|
|
venerdì, settembre 29, 2006
Per punti

1. Ho letto Leggimi forte di Rita Valentino Merletti e Bruno Tognolini e ho un dubbio. Un altro. E’ che di mio sono meno elastico del tungsteno e, invecchiando, divento pedante. Mi chiedo: ha senso un libro, che nelle librerie viene esposto (poco) tra quelli di pedagogia e che spiega a genitori che non leggono come far leggere libri ai figli? Secondo me, poco. Specie poi se quando lo si legge si scopre un volume fitto fitto di banalità. Veramente qualcuno che non è già un lettore forte e non si interessa (magari anche marginalmente, come me) di pedagogia della lettura può voler leggere quel libro? “Mi scusi. Vorrei un libro per far leggere mio figlio. Anzi no… una DVD”. Se poi, come me, l’hai già comprato (9 euro, Salani), salta il quarto capitolo e risparmiati la tua dose quotidiana di sconforto e noia. Valentino Merletti, che è una signora che si occupa di pedagogia e letteratura per l’infanzia (talvolta anche con perizia, il suo libro Mondadori sulla lettura ad alta voce non era male e su LiBeR a volte scrive cose interessanti), capisce pochissimo dei libri con le figure. Dei fumetti (e delle graphic novel – così, al femminile) anche meno.
2. C’è un blog appena nato che mi sembra interessantissimo. Ho aggiunto il link qui a fianco. Raccoglie recensioni di dischi e interviste a musicisti fatte da Marco Bertoli (l’ipofrigio). Noto nel suo blog un uso attentissimo dei (delle?) tag. Marco appiccica a ogni post una serie assai minuziosa di parole chiave. La barra di destra diventa così un indice analitico che consente di accedere a tutti i post che si riferiscono a una singola parola chiave. Avevo capito che i tag dovessero presentarsi come un indice delle rubriche (o delle ossessioni) del tenutario del blog. Dopo un po’ di tentativi mi sono accorto che non sono capace di usarli e da un po’ li evito. Servono? Se sì, come preferisci che li usi? (Incredibile! Sto facendo il referendum dei lettori!)
3. Mia moglie ha riesumato la nostra radiosveglia. Perché lo abbia fatto non lo so. Tanto mi sveglio prima io (e uso una di quelle odiose cose che fanno BIBIBIP), preparo la colazione e poi la chiamo. Forse non si fida. Comunque, dicevo della radiosveglia. Stamattina, mentre mi infilavo le calze, ho risentito La donna cannone di De Gregori. Erano anni che non mi capitava. E non ne sentivo neanche la mancanza. Però mi sono accorto che quella canzone è stata per me veramente sconvolgente. Magari ci sono migliaia di predecessori, ma per me abituato alla rima baciata (e alle magliette fine ascoltate dalle mie sorelle) questi versi in caduta libera, apparentemente impossibili da cantare, erano impressionanti. “Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno giuro che lo farò e oltre l'azzurro della tenda nell'azzurro io volerò quando la donna cannone d'oro e d'argento diventerà senza passare per la stazione l'ultimo treno prenderà”. Probabilmente non ho capito nulla e ogni altra canzone di De Gregori che ho sentito mi è parsa un inutile ripetizione di questa. Però…
giovedì, settembre 28, 2006
Mumble mumble...

Sto pensando alla storia del fumetto italiano recente e mi montano delle domande. Le sottopongo anche a te, perché hai la pazienza di ascoltare i miei deliri.
Riassumo e taglio col coltello da salame a grana grossa un po’ di storia per contestualizzare i miei dubbi. C’è un periodo della storia italiana in cui si sviluppa quello che viene convenzionalmente chiamato “Miracolo italiano”. Si chiude - convenzionalmente - nel 1963. E da quel periodo emerge un fumetto ricchissimo e vivissimo. Ci sono i progetti pedagogici come “Corriere dei piccoli”, “Giornalino” (venduto allora solo nelle parrocchie”) e “Pioniere” (il settimanale del PCI, fondato e a lungo diretto da Rodari, che proprio in quegli anni esauriva la sua corsa). Ci sono fumetti popolari che ospitano un immaginario autoctono e pregno di ogni forma di esotismo cinematografico e salgariano (“Intrepido” e “Monello” per esempio). Ci sono Bonelli e EsseGEsse che definiscono un codice e un genere. C’è addirittura spazio per l’eversione del primo nero, Diabolik, che nei primi anni era cattivissimo (assassino privo di scrupoli, talvolta stragista).
