il mio primo “Orient Express”. Inizio a leggerlo e scopro che mi parlano di fumetti, di giallo, di avventura e di società. Poi trovo una storia breve straordinaria. Il segno è noto e facilmente riconoscibile. Anche la firma non mi è nuova. Magnus è quello che ha fatto gli Alan Ford più belli e poi è scomparso ai miei occhi bambini. E adesso eccolo lì a parlarmi di un intervento chirurgico per salvare la vita a un vecchio cui sono stati piantati due colpi in pancia. Il vecchio si chiama Unknow, lo sconosciuto, ed è triste. Viene salvato da un miracolo e alla fine scoppia a piangere guardando una madonna in cui – probabilmente – non crede. La prima volta che l’ho visto era steso su un tavolo operatorio con un tubo infilato nel pene e il ventre aperto. Quella storia ha squarciato la pancia anche a me.
Ma “Orient Express” è molto di più. E’ il tentativo di inseguire un’idea di narrazione che sia da un lato divertente e dall’altro capace di offrire strumenti di analisi sociale. Su quelle pagine si alternano gioielli diversissimi e improponibili nefandezze. Tutto però con un sguardo attento e vorace sulle narrazioni e sulla società. Storie di impianto avventuroso, poliziesco, erotico e anche fantastico, che non rinunciano a guardare fuori dalla finestra.
Su quelle pagine c’è chi impara a fare fumetto e chi disimpara. Vittorio Giardino, per esempio, ha maturato codici narrativi, tecnica e logica del racconto sulle pagine del Sam Pezzo ospitato da “Il Mago” e poi da “Orient Express”. Ha dimenticato tutto, perso dietro l’invidia del pennello e sviluppando narrazioni liofilizzate.
Trenta numeri che mi hanno segnato. Ho imparato ad affezionarmi a chi faceva quella rivista. Allora non avevo gli strumenti per giudizi distesi e mi innamoravo di tutto (è quello che dovevo fare a quell’età, oltre chiaramente a correre dietro ai cani). Poi sono cresciuto (moderatamente) e, grazie anche a quella rivista, un po’ di enciclopedia e di strumenti li ho maturati. Il valore dell’operazione non risulta sminuito, ma intuisco (o credo di intuire) dove Luigi Bernardi, che di "Orient Express" era signore e padrone, abbia sbagliato.
Erano gli anni di Manchette e del neo-polar e Bernardi conosceva (e conosce) benissimo i fatti letterari di Francia. Manchette scriveva: “Il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca. O più esattamente dell’epoca che sta ormai volgendo al termine, quella della controrivoluzione che regna incontrastata”. Uno slogan che stava a sottolineare l’importanza sociale e politica del genere, da mettere accanto al motto della scrittrice di fantascienza anarchica Ursula Le Guinn che ricordava che il futuro bisogna sognarlo prima di costruirlo.
“Orient Express” era mosso dalla convinzione che anche il fumetto fosse una delle “uniche” forme della narrazione morale, sociale e politica. Purtroppo arrivava tardi (o non riconosceva i propri interlocutori) e parlava con un’elite risicatissima. Ci si chiudeva in salotto si preparava il tè al bergamotto, si riscaldava il brandy e si accendevano i sigari e…
Attenti, ragazzi, a non buttare la cenere sulla moquette!


venerdì, novembre 10, 2006

Tassonomia del consulente (1)

creepy

Sono un fortunato bastardo. Faccio un lavoro verso cui provo un totale distacco e che spesso mi annoia. Mica sempre. Spesso. E questa è la chiave della mia fortuna. Amici mi dicono che il loro è un lavoro sempre noioso e allora penso che, per loro, trovare l’ambito punto di equilibrio tra felicità e sicurezza deve essere anche più difficile che per me.
Fare quello che gestisce progetti altrui (in soldoni è ciò che faccio) ti consente di conoscere molta gente e di vedere molti problemi diversi innestati in contesti diversi. Ti permette anche di incontrare gli altri bipedi senzienti che si aggirano per i corridoi delle aziende italiche con scritto in faccia, nelle movenze e sul biglietto da visita: consulente (o, meglio, “consultant” spesso associato a qualche variazione intorno alla parola “manager”). L’esperienza e il tempo mi hanno spiegato che ne esistono di vario tipo. Ecco l’inizio di un breve catalogo delle loro personalità.

