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venerdì, ottobre 27, 2006
Cose da fare settimana prossima - 3

Ormai è ufficiale. E’ in uscita una serie di dieci volumi a fumetti allegati a “Repubblica” ed “Espresso” e curati da Coconino. Il primo arriva venerdì prossimo (il 4 novembre) ed è Maus. L’iniziativa prevede un’importante diffusione per fumetti che non usano il nome del personaggio (o quello dell’autore) come richiamo. Al centro c’è la storia (l’opera, il romanzo, il graphic novel o come vuoi chiamarla). Mi sembra sia un evento non ordinario che meriterebbe di essere analizzato e discusso lungamente. Non da queste parti, però. Non sono un interlocutore imparziale: una sezione redazionale su quei libri esce col mio nome sotto.
E siccome ho già il megafono autopromozionale in mano, ti segnalo che settimana prossima - a Lucca e poi in distribuzione nelle librerie - esce il numero nuovo di "Black". E' dedicato a Harvey Kurtzman e contiene un articolo sull'autore.Siccome - lo sai - il padre di "Mad" è una delle mie ossessioni preferite, il pezzo l'ho scritto io.
giovedì, ottobre 26, 2006
Cose da fare settimana prossima - 2

Mostra di riproduzioni e originali
SCHIZZO: 20 ANNI DI IDEE E NUOVI AUTORI
Dal 28 ottobre al 12 novembre, presso
Auditorium di San Romano (piazza San Romano) a Lucca.
Orario: 10 – 13; 15 – 19.
Nei giorni del 1, 2, 3, 4 e 5 novembre: orario continuato.
Ingresso gratuito.
Schizzo ha rappresentato per il fumetto italiano uno spazio permanente aperto ai nuovi autori e alle riflessioni critiche più originali e alternative sul mondo del fumetto.
In vent'anni sono stati realizzate ben settantacinque numeri, suddivisi in varie serie e collane, più diversi speciali. In circa quattromila pagine sono stati pubblicati almeno duecento autori (quasi tutti esordienti) e sono stati affrontati argomenti di ogni genere: dai profili dedicati agli autori e ai protagonisti del settore, alle riflessioni più generali sul medium e sulle sue opere.
Non sono mancate le polemiche, le critiche e gli approfondimenti anche su temi scottanti come la scarsa attenzione ai nuovi stili, i limiti del mercato editoriale nazionale, i problemi cronici delle manifestazioni italiane, il rapporto con la censura, i diritti degli autori... E poi gli sguardi ripetuti sulle principali tendenze artistiche, anche a livello internazionale.
Schizzo è stato ed è ancora oggi il punto di riferimento per chi ha un pensiero diverso e non omologato rispetto a cosa sia il fumetto, a quali siano le sue vere potenzialità, che vanno al di là del mercato, e a cosa rappresenti veramente per la nostra cultura.
Schizzo è stato ed è ancora oggi anche una palestra e una porta d'ingresso nel settore per molti autori e aspiranti operatori del settore.
Questa mostra ne ripercorre le fasi salienti e propone anche una galleria di omaggi, appositamente realizzati da alcuni dei tanti amici che in questi anni hanno fatto parte di questa esperienza.
Sul catalogo è pubblicata anche una bibliografia completa di tutti gli autori, collaboratori e temi apparsi sulla rivista.
Appuntamento al prossimo anniversario!
mercoledì, ottobre 25, 2006
Cose da fare settimana prossima - 1

Comics Talks 2006
Per il fumetto, nazionale e internazionale, è il momento della riscossa. Dopo un decennio di crisi, la sua ripresa economica è anche una vera e propria rinascita culturale. E dietro ai nuovi successi, dal ritrovato interesse dei grandi editori ai nuovi rapporti coi media, si nascondono grandi cambiamenti. Fervono le idee intorno al fumetto, e il fumetto stesso - per guardare al futuro - è in cerca di idee.
Fra le iniziative offerte per onorare il lungo rapporto tra Lucca e il fumetto, iniziato 40 anni fa proprio intorno a dibattiti, incontri e convegni, Lucca Comics 2006 presenta “Comics Talks”, un nuovo progetto che nasce per approfondire e accompagnare le nuove idee intorno al fumetto contemporaneo.
L’obiettivo del progetto “Comics Talks”, ideato dal critico e studioso Matteo Stefanelli, è quello di offrire - nel solco dei pionieristici dibattiti pubblici sul fumetto animati, 40 anni fa, da intellettuali come Umberto Eco, Elio Vittorini o Oreste del Buono - un’occasione di confronto e scambio fra creatori, professionisti ed esperti all’interno di uno dei più ampi e prestigiosi eventi europei sul fumetto. Un appuntamento fisso che fornirà una nuova opportunità strategica per il settore, volta a integrare e arricchire le tradizionali presentazioni editoriali; e un’occasione collettiva per accompagnare, con l’analisi e la riflessione, lo sviluppo culturale del fumetto che verrà.
I “Comics Talks”, in questa prima edizione, si presenteranno nella forma di un ciclo di tre dibattiti su temi di attualità e di interesse culturale generale, animati da alcuni fra i più prestigiosi autori, professionisti e creativi del fumetto internazionale, tra cui Alfredo Castelli, Jean-Marie Compte, Tito Faraci, Gipi, Igort, Kikuo Johnson, Fausta Orecchio e Jeff Smith.
Calendario incontri
Tutti gli incontri sono a Lucca, al Museo Nazionale del fumetto, Sala Magnus
LE BATTAGLIE DEL COLLEZIONISMO.