Inoltre inizia a svilupparsi per il fumetto un interesse intellettuale vivissimo. C’era già stato, dal 45 al 47, “il Politecnico” di Elio Vittorini, ma è dopo il 63 che succedono le cose interessanti. Esce Apocalittici e integrati di Umberto Eco. C’è il primo salone del cartooning a Bordighera, durante il quale si tiene una tavola rotonda tra semiologi, storici, registi, sociologi e fumettisti. Al Capp, il babbo di Li’l Abner, è perplesso: in Italia il fumetto viene preso fottutamente sul serio. E allora disegna per “Life” una copertina dedicata a quell’incontro in cui gli intellettuali sono catturati mentre litigano, si sbracciano e tastano le chiappe a belle fanciulle (Capp era un simpatico reazionario e attorno al tavolo c’era Evelyne Sullerot, sociologa femminista).
Comunque, un paio di mesi dopo il salone di bordighera esce “Linus” e tutto quello che sappiamo: lo sguardo colto, l’analisi del fumetto come fatto culturale, la storia e la critica.
“Linus” piace anche oltralpe e Wolinsky fa “Charlie Mensuel” riprendendono grafica, impostazione, concetto e contenuti. Nasce un modo nuovo di intendere il fumetto in Europa.
Intanto in Italia il settimanale “Corriere dei Piccoli” sii lascia contaminare sempre più da “Pilote” e “Spirou”, riprendendone impostazione e personaggi. Nel 1972 si trasforma in “Corriere dei ragazzi” e vive un periodo gloriosissimo pregno di evoluzioni e di attenzione al sociale.
Il lettore italiano è fortunato. Abbandona l’infanzia senza abbandonare il fumetto e l’attenzione al sociale. Passa dal “Corriere dei ragazzi” a “Linus” (magari lasciandosi accompagnare dal Corto Maltese di Pratt che – a un certo punto – migra da una testata all’altra).
Poi inizia il periodo degli scismi e delle avanguardie. In conflitto con l’idea di rivista (e di fumetto) di Goscinny e Charlier, in Francia, gruppi di autori si staccano per andare a fondare la propria rivista. Nascono così, tra l’altro, “L’Echo Des Savanes” (Gotlib, Mandryka e Bretecher) e “Metal Hurlant” (Moebius, Druillet, tutti gli umanoidi e le storie a forma di farfalla e di fiamma di cerino).
In Italia le rivoluzioni sono principalmente due. Una si sviluppa sull’asse “Cannibale”/”Frigidaire” e prevede grande sperimentazione narrativa, ma anche grafica. E l’altra è quella di “Valvoline”, commistione di linguaggi, contaminazione, postmodernita, grande rivoluzione grafica, ma anche narrativa. (Ti ricordo che sto continuando a tagliare ad asciate: ho raccontato 20 anni di fumetto in meno di due cartelle).
C’è una terza direttiva trasversale che attraversa tutte le volontà di fare fumetto. E’ quella della storia lunga e non vincolata dal formato del prodotto editoriale (seriale o serializzabile). Quella che in questi tempi ci piace chiamare graphic novel (che – lo sappiamo – è un’etichetta da appiccicarsi a una classe merceologica che, per sua natura, è difficile da classificare: probabilmente, il minore dei mali).
Una ballata del mare salato di Pratt (anche se c’è Corto Maltese), le storie di Buzzelli (anche se alla fine rispettano il formato francese), la valentina di Crepax (anche se è seriale), e poi finalmente Tardi, “(A Suivre)” (dal 1979) e anche “Orient Express” (dal 1982).
Grande ricchezza di sperimentazione sia nella forma sia nei contenuti per un bel po’. Poi, le riviste iniziano a stare male. Chiudono una dopo l’altra o diventano dei prodotti irriconoscibili. Una vera e propria moria.
E arrivo alla prima domanda.
Tra il 1986 e il 1987 negli USA escono i tre libri che definiscono il mercato del graphic novel: Maus, il cavaliere oscuro e watchmen. Da lì in avanti il mercato assume una forma strana, forse addirittura bicefala: da un lato i comic book rinchiusi in spazi sempre più specializzati, dall’altro i libri, i graphic novel, cui iniziano a interessarsi gli editori “veri” e che vengono venduti in libreria.
Perché, allora, nel momento in cui la sperimentazione felice iniziava a raccogliere risultati commerciali negli USA, in Italia c’è stata un implosione che ha portato ad avere Dylan Dog quale unico fenomeno del fumetto realmente visibile?
E ancora.
Negli anni Ottanta Donatella Ziliotto inventa per Salani la collana degli Istrici. E’ una collana epocale che rivoluziona il libro per bambini e ragazzi in librerie (è tutto raccontato molto bene in un libro di Antonio Faeti che si chiama I diamanti in cantina). Migliora la qualità dei testi, che diventano anche attentissimi al presente. Migliora la cura grafica e l qualità delle illustrazioni. Il mercato del libro per ragazzi inizia a crescere (per un po' senza bisogno di Harry Potter).
C’è una relazione tra il miglioramento dell’editoria per ragazzi e la fuga degli autori del fumetto non seriale? Se sì, quale?
martedì, settembre 26, 2006
Piccolo campionario di magliette stupende

La prima ce l’aveva la chitarrista di un gruppo hard rock. Suonava su un palco montato nell’aula magna del liceo. Lei aveva un buco in corrispondenza del capezzolo destro e io 16 anni. Ogni assolo mi ipnotizzava. Il preside minacciò provvedimenti disciplinari e non ci concesse più l’aula magna fino alla fine dell’anno.
La seconda la indossava il più terribile nerd che abbia mai visto. Aveva i jeans risvoltati fin sopra le caviglie e sporchi sulle cosce. Calzettoni di cotone bianchi e scarpe simil timberland. Una giacca nera. La faccia scavata ma un’aria generale di molliccio umido. Occhiaie, brufoli, capelli neri appiccicati pervicacemente al cuoio capelluto dall’unto e dal sebo. Pezzi di forfora grandi come scaglie di grana padano sulle spalle. La maglietta era bianca con la scritta: “Non guardarmi così, potrei essere il fidanzato di tua figlia”.
La terza stamattina. Una ragazza dal seno prosperoso. Una maglietta con un decolletè ampissimo e, sotto, un miracolo ingegneristico al posto del reggiseno: una di quelle cose per sollevare e distanziare. Sotto la scollatura, sulla maglietta, il simbolo della metropolitana londinese, quello col rettangolo blu sovrapposto al cerchio rosso. Sul rettangolo, in bianco, la scritta: “MIND THE GAP”. Certo che ci prestavo attenzione. Non pensavo ad altro.
lunedì, settembre 25, 2006
Qui

Mi sento un po’ in colpa. Nonostante il nome e la ragione (poco sociale, diciamocelo) di questo mio posticino digitale, chiunque passasse periodicamente da queste parte per leggere di storie che mischiano parole e immagini si ritroverebbe – da qualche tempo a questa parte – abbastanza deluso. Sì, certo. Nei commenti del post qua sotto amici discutono di filologia.Dicono robe che - per quel che ne capisco - mi sembrano molto interessanti. Ma non si parla specificamente di fumetti o di libri illustrati.
E’ che sono giorni in cui non riesco a trovare un libro che mi esalti. E allora non mi va di parlarne. Si tratta sicuramente di problemi tutti e solo miei. Ma è così.
E allora mi guardo attorno in attesa di qualcosa di meraviglioso.
Purtroppo o per fortuna (non so dire) mi cascano in mano due libri americani stupendi. Il primo è Pasionella and Other Stories di Jules Feiffer. E’ il quarto volume della raccolta cronologica di tutte le opere di Jules Feiffer. Ci sono storie brevi e bellissime (Passionella, per esempio – a casa di un amico ho recentemente scoperto che ne esiste anche un’edizione in italiano), picture book per adulti, pagine per il “Village Voice” e pezzi teatrali. Un gioiello 17x24 con una bella copertina in tela rossa.
L’altro è il nuovo fascicolo di “Comic Art”. Si tratta di un periodico (in realtà, abbastanza aperiodico) che prima aveva la forma di rivista (come te l'aspetteresti) e ora assomiglia più a un libro. Il costo dell’oggetto (una ventina di dollari) non è proporzionato a paginazione e confezione, ma adeguato ai contenuti. Il nuovo “Comic Art” (è l’ottavo) presenta almeno due ottime ragioni che lo rendono indispensabile. Innanzi tutto, allegato al volumone c’è un librino a cura di Seth (quello di La vita non è male malgrado tutto – Non l’hai letto? Quello sì che lo consiglierei a un amico: Coconino in italiano, Drawn & Quarterly in inglese). Il librino si apre con un fumetto di Seth che racconta la sua ossessione per la storia del cartooning e prosegue con una straordinaria carrellata di 40 titoli minori per una storia del fumetto. Un canone personalissimo. Una cosa che non posso non amare. L’altra ottima ragione per cercare assolutamente questo costosissimo volume è la presenza di un fumetto fondamentale (con una nota critica di Chris Ware e un’intervista di Thierry Smolderen). Si tratta di Here di Richard McGuire (è uscito sul primo numero della seconda serie di “Raw” – quella in volumetto edita da Penguin – e all’inizio di quest’anno sul nuovo numero della rivista francese “9eme Art” – ed è da lì che “Comic Art” ha ripreso il pacchetto che, oltre al fumetto, comprende anche la nota di Ware e l’intervista di Smolderen).
Ti descrivo questo fumetto per due motivi: non ti rovino niente e magari riesco a farti cogliere il genio contenuto in quest’opera (che la musa della prosa comprensibile, per una volta, mi assista). Sono sei pagine con gabbia fissa. In ogni pagina ci sono 6 vignette. Tutte le vignette inquadrano lo stesso punto: l’angolo di una casa. In cima a ciascuna vignetta c’è una didascalia con la data. Dal quinto quadretto della prima pagina, all’interno della vignetta vengono riquadrate una o più vignette, ognuna con una sua data. La storia non segue in alcun modo la freccia del tempo: le date balzano avanti e indietro indifferentemente. Non si tratta di flashback o flashforward, è proprio la struttura della storia. Here manda definitivamente al diavolo l’odiosa definizione di Scott McCloud e racconta la storia di un pianeta, degli animali che lo popolano, di una nazione, di una famiglia e di una casa. E’ fumetto. Fa cose che si possono fare solo con il fumetto. Indica lo specifico del fumetto (la magica chimera inafferrabile) che è una cosa che McGuire ci sa mostrare e noi sappiamo capire, anche se non siamo capaci di definirla.
venerdì, settembre 22, 2006
La posta di sparidinchiostro

D. chiede: Cos’è la filologia?
Per come l'ho capita io (e anche un po' semplificando) è quella roba che guarda nei documenti che hanno portato a un testo come lo si conosce e cercano di ricostruirne la forma originaria e la storia delle evoluzioni. Avessero usato word sarebbe bastato usare il track changes... ma i filologi sono un po' luddisti e conservatori (già! Col mestiere che fanno potrebbe essere considerata deformazione professionale). Approfittando dei tascabili laterza a 6 eurini (c’è una promozione che dura fino a metà ottobre), no ho comprati un po'. Ieri ho letto un pamphlet del filologo Luciano Canfora (con quel nome fa bene a occuparsi della conservazione dei testi...). Si chiama Libro e libertà. L'introduzione mi fa capire tutto. Dice:
1. La digitalizzazione dei cataloghi delle biblioteche è una roba immonda e deleteria.
2. Una volta c'erano i cartellini negli schedari e i bibliotecari capaci di trovare i libri ed era tutta campagna (fa’ attenzione al bibliotecario, perché – nella migliore tradizione della scrittura di genere – ritorna).
3. Ora col computer si è tutto burocratizzato. Se chiedi un libro che esiste (lo sai perché si certfica la sua presenza in quella biblioteca su un importante documento cartaceo di cui ti puoi fidare) ma che è stato inserito male nell’infausta macchina, non potrai recuperarlo. Mai più. Perso nel limbo della tecnologia. Perché i libri si chiedono solo col computer e quello che recupera i volumi risponde solo agli ordini della macchina.
4. I bibliotecari poi... sono dei maestrinidellaminchia e si sentono i padroni della biblioteca. Sono villani, schiamazzano nel tempio degli studi e ci godono a non darti i libri.
5. Propongo che periodicamente bibliotecari e studiosi si scambino di posto.
Ci pensi? Vai in biblioteca e: a) non c'è un computer da interrogare; b) c'è un incompetente (bravissimo a insegnare, a scrivere e a fare ricerca) che non troverebbe un libro neanche se glielo indicassero.
Ecco. Un filologo è uno così.
mercoledì, settembre 20, 2006
Monopoli

Mi dicono che a Monopoli ci sia stato il convegno degli italianisti. Una roba noiosa il cui tema centrale era una cosa del tipo “10 anni di associazione italianisti italici”. C’è stato però un momento vivo e quasi di polemica. Intendiamoci, parlo del massimo dello scontro dialettico che può essere espresso dall’associazione degli italianisti: neanche un vaffanculo piccino picciò…
Il dibattito è avvenuto tra filologi e critici. I filologi affermavano in buona sostanza (così mi è stato riferito, il tutto potrebbe essere – e sicuramente è – molto più sfumato): la filologia è una scienza; tutti i filologi sono buoni critici, non tutti i critici sono buoni critici.
I critici dicevano: la filologia è una tecnica (indispensabile) che produce semilavorati su cui operare critica; alcuni filologi sono anche critici, tutti i critici sono critici.
Mentre stamattina in treno mi riferivano lo scontro, un po’ mi annoiavo pensando che ‘sta gente non è riuscita ancora a riprendersi dagli anni 70.
Però poi in metro (mentre cercavo di leggere un libro di Guido Crainz, uno che gli anni 70 li ha vissuti e poi raccontati – benissimo! – con piglio da storico), non riuscivo a smettere di pensarci.
E se avessero ragione i filologi?
lunedì, settembre 18, 2006

Mio fratello Daniele (la famiglia - quando posso - me la scelgo fregandomene della biologia) mi gira un link bellissimo.
QUI
Leggi bene tutto il tutorial.

E’ morta Oriana Fallaci.
Non sono esattamente un cultore degli scritti di questa signora. Durante il liceo ero stato costretto alla lettura di Penelope alla guerra, Lettera a un bambino mai nato e Un uomo. Letture da liceo, appunto. Obbligatorie e noiosissime. Però ero un ragazzetto curioso e una volta in un grande magazzino mi è rimasto attaccato un BUR, che stava giusto giusto nella tasca del giaccone, Interviste con la storia. Ed erano belle, scritte bene, comprensibili e amministrate da una giornalista che faceva domande. Cazzo! Che brava!
Poi me l’ero persa. Inshallah non so neanche di cosa parlasse.
L’ho ritrovata dopo l’11/09, quando ho iniziato a leggere i suoi interventi ospitati dal “Corsera”.
Scritti benissimo e in maniera comprensibile a tutti (fossi capace anch’io). E dietro questa eleganza formale (la semplicità mi commuove) c’erano le idee dei più trucidi reazionari che prendono il treno al mattino e si assiepano sui quattro sedili di fronte per commentare la vita, l’universo e tutto il resto. Fallaci scriveva, dopo l’11/09, delle cose terrificanti. Perché dire che l’islam è cattivo e contiene i semi del terrorismo, che gli arabi puzzano e che se ti costruiscono una moschea dietro casa la fai saltare non è rifiuto della cultura del piagnisteo. Non c’è niente di scorrettezza politica in quelle affermazioni. Quella cosa si chiama razzismo (magari tu usi un’altra parola: parliamone).
Ieri il “Corriere della Sera” si apriva con un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia. Ne copio dei pezzi (se vuoi leggerlo tutto, lo trovi qui)
Cita la nota intervista al Khomeini
“Quando cioè, di fronte al nuovo padrone dell’Iran che aveva accettato di incontrarla solo a patto che lei si coprisse il capo con il velo, Oriana, giunta alla sua presenza, se lo levò d’impeto dandogli seccamente del «tiranno». In quel gesto, che si concentrava sul particolare dello chador e ne faceva il centro dello scontro, era anticipato il senso di quanto da lì a non molto sarebbe divenuto il motivo dominante del rapporto difficile tra l’Occidente e l’Islam: l’urto delle mentalità e delle culture, l’urto tra due concezioni antitetiche dell’eguaglianza tra le persone (tra uomo e donna, tra eterosessuale e omosessuale) e della loro dignità.”
Ok. Ci sta. Un gesto dannunziano. Un’intervistatrice che si palesa di fronte a un capo di stato e religioso e si scopre il capo violando un dettame (ridicolo, per quanto vuoi, ma pur sempre un imposizione religiosa, anzi ridicolo come riescono a esserlo solo i vincoli imposti dai rappresentanti di un dio). E’ la fine degli anni Settanta e quel gesto fu immediatamente ascritto ai moti più vigorosi di emancipazione femminile. Galli Della Loggia ci legge dell’altro e continua:
“Con l’intuizione di chi per mestiere è chiamata a interpretare i segni dei tempi, la Fallaci capì che lì, su quell’apparentemente innocuo pezzo di stoffa, tra lei e l’imam si giocava una partita importantissima, che era poi la stessa che più tardi si sarebbe giocata tra le due culture: e di quel pezzo di stoffa fece la bandiera da agitare in faccia all’avversario. Capì - a quell’intuizione rimanendo fedele come pochi - che il futuro ci avrebbe sempre più richiesto la consapevolezza irrinunciabile della nostra identità, anche a costo di sfidare l’incomprensione e l’ira dell’altra parte”.
Ah…
Ha finito. Scusa mi ero distratto. Ero piegato e stavo raccogliendo i bossoli delle cazzate sparate.
Ok! Capisco che il “Corriere della sera” sia stato tenuto in ostaggio da Fallaci e abbia dovuto pubblicarne le peggiori nefandezze per garantirsi copie vendute mentre la carta stampata quotidiana, anche in Italia finalmente, iniziava a compiere la sua triste parabola discendente.
Capisco che Padoa Schioppa non doveva scrivere quel mail a Giavazzi (sì, ha fatto una clamorosa scemata), anche se lì dentro c’era una verità: il Corsera sta correndo verso il populismo più spinto per reagire alla perdita di copie in favore di “Libero” e “Giornale” (caro lettore di questi due quotidiani, se proprio devi, rinuncia a loro e gettati sul “Foglio” ferraresco. E’ fatto meglio e contiene sempre almeno un articolo che da solo ne vale il prezzo: sabato c’era uno spettacolare pezzo su Jimi Hendrix).
Capisco anche che, ora che Fallaci non c’è più, bisogna trovare un nuovo fenomeno da baraccone pronto a perdersi nella tranquilla confidenza dei luoghi più comuni.
Ma, per giove!, proprio Galli Della Loggia?
venerdì, settembre 15, 2006
Happy birthday, Mr. Sparidinchiostro!

(2 anni di amenità)
|
|
Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
|
|