Il MaInfatti
C’è stato un periodo breve ma intenso in cui le aziende (in Italia e nel mondo) parlavano solo di “qualità totale”. All’esaurirsi di quel periodo ci sono rimasti addosso un po’ di standard (e relative certificazioni, esamini periodici per alimentare una macchina poco convinta) e dei loschi figuri che hanno ben capito l’approccio. Li riconosci perché usano con naturale noncuranza la parola metodologia per intendere “modo”. Durante i corsi di qualità totale, questi signori sono stati bombardati da personaggi un po’ untuosetti che spiegavano loro che il dramma più grande che potesse vivere un’azienda era connesso alla presenza di figuri denominati “yes, but”, cioè quei tizi che, ricevuti ordini e istruzioni, mettono in dubbio la sensatezza (tutta o in parte) della richiesta. Vittimizzato da questo nefando insegnamento, il mainfatti ha sviluppato la propria metodologia di gestione dei progetti: individua chi comanda e gli dà sempre ragione. Il capo (o comunque quello che paga) dice una qualsiasi stronzata che avrà effetti distruttivi sul raggiungimento degli obiettivi di progetto (un progetto è una macchinetta che, definiti tempi e soldi, deve estrarre un prodotto o un servizio compatibile con obiettivi e vincoli dati) e il mainfatti torna in officina e – con occhio truce – impartisce ordini a tutti perché si acceleri in direzione del muro. A chi gli fa osservare che il muro si sta avvicinando pericolosamente, il mainfatti sibila sprezzante: “Sei proprio uno yes,but!”

Il DifensoreDelCompitino
Incapace di mediazione e di comunicazione, il difensoredelcompitino allestisce documenti di 200 pagine in cui presenta la storia dell’universo per il tramite del dump esadecimale del core del sistema (qualunque cosa voglia dire). Preso dall’estasi per la bellezza delle soluzioni che sta disegnando, si dimentica che dall’altra parte c’è uno che lo paga perché gli risolva un problema. Il difensoredelcompitino, costruisce origami documentali di enorme bellezza che potrebbero essere portati, con uguale ficcante efficacia, in qualsiasi azienda per risolvere qualsiasi problema. Quando il cliente ha l’ardire di rivendicare la diversità dei propri guai, il difensoredelcompitino si incazza e inizia a inveire citando standard internazionali e (anche lui) sacre metodologie scolpite sulle tavole della legge. Ha l’assoluta consapevolezza che il metodo sia giusto e il mondo sbagliato. E per stendere il mondo sul suo letto, come Procuste, lo tira da tutti i lati se è troppo piccolo o lo taglia se troppo lungo.
Il difensoredelcompitino, di solito, gestisce progetti di cui non si saprà più nulla perché distrutti dal crollo della montagna di documenti.

Il TroppoConsapevole
Come puoi facilmente intuire, anche le cose più difficili devono essere affrontate nel solito modo: un passo alla volta. Ci si avventura negli sconfinati territorio della complessità e si riconoscono strade note, territori pericolosi (hic sunt leones) e piacevoli declivi da percorrersi con passo rilassato e cadenzato.
Il troppoconsapevole non è un viaggiatore tranquillo. Prima di partire ha letto tutte le guide turistiche sull’argomento, un paio di libri di storia, i principali testi letterari e ha almeno dato un’occhiata in biblioteca per cogliere sfumature sociologiche e antropologiche.
Giunto a gestire il progetto, lo cartografa con minuzia. Osserva ogni centimetro quadro e lo documenta… con minuzia. Studia i fenomeni macroscopici e microscopici e se li appunta… con minuzia. Troppa minuzia.
Quando ti parla del progetto che sta gestendo te lo racconta tutto. Dall’inizio alla fine. Sa che la gestione dei rischi è la chiave del successo di un progetto e allora i rischi li gestisce tutti, e tutti insieme. Se un piccione ha cagato sul parabrezza, in un angolo c’è una vecchina con la gamba spezzata e un meteorite sta per colpire il pianeta estinguendone la vita senziente, il troppoconsapevole inizia a pulire il vetro.
Come succedeva ai cartografi cinesi del noto racconto di Jorge Luis Borges, le macerie del suo progetto giacciono sotto un’immensa mappa 1:1.