Il contributo del collezionismo alla cultura fumettistica, fra arte e modernariato
Giovedì 2 Novembre, Museo Nazionale del Fumetto, h. 18.30
- Gianni Bono (Direttore Museo Nazionale del Fumetto)
- Alfredo Castelli (autore e storico)
- Jean-Marie Compte (Direttore Centro Nazionale del Fumetto e dell’Immagine, Angoulême)
- Sergio Pignatone (collezionista e editore, Little Nemo)
- Fausto Proietti (collezione Miomao)
> modera : Matteo Stefanelli
FORME OLTRE IL FORMATO.
Albo o graphic novel, mini-comics o maxi-album: stili e pratiche delle forme e dei formati fumettistici
Venerdì 3 Novembre, Museo Nazionale del Fumetto, h. 18.30
- Igort (autore e direttore artistico, Coconino Press)
- Fausta Orecchio (editor e graphic designer, Orecchio Acerbo)
- Diana Schutz (editor, Dark Horse)
- Jeff Smith (autore, Bone)
> modera : Paolo Interdonato
5 BUONE RAGIONI PER FARE FUMETTI OGGI.
Motivazioni, visioni e obbiettivi nell’esperienza di 5 autori
Sabato 4 Novembre, Museo Nazionale del Fumetto, h. 18.30
- Diego Cajelli (Dampyr, Pulp Stories)
- Tito Faraci (Topolino Noir, Brad Barron)
- Gipi (Appunti per una storia di guerra, S.)
- Kikuo Johnson (Night Fisher)
- Giovanni Mattioli (Piera, L’età selvaggia)
> moderano : Matteo Stefanelli e Paolo Interdonato
martedì, ottobre 24, 2006
L'Arte per l'Arte

Mia figlia un paio di sere fa.
- Papà lo sai che io e Davide siamo due supereroi?
- Davvero?
- Sì. Lui ha i poteri della tigre bianca, io quelli della tigre arancione.
- Ah.! E cosa fate?
- Quando di notte qualcun è in pericolo, ci infiliamo i costumi e andiamo a salvarlo.
- E com’è che io non faccio niente?
- No. Anche tu sei un supereroe!
- Bello! E chi sono!
- Sei l’Uomo-Geco!
- L’uomo geco? E cosa faccio?
- Quando qualcuno grida, ti appiccichi su vetro e fai così… [porta le mani aperte ai lati della faccia, strabuzza gli occhi e mostra, a intervalli, un pezzetto di lingua]
- E poi?
- Niente. Hai dei superpoteri ma sono completamente inutili…
lunedì, ottobre 23, 2006
Nona Arte

‘Sta storia della Nona Arte io la trovo un bel po’ fastidiosa. Mi sembra una locuzione piena di inutili maiuscole (che mi danno sempre la sensazione di qualcuno che sta manovrando qualcosa che non capisce). Lo sai, tu, da dove deriva? Il primo numero di “Nouvieme art”, che è la rivista annuale del CNBDI e che – nonostante il titolo odioso – è fatta molto bene, contiene un editoriale di Thierry Groensteen che spiega che la numerazione delle arti si fa così (metto tutte le maiuscole al posto giusto, ché sennò magari qualcuno se ne ha a male):
- Architettura e Musica sono le due arti fondanti;
- da esse derivano Pittura e Scultura (derivate dall’Architettura, e siamo a quattro),
- e Poesia e Danza (dalla Musica, e si arriva a sei);
- la sintesi ultima di queste sei sorelline è la Settima Arte, il Cinema, con tutte le sue forme in movimento;
- dopo il cinema, ci sono la Radio e la Televisione (tutte e due insieme perché fanno più o meno la stessa cosa: stanno dentro una scatola);
- e, quindi, finalmente… TATTARATA’ TARATTARATATTATTARATAAAAA… Signore e signori, la NOOOONAAAA ARTEEEE: il Fumettooooo
Nove arti? Ma ti rendi conto? Ricordarsi nove elementi è difficilissimo. Così, a bruciapelo, dimmi i sette peccati capitali? E i sette nani?
…
Visto? Non te li ricordi. Ti sei dimenticato la Lussuria (vergognati: è il mio peccato – squisitamente teorico – preferito) e il nano che ti manca è Gongolo!
Dimmi le nove arti?
Le hai appena lette e non te le ricordi! Come la mettiamo?
Poi c’è questa cosa che ha fatto osservare da qualche parte Warren Ellis e che trovo assolutamente geniale. Hai mai sentito parlare di Decima Arte? No? Semplice, perché non esiste. Questo vuol dire che il fumetto è l’Ultima Arte. Non quella definitiva, proprio l’ultima. Quella dimenticata in frigo a fare i funghi. Quella un po' accartocciata in fondo all'espositore che nessuno ha il coraggio di tirare su. L'Ultima. Come l’ultimo paio di scarpe di quel modello ormai fuori stagione che mi vogliono sempre vendere con il 60% di sconto.
Leggi fumetti: in estate piedi sudati, in inverno piedi gelati!
venerdì, ottobre 20, 2006
Potere alla parola - Note

Le parole di Will Eisner qui riportate sono estratte dal volume “Fumetto & arte sequenziale” (Vittorio Pavesio Productions, Torino 1997).
Quando parlo di interfaccia uomo/calcolatore intendo la progettazione degli eventi che permettono una interazione efficace tra un utilizzatore umano e un programma.
“Cervello e linguaggio”, l’articolo di Antonio R. Damasio e Hanna Damasio, è stato pubblicato originariamente su Le scienze n.291 (novembre 1992) e poi antologizzato in Giuseppe Longobardi (a cura di), “Le lingue del mondo”, Le scienze – Quaderni n. 108, giugno 1999.
Lo scontro tra Hearst e Pulitzer per il possesso di Yellow kid e Katzenjammer kids viene dettagliatamente raccontato da Oreste del Buono e Ranieri Carano in AAVV, “Enciclopedia del fumetto 1”, Milano Libri Edizioni, Milano, 1969. Fa osservare del Buono: “i comics, si sa, debbono la loro più immediata origine alla lotta tra due capitalisti americani verso la fine del secolo scorso. Erano gli anni successivi alla guerra civile, gli anni della definitiva disfatta dei sogni agricoli di Jefferson, del trionfo insaziabile dei Robber Barons. Joseph Pulitzer e William Randolph Hearst, capitani d’industria che avevano scelto l’industria del giornale come campo d’affermazione, si disputarono la supremazia di New York. Per ottenere tale supremazia, nel loro campo, occorreva vendere il maggior numero di copie di giornale, e, per vendere il maggior numero di copie di giornale, occorreva andare incontro al pubblico, creare il pubblico.”
Informazioni su il “Corriere dei piccoli” possono essere estratte da “Corrierino Corrierona. La politica illustrata del Corriere della sera” di Claudio Carabba (Baldini & Castoldi, Milano, 1998). Il volume è stato pubblicato originariamente da Guaraldi di Firenze nel 1978. La “Postilla postume” aggiunta dall’autore per aggiornare i contenuti del volume è così imprecisa e sbrigativa (una ventina di pagine per riassumere il periodo compreso tra il 1952 e il 1994) da risultare addirittura lesiva all’intero volume.
Ho copiato la frase di Faeti da Fausto Colombo, “La cultura sottile. Media e industria culturale in Italia dall’ottocento agli anni novanta” (Bompiani, Milano, 1998). Il volume viene citato nuovamente più avanti nel testo.
A proposito di fumetti malamente riadattati è probabilmente il caso di rammentare le infinite polemiche scatenatesi a proposito del trattamento cui Ferruccio Alessandri sottopose molte strisce sindacate d’avventura statunitensi. In ogni striscia, per esigenze di quotidiana scansione narrativa, dovevano essere riassunti gli avvenimenti del giorno precedente. Alessandri elise sistematicamente dalle storie il quadretto riassuntivo e il solo ringraziamento che ottenne per aver liberato i lettori dalla ridondanza fu l’accusa di iconoclastia mossagli dai puristi del fumetto che videro l’integrità dell’opera venire meno.
L’episodio di Paperinik citato è “Dalla A alla Zebra”, sceneggiato da Francesco Artibani e disegnato da Ettore Gula. E’ apparso in “PK. Paperinik new adventures” speciale 00, agosto 2000.
(fine - finalmente)
lunedì, ottobre 16, 2006
Potere alla parola - 3

A proposito di parole e immagini: un esercizio
Nel sito del Words and Pictures Virtual Museum vengono presentate tutte le pagine del primo fascicolo della miniserie (poi raccolta più volte in volume) “Elektra Assassin” di Frank Miller e Bill Sienkiewicz.
L’encomiabile mostra in rete presenta la riproduzione delle tavole di Sienkiewicz prima e dopo l’aggiunta di balloon e didascalie.
Le tavole private degli elementi atti a contenere il testo (ma non per questo prive di parole) vivono di un equilibrio grafico interessante. Non siamo di fronte all’assoluto silenzio: spesso il movimento viene espresso da parole che si sostituiscono sia alle onomatopee sia ai grafemi (ovvero alle tracce di penna che evidenziano direzione e velocità del movimento).
Osserviamo la prima pagina.
La tavola contiene nove quadretti. I colori predominanti sono freddi: il mare è blu, i corpi e il cielo sono bianchi. Le note di calore sono date dalle guance (rigorosamente circolari e rosse come nelle immagini naïve prodotte dai miei nipoti – ma è proprio questo l’effetto voluto) e dal sole giallo sferico e radiante raggi, distribuiti con perizia infantile.
Elektra, comodamente seduta dentro il ventre materno è, nella migliore tradizione del training autogeno, felice, rilassata e calda (la linea che delimita la pancia è rafforzata da segni di pastello rosso).
L’unica nota veramente calda nella pagina è la settima vignetta: l’arrivo del pericolo. L’elicottero portatore di morte è una silhouette nera sul sole rosso.
L’ultimo quadretto della tavola è esemplare: l’elicottero entra da sinistra. Sulla destra c’è la barca su cui Elektra e i genitori stanno godendo delle proprie vacanze. E’ già notte. L’elicottero si staglia sulla luna. Sienkiewicz introduce due elementi testuali. Da un lato una freccia indica l’elicottero e riporta la dizione “UHOH – here comes trouble”, dall’altro “DAD and His wife here”. La frase che si riferisce all’elicottero è vergata con segno che riesce al contempo a emulare la scrittura incerta dell’infante cui è attribuita la narrazione e a sostituirsi all’onomatopea assente. La sua totale alienità rispetto ai codici del fumetto, la rende estremamente inquietante: il buio si avvicina. La frase che si riferisce ai genitori ci racconta, con pregevole gioco di anticipazione (che data l’impossibilità di reperire la sceneggiatura di Miller, non so se attribuire allo sceneggiatore o al disegnatore) tutto quello che si deve sapere sull’infanzia di Elektra: padre iperprotettivo e madre assente (sono i canoni – ovviamente ribaltati – che, ci insegna la psicologia spicciola di Julia, portano alla nascita dei serial killer maschi).
Osserviamo ora la stessa pagina dopo l’aggiunta di didascalie e balloon e la preparazione per la pubblicazione. E’ probabilmente assai importante rimarcare che essa, per essere pubblicata sul sito di Words & Pictures, è stata sottoposta a processo di scansione elettronica applicando una risoluzione inferiore.
La pagina è stata ripulita dalle sbavature di colore, dalle tracce di matita e dalle ditate del disegnatore. I bianchi sono assolutamente bianchi. I colori freddi sono attenuati. Emerge un verde che nella prima scansione non aveva predominio così rilevante. Appaiono i testi. Sono racchiusi in figure regolari e vengono immediatamente decodificati dal lettore come didascalie. In questo caso, le scatole contengono narrazione in prima persona. Si tratta delle affermazioni di un bimbo o di uno psicolabile. Il connubio tra parole e immagini è totale. La disposizione delle didascalia è equilibrata e segue la direzione della lettura: non altera nessuno dei messaggi precedenti. Aggiunge informazioni. L’arrivo dell’elicottero (quadretto 7, l’esplosione calda nella tavola fredda) è ora caratterizzata da un’onomatopea che si finge testo. Nella didascalia si legge: “-- eggbeater eggbeater --”. Pausa. E poi ancora, nel quadretto 9, “eggbeater” (La ripetizione di eggebeater – 3 volte – riapparirà due pagine dopo a tragedia conclusa e durante il presumibile e invisibile allontanamento dell’elicottero.
Passiamo ora a pagina 21.
La tavola contiene 12 quadretti di identiche dimensioni disposti su tre strisce che simulano la ripresa cinematografica. Una scansione della narrazione che urla “Miller!” in tutte le direzioni. Interno fumoso. Un uomo guarda una foto sorridente su un quotidiano e, subito dopo, ci spegne sopra la propria sigaretta . L’uomo si riempie all’orlo un bicchiere di liquore scuro (presumibilmente whisky). Lo vuota con pochi sorsi. Si accende una nuova sigaretta e ne gode (pienamente) un tiro. Nuvola di fumo. Appare Elektra (presagio di morte?) avvolta in un impermeabile molto chandleriano.
Mi concentro ora sulla pagina riprodotta dal volume pubblicato. Essa è infittita di didascalie. Il testo chiarisce che Elektra è presente fin dalla prima vignetta; definisce il luogo; identifica l’uomo della foto; connota il liquore. Elektra si rende visibile solo per indicare il prezzo del miglior killer sulla piazza “due dollari”.
La tavola successiva (la 22, nata per apparire a sinistra e quindi invisibile al lettore fino a quando non avrà girato la pagina) è un’esplosione di rosso (attenuata nella riproduzione per la stampa). La scansione narrativa si infittisce: 11 quadretti su 6 strisce, 10 dei quali regolari e disposti su due colonne, l’undicesimo, largo il doppio occupa l’ultima striscia.
I testi sono radi. Si tratta di un virtuosismo omicida che porta l’uomo della fotografia della pagina precedente (qui a colori e caratterizzato da un faccione rubicondo) a morte terribile. Non una sbavatura di testo. Non una ripetizione di quanto rappresentato graficamente. Testi ossessivi che replicano l’iterarsi delle rotazioni centrifughe della giostra su cui l’uomo gioca con una bambina. Non un aggettivo sprecato.
Grandioso scrittore, Frank Miller.
(3. continua)
giovedì, ottobre 12, 2006
Potere alla parola - 2

Parole parole parole: falsa partenza in Italia
Il 27 dicembre del 1908 è una data di fondamentale importanza per la storia italiana sia dell’industria culturale sia, più specificamente, del fumetto: il "Corriere della sera", quotidiano di Albertini, vara il "Corriere dei piccoli", supplemento dedicato al progetto pedagogico di Paola Lombroso Carrara.
Nonostante il Corrierino non fosse la prima pubblicazione italiana a ospitare fumetti, fu immediatamente chiaro che quella commistione di testi e immagini (che, per altro, vedeva le parole imprigionate in evanescenti nuvole di fumo) sarebbe stata assai lesiva per i giovani intelletti. L’immagine doveva essere al servizio della parola.
Il fumetto fu normalizzato e privato di tutta la sua carica eversiva. Parole e immagini furono separate nettamente. I balloon furono cancellati e sostituiti dai versi di Antonio Rubino. Bibì, Bibò e il capitan Cocoricò di Dirks e di Knerr, Fortunello di Opper, Mimmo Mammolo di Outcault e Arcibaldo e Petronilla di McManus furono rielaborati per divenire, agli occhi dei pedagoghi, innocui e accettabili.
Si osservi che, secondo la definizione di McCloud, questi racconti in versi edulcorati sarebbero – nonostante tutto – fumetto.
Scrive Antonio Faeti: “L’opposizione al fumetto come tramite espressivo nuovo, è forse giustificata, in Rubino, dal suo particolare modo di rendere gli spazi, riempendoli di un’infinità di curve, di riccioli, di frammenti. Non c’era quindi posto, nei suoi disegni, per il vuoto grafico, diverso dal contesto espressivo, che il balloon poteva rappresentare. Ma più in generale, si tratta di un’ostilità di tipo pedagogico: la nostra letteratura per l’infanzia intendeva ridurre al minimo le possibilità di intrattenimento puro, che erano reperibili al suo interno. Il “contenuto” doveva essere “guadagnato” con una faticosa e impegnativa lettura, non ottenuto quasi in regalo con una rapida occhiata a una pagina, in cui testo e illustrazioni si confondono”.
E’ interessante osservare come questo tentativo di costruire un lettore responsabile, capace di accedere a messaggi difficili perché nascosti nel testo, abbia sortito uno straordinario effetto benefico: la creazione di una nuova categoria di lettori stravolgenti.
“A quel tempo in Italia il sistema dei balloons con le frasi del dialogo non era ancora entrato nell’uso […]; il «Corriere dei Piccoli» ridisegnava i cartoons americani senza balloons, che venivano sostituiti da due o quattro versi rimati sotto ogni cartoon. Comunque io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perché mi bastavano le figure. Vivevo con questo giornalino che mia madre aveva cominciato a comprare e a collezionare già prima della mia nascita e di cui faceva rilegare le annate. Passavo le ore percorrendo i cartoons d’ogni serie da un numero all’altro, mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producevo delle varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo le costanti di ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui i personaggi secondari diventavano protagonisti”.
Le affermazioni qui trascritte sono di Italo Calvino e provengono dalle sue “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio” (Garzanti, Milano, 1988).
Visibilità, titolo della conferenza da cui sono state estrapolate le frasi citate, è uno dei valori (“o qualità o specificità”) della letteratura che Calvino vuole situare “nella prospettiva del nuovo millennio”. Tra quelli proposti è sicuramente il valore che mi sta più a cuore.
La conferenza inizia con un verso di Dante: «E poi piovve dentro a l’alta fantasia», a chiarire che l’intenzione dell’autore è dimostrare la fisicità della fantasia. Essa è un luogo in cui piovono immagini, suoni, odori, sensazioni che entrano in risonanza, in corto circuito.
Ridondanze: la parola è tutto
Prosegue Calvino: “Quando imparai a leggere, il vantaggio che ricavai fu minimo: quei versi sempliciotti a rime baciate non fornivano informazioni illuminanti; spesso erano interpretazioni della storia fatte a lume di naso, tali e quali come le mie; era chiaro che il versificatore non aveva la minima idea di quel che poteva essere scritto nei balloons dell’originale, perché non capiva l’inglese o perché lavorava su cartoons già ridisegnati e resi muti. Comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione”.
Leggere queste frasi e sentire il vitreo rumore del sogno pedagogico del Corrierino che va in frantumi è, innegabilmente, un tutt’uno. Un lettore stravolgente non può accettare di essere ingabbiato da un riscrittore che, alla già abituale traduzione, somma un ulteriore tradimento. Vale uno degli innumerevoli insegnamenti del compianto Charles M. Schulz: “l’arte non conosce fallo di ostruzione”.
Risulta evidente, almeno ai miei occhi, che, quando parla di “interpretazioni a lume di naso”, Calvino sta attribuendo al “versificatore” uno dei peccati capitali guardato con orrore da tutti coloro i quali si esprimono facendo uso di linguaggi visuali: la ridondanza.
La ridondanza, di suo, non è sempre una cosa negativa in assoluto. Per la narrazione seriale o per la comicità, solo per fare due esempi (e neanche tra i più arguti), è un valore.
Per chiarire quale sia l’accezione negativa secondo cui parlo di ridondanza mi avvarrò di due citazioni copiate da “Libri illustrati: come sceglierli” di Walter Fochesato (Mondadori, Milano, 2000)
Bruno Munari, designer e scrittore che diresse per Einaudi la collana di libri illustrati Tantibambini, insegna: “Per esempio il testo dice: “Cappuccetto entrò nel bosco” e nell’illustrazione si vede Cappuccetto che entra nel bosco, nella didascalia si legge “Cappuccetto entrò nel bosco”. Ciò è stupido. L’ideale sarebbe che l’illustrazione fosse complementare al testo, che facesse vedere un tipo di bosco molto impressionante con molte zone buie, un’illustrazione che comunicasse un senso di pericolo, di ignoto, di tensione”.
Quentin Blake, illustratore che ha arricchito – tra l’altro – i già preziosi testi del grandissimo Rohald Dahl, ammonisce: “non ci si soffermi troppo su quelle parti di testo su cui probabilmente l’immaginazione del lettore opererà guidata dall’autore stesso”.
Esempi mirabili di ridondanze sono presenti in tanti (troppi) fumetti malamente sceneggiati o, magari semplicemente, tradotti o riadattati.
Ho scelto gli esempi che citerò nel seguito esclusivamente per la loro natura parodica e ho deciso (soffrendone abbastanza) di non soffermarmi sulle ridondanze nei prodotti oggi in edicola per non assecondare le mie personalissime antipatie.
Nel 1993, lo sceneggiatore inglese Alan Moore tributò un sentito omaggio ai supereroi della Marvel delle origini, scrivendo la miniserie “1963” (Image, aprile/ottobre 1993). I sei numeri furono costruiti abilmente per recuperare il sapore degli albi sceneggiati da Stan Lee e disegnati da Jack Kirby o da Steve Ditko.
Esemplari sono le pagine che aprono la storia. Una creatura enorme e poco rassicurante, che indossa un classico pigiamino da supereroe e un elmo da cattivo, sta addentrandosi nella sede di Mystery Incorporated, quattro individui che hanno acquisito i propri fantastici poteri in seguito a un viaggio nello spazio. La sequenza mi richiama alla memoria, per contenuti e costruzione della narrazione, le pagine in cui il Fenomeno entra per la prima volta nella scuola di Xavier, per vendicarsi del fratellastro, e deve battersi con i giovanissimi X-Men. Delle barre d’acciaio assai spesse fuoriescono dal muro per fermare l’incedere dell’incredibile creatura. Argutamente essa commenta: «Bene, cosa abbiamo qui? Delle barre che vengono fuori dai muri!». E mentre il disegno ci mostra le possenti mani intente a divellere l’ostacolo: «Bha! Le ho rotte!». E, ancora, getti di fuoco alti due metri dal pavimento. E il mostrone: «Lanciafiamme?!?»
A cosa è dovuto questo eccesso di ridondanze così ben ricostruito da uno sceneggiatore di provate capacità quale Moore? Lasciamo che a spiegarcelo sia Paperinik: per un supereoe “la parola è tutto!”.
Il papero mascherato chiarisce: ”Azione e conversazione. E’ la ricetta del mio successo. E tecnica e creatività ne sono gli ingredienti principali. […] Parlare e combattere allo stesso tempo non è un comportamento naturale, ma è quel genere di cose che il pubblico si aspetta da noi! Respirazione e dizione sono due aspetti essenziali del bagaglio di un supereroe senza i quali assistereste a scontri più realistici, ma sicuramente meno brillanti. [Paperinik e una orrenda creatura degli abissi coperta di squame e di scaglie sono avvinghiati in combattimento. Paperinik dice: «Mollami!» La creatura dice: «No!»] Mentre con un’efficace ventilazione i risultati saranno ben diversi. [Paperinik e il mostro sono ancora avvinghiati. Paperinik: «Il tuo regno criminale sta per tramontare, farabutto!» Il Mostro: «Me ne faccio beffe delle tue vuote minacce, Paperinik! Io sono Bothulon! L’unico! Il solo! L’invincibile!»]”.
Voglio concludere copiando un passo da “La cultura sottile. Media e industria culturale in Italia dall’ottocento agli anni novanta”. Fausto Colombo, l’autore del saggio si riferisce a “L’inferno di Topolino”, di Martina e Bioletto, parodia Disney in cui sono presenti sia i versetti resi nefasti dal “Corriere dei piccoli” sia le temibili ridondanze. Ciò nonostante non esistono in questo fumetto gerarchie di alcun tipo tra parola e disegno (lo sceneggiatore e il disegnatore saranno puniti, verso la fine della storia, allo stesso modo). Un ottimo prodotto pronto a confutare ogni mia singola sentenza.
“Un esempio su tutti Pippo-Virgilio guida Topolino-Dante in bicicletta. C’è una foratura. Nel balloon topolino chiede: «Chi è che fischia?» e Pippo risponde: «Non è un fischio. E’ uno scherzo di Satana». Le terzine sotto i riquadri recitano: Io cominciai: «Poeta che è quel ch’i’odo? / Parvemi di sentire un fischio asmatico». / Ed egli a me: «Non vedi? E’ stato un chiodo / Che si è conficcato in un pneumatico! / Per la miseria! Con le gomme a terra / Il nostro andar diventa problematico». Come si vede i due tipi di testi scritti sono più giustapposti che complementari, e suggeriscono veri e propri livelli di lettura.“
(2. continua)
mercoledì, ottobre 11, 2006
Ieri sera ho ritrovato un pezzo che avevo scritto per uno "Schizzo Idee" del CFAP nel 2002. Non sono sempre d'accordissimo con le mie opinioni di cinque anni fa, ma sono anche un consulente che non butta via niente. Lo ripropongo qui, a puntate, oggi e nei prossimi due o tre giorni (ho corretto, qua e là, delle brutture che non tollero più... invecchio e mi inacidisco).

Potere alla parola
Cacciatori di testi, perduti nella foresta di simboli
“L’idea di lettura è stata strettamente collegata
al concetto di alfabetizzazione; imparare a leggere
significa imparare a leggere parole. Ma […]
la lettura delle parole è solo un sottoinsieme
di un’attività umana molto più estesa[…].
Leggere parole è una delle manifestazioni di
questa attività, ma ne esistono molte altre:
lettura di immagini, mappe, schemi di circuiti
elettrici, note musicali…”
Tom Wolf (Harvard Educational Review, 1977)
Una premessa
Esiste, è certo, un’osservazione necessaria e preliminare all’analisi del rapporto tra parole e immagini nel fumetto.
Tutti i fumetti, anche quelli voluti da Moebius “in forma di elefante, di campo di grano o di fiammella di cerino”, hanno lo scopo di raccontare storie. Queste storie sono tipicamente veicolate anche da parole.
Fa osservare Will Eisner, "scrivere per il fumetto significa scrivere per il disegnatore. Lo scrittore fornisce l'idea, la trama e i personaggi. I suoi dialoghi (balloon) sono destinati al lettore, ma la descrizione dell'azione è per chi si occupa della traduzione grafica".
La transizione da narrazione verbale a fumetto avviene attraverso una serie di passaggi quasi obbligati (anche se – ovviamente – esistono delle eccezioni). Il soggetto, ovvero la schematica e succinta narrazione degli eventi, preliminare alla realizzazione del prodotto a fumetti, è verbale. La sceneggiatura, ovvero la scomposizione della storia in unità narrative, è verbale (anche se talvolta è accompagnata da immagini).
Soggetto e sceneggiatura sono comuni ad altri strumenti della comunicazione visuale: i due esempi più evidenti sono il cinema e l’interfaccia uomo/computer. E’ la fase della realizzazione che trasforma una storia in un fumetto, in un film o in un adventure game per calcolatore, segnando il punto di non ritorno.
Non è possibile tradurre un fumetto in un altro linguaggio: esistono messaggi e segnali, indirizzati più o meno consapevolmente dall’autore della storia all’esecutore (il lettore), che non possono essere trasposti efficacemente in alcun altro medium. E’ tutta colpa, si sa, della componente di tradimento che è parte della natura della traduzione.
Ed è interessante scoprire che gli studi dei neurologi Antonio e Hanna Damasio conducano alla conclusione (sicuramente discutibile) che l’atto di raccontare storie partendo da un soggetto, attraversando una sceneggiatura e giungendo, infine, alla narrazione vera e propria sia strettamente correlato alle modalità di funzionamento del nostro cervello: “L’espressione di concetti richiede la cooperazione di tre sistemi neurali: uno li elabora, l’altro dà forma alle parole e frasi e il terzo funge da mediatore tra i primi due”.
Le parole sono importanti
Intendiamoci: le parole potrebbero non essere essenziali per la costruzione di una storia a fumetti. Allo stesso modo il fumetto potrebbe esistere indipendentemente dai disegni. Certo è che il primo segreto del fumetto risiede nell’equilibrio tra gli elementi grafici e verbali che lo compongono.
L’analisi del rapporto tra parole e immagini nel fumetto non può prescindere da una definizione del medium, e definire il fumetto è un’impresa improba contro cui si sono infranti gli sforzi di pletore di eroici studiosi (più o meno seri). Mi risulta quindi assolutamente evidente la totale inutilità dell’espormi a una pessima figura quando posso – con maggiore serenità d’animo – attingere a un noto e imprescindibile precedente.
Scott McCloud, nel suo “Capire il fumetto. L’arte invisibile” (Vittorio Pavesio Productions, Torino, 1996), ci dona un paio di pagine in cui l’autore si espone al pubblico ludibrio salendo sul palcoscenico (non solo metaforicamente) per cercare di costruire “una definizione da dizionario”. La sequenza è estremamente divertente perché, per circoscrivere il concetto, la definizione diviene sempre più lunga e, ogni volta che si aggiungono parole al fine di avvicinarsi a un’ideale di precisione, l’ambiguità semantica aumenta.
Partendo da arte sequenziale, sintetica espressione coniata da Will Eisner, McCloud arriva a produrre una definizione tanto gradevole quanto imprecisa (come qualunque altra):
“Fumétto s.m. 1. Immagini e altre figure giustapposte in una deliberata sequenza, con lo scopo di comunicare informazioni e/o produrre una reazione estetica nel lettore”.
Il titanico sforzo di McCloud produce due immediati risultati: da un lato ci fornisce uno strumento per definire il momento delle origini del fumetto; dall’altro ci dà i mezzi per dire cosa è fumetto e cosa non lo è.
Per quanto attiene alla datazione delle origini, questa definizione ci permette di dire che Il fumetto non nasce, come cercano di farci intendere alcuni studiosi, alla fine del diciannovesimo secolo con Yellow kid. Esso esisteva già molti secoli prima. McCloud si spinge a ipotizzare che alcuni dipinti egiziani, collocabili grosso modo nel dodicesimo secolo a.C., possano essere fumetto (per poi nascondere la mano, dicendo “ammetto con gioia di non avere idea del luogo e del momento in cui è nato il Fumetto. Lasciamo che altri litighino per questo”).
In secondo luogo, armati della definizione, possiamo dire con certezza cosa è fumetto e cosa no. McCloud ci notifica, infatti, che la natura della bestia risiede unicamente nella closure, ovvero nella cartatteristica del fumetto di presentare immagini accostate e poste in sequenza.
Il fotoromanzo è dunque fumetto. Risponde pienamente alla definizione di McCluod. Ciò nonostante non mi risulta sia mai esistita alcuna intersezione significativa tra i segmenti di utenza del fumetto e di ciò che a me sembra fotoromanzo.
Molta letteratura illustrata per l’infanzia è fumetto. Un esempio tra i tanti è “L’invasione dei topi verdi” ideato da Martin Waddel e illustrato da Philippe Dupasquier (Edizioni E. Elle, Torino, 1983). Il pregevole racconto illustrato, caratterizzato dall’assenza di parole, è composto da illustrazioni a doppia pagina e narra cosa possa fare un gruppetto di topi verdi ballerini se liberato in “un albergo pieno di storie”.
Molte delle pagine autoconclusive di Quino e molte strisce di Calvin & Hobbes di Watterson (tutte quelle costruite con un unico quadro orizzontale) non sono fumetto, nonostante sottintendano con efficacia a un prima e a un dopo sia dentro sia fuori il narrato.
Deduco che sia la datazione sia le secche inclusioni ed esclusioni dal medium garantiteci dalla definizione di McCloud non siano utili ai fini della mia analisi.
Assai più interessante sarebbe alludere al fumetto come medium all’interno dell’industria della cultura di massa. In questo modo si otterrebbe una definizione sulla sola base del modello di produzione (o di fruizione).
Fumétto s.m. 1. Tutto ciò che viene ideato, prodotto, distribuito e consumato come tale.
Accettando questa definizione, diviene assai più semplice datare la nascita del fumetto. Lo scontro aperto, alla fine del diciannovesimo secolo, tra il “New York American Journal” di Hearst e il “World” di Pulitzer per la pubblicazione prima di Yellow kid e poi di Katzenjammer kids / The captain and the kids identifica il trionfale ingresso del fumetto nell’industria della cultura di massa. I padroni dell’informazione si interessano al medium, investendo e speculando: è, con ogni evidenza, Big Bang.
Jackie Chan contro gli opposti estremismi
La definizione appena elaborata, in verità assai vaga ma estremamente utile ai miei fini, mi consente di ritornare al coniatore dell’espressione arte sequenziale. Will Eisner scrive:
“Il formato comic book presenta un montaggio di parole e immagini, e di conseguenza al lettore viene richiesto di impiegare le proprie capacità interpretative sia visive che verbali. Gli elementi costitutivi delle illustrazioni (per esempio la prospettiva, la simmetria, la pennellata) e quelli della letteratura (per esempio la grammatica, l’intreccio, la sintassi) si sovrappongono tra loro. La lettura di un fumetto è un atto che coinvolge sia la percezione estetica che la comprensione intellettuale”.
Stando a Eisner, il fumetto è costituito da immagini e parole. Ma come dobbiamo giudicare allora quei prodotti (“Arzach”, “Gon” e “Comix 2000”, solo per citare alcuni tra gli esempi più celebri) privi di testo?
Esattamente all’opposto di quanto è accaduto per il cinema, il fumetto è nato con tutte le potenzialità del sonoro ed è divenuto muto per scelta stilistica. Si legge nella prefazione a “Comix 2000” (L’association, Parigi, 1999): “visto che si tratta di un’opera internazionale, i fumetti dovranno essere muti, senza testo. Eviteremo così il calvario della traduzione e della trascrizione dei testi tradotti, ma soprattutto l’opera potrà essere letta da chiunque. Un grosso volume universale di fumetti!”
Le opere mute, pur essendo a tutti gli effetti fumetto, sono delle eccezioni che vivono in terra di confine. Così come lo sono quelle prive di disegni.
L’esempio più evidente è forse “Longshot Comics: The Long and Unlearned Life of Roland Gethers” di Shane Simmons (edito da Slave Labor Graphics nel Giugno 1995, ma ne esiste – lo so – un’edizione precedente: 1993 ca.). La narrazione percorre l’intera vita di Roland Gethers, uomo qualunque, in 24 paginette spillate. In ogni singola tavola sono presenti 160 (centosessanta!) quadretti. Tutti i personaggi sono rappresentati come punti. Punti che nascono, interagiscono, fanno l’amore, fanno la guerra e, infine, muoiono. Si tratta – è ovvio – dell’annichilimento del fumetto. Siamo di fronte a soli dialoghi che, privati dell’indicazione di chi sta parlando (tutti i punti, in questo democraticissimo lavoro, sono uguali), devono esprimere tutto da soli.
Jackie Chan è produttore, regista, attore e/o coreografo di film in cui mette in mostra le proprie formidabili capacità di comico, acrobata, ballerino e artista marziale. Le pellicole in cui appare sono – spesso – nella migliore tradizione del “film comico d’attore” sequenze di gag finalizzate a evidenziare le sue doti. Le scene in cui riesce meglio sono quelle dei formidabili combattimenti nel mezzo di inseguimenti rocamboleschi. Per riuscire ad avere la meglio sui numerosi avversari che spesso lo superano sia numericamente sia per prestanza, Jackie Chan è costretto a utilizzare tutto ciò che trova sul suo percorso. Il suo kung fu non è fatto di mani nude e attrezzi agricoli riciclati: stecche da biliardo, sgabelli, carrelli da supermercato, stampelle, sci, scale a pioli e lampade possono essere utilizzati per aumentare l’efficacia delle percosse vibrate ai nemici.
Allo stesso modo, l’efficacia e l’innegabile carica eversiva del fumetto dipendono dall’equilibrio e dalla sinergia tra elementi grafici (segni, campiture, grafemi, …) e testuali (balloon, didascalie, onomatopee, …). L’attitudine al fumetto dell’autore è direttamente proporzionale alla sua capacità di utilizzare ogni mezzo a sua disposizione.
(1. continua)
lunedì, ottobre 09, 2006
Il fumetto populista (1): The last lonely Saturday di Jordan Crane

E’ un libretto, uscito nel 2000 per Highwater Books e appena ristampato in un’edizione cartonata da Fantagraphics. Jordan Crane è bravo (è quello della rivista “Non”) e questo è il suo primo libro. E’ proprio un bell’oggettino: 80 piccole pagine avvolte in una copertina rigida e in ogni pagina due vignette a scandire una storia quasi muta, che si legge in un soffio. Una decina di minuti in cambio degli 8 dollari necessari per averlo. Dieci minuti che si riempiono di bei segni e ottima scansione narrativa. Dieci minuti che si riempiono anche di luoghi comuni e buoni sentimenti. Sulla quarta di copertina – e mi sembra un gesto carico di furbizia – si legge picto novella.
Siccome il libello è fatto molto bene, alla fine della lettura non lo si lancia nel bidone della carta da riciclo. Però, lo si mette ne sacco dei libri da regalare alla biblioteca comunale. Perché è un oggetto che è inutile rileggere. Sarebbe un po’ come rivedere un film di Ron Howard. Ci sono momenti in cui lo guardi anche spensierato, ma senza alcun trasporto emotivo. E non è solo questione di cattivismo modaiolo.
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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