Il Sofferente
Ha il viso giallognolo e si guarda sprezzante intorno. Quando gli parli contrae il volto esprimendo il dolore gastrico che gli stai causando. Lui sa. E’ già stato in un milione di posti e quella cosa l’ha fatta un miliardo di volte. Riesce a disprezzare chiunque attraverso quegli occhietti sottili: se solo sapessero obbedire agli ordini.
Qualche volta ha ragione e i progetti finiscono bene. Più spesso è solo gastrite.

(continua prossimamente, ma non ci contare troppo)

postato da sparidinchiostro alle 10:47 | link | commenti (3)



giovedì, novembre 09, 2006

Son cose che fan bene al cuore

L’autoricerca su google paga sempre. Ho avuto la mia prima menzione a proposito del pezzo su Maus. Su it.arti.fumetti, Andy Roid scrive:

All'inizio sono presenti una decina di pagine di introduzione all'opera. Con la solita introduzione di Raffaelli e il suo articolo sullo stile dell'autore (non ho controllato se e' stato copiato ed incollato da quello fatto a suo tempo per l'edizione su i Classici di Repubblica di
quasi 3 anni fa). A questo si aggiungono un articolo scritto da Paolo Interdonato (e non so chi sia), uno da Spiegelman stesso e vari disegni e schizzi preparatori a corredo degli scritti stessi. La traduzione e' la stessa del volume Einaudi, ossia a cura di Cristina Previtali.

E’ ufficiale: da questo momento “(e non so chi sia)” sarà impresso sotto lo stemma della casata Interdonato che, come è noto, è una mano destra con le cinque dita che si toccano tra loro (Gadda parlava di “rosa digitointerrogativa” e di “gesto caro agli apulei”).


martedì, novembre 07, 2006

A volte ritornano

totentanz

E’ che non ho il fisico. Forse non ce l’ho mai avuto. Il problema è che il tempo lotta contro di me e io invecchio. Il mio amico Lorenzo mi fa osservare che è triste invecchiare ma l’unica alternativa possibile forse è anche peggio (a meno che tu non ti chiami James Douglas Morrison).
Tre giorni pieni di Lucca pongono il mondo in un’altra prospettiva.
Torno a casa e rimango abbracciato per due ore con i miei bambini. Sono più affettuosi che mai e io mi chiedo chi me lo faccia fare di andare a gironzolare per città solo per i fumetti.
Ho uno zaino pieno di libri (molti comprati, qualcuno regalato) che adesso è appoggiato in un angolo pronto a essere svuotato lentamente (moooolto lentamente).
Ieri sono rientrato in ufficio con calma, convinto di avere agio di muovermi con passo bradipico, e – invece! – ho scoperto come si deve sentire lo specchio quando l’adolescente vittima dell’acne gli si avvicina strizzando un lembo di guancia tra gli indici. La famiglia si è ammalata, praticamente all’unisono, nell’esatto istante in cui mi ha visto varcar la porta di casa. Pensavo alla difficoltà della vita tra le mura di casa e in quel momento qualcuno ha deciso che aveva trovato il sito su cui scaricare il container di concime fumante lavorativo.
Giurin giuretta. Quando capisco qual è la posizione meno dolorosa torno da queste parti e parlo un po’ di tutto. Del viaggio, degli amici, dei libri (di quelli belli e di quelli brutti), delle tavole rotonde, della collana di repubblica, e di tuti l’ati sturiellett’.

postato da sparidinchiostro alle 15:07 | link | commenti (3)






Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai