Spari d'inchiostro


giovedì, luglio 20, 2006

Pausa

Arriverà l’agognata vacanza.
Me la merito.
Avevo deciso di mettermi in ferie anche qui, con una chiusura a effetto come nella migliore tradizione della serialità televisiva, alla fine di un ciclo di episodi. Scopro che il cliffhanger non è nelle mie corde.
E allora un po’ di consigli per le letture agostane:

1. Ancora del mediterraneo ha mandato in distribuzione una rivista di cinema che si chiama Brancaleone. E’ un bello oggetto: un volume col dorso quadro con copertina in cartone da imballaggio stampata a nero (è probabile che sia il materiale che la tecnica di stampa abbiano nomi sensati: io non li conosco). La grafica della rivista mi piace molto e mi piacciono anche le foto (in bianco e nero, di palazzoni e quartieri periferici) utilizzate per scandire l’impaginazione. Tutti i pezzi si aprono con intuizioni che mi sembrano illuminanti. Tutti i pezzi dopo la prima pagina iniziano ad annoiarmi. Forse il fatto che il cinema non sia esattamente il modo espressivo che prediligo non mi mette nella condizione di fruitore ideale dell’oggetto. Però è bello e lo guardo ancora un po’.

2. La fattoria degli anormali è un progetto interessante e – negli intenti – crossmediale (credo significhi che la stessa storia sarà raccontata utilizzando più mezzi espressivi, sicuramente fumetto e cinema d’animazione). Per il momento, il primo risultato è un volume a fumetti sceneggiato da Andrea Balzola e disegnato da Onofrio Catacchio. Gli intenti sono tutti assolutamente encomiabili: mettermi in guardia dai rischi e dalle implicazioni etiche dell’ingegneria genetica. Lo leggo e mi monta una domanda: perché lavorare sulla fattoria degli animali? La storia di Orwell è già una metafora. Mantenere la medesima struttura per significare altro e per portare un altro messaggio mi fa venire in mente la nota frase di Samuel Goldwin (ho detto che non mi piace il cinema? Mentivo): Se vuoi recapitarmi un messaggio non girare un film, mandami un telegramma.

3. Approfittando della riedizione fattane da Giano, sto rileggendo “Un po’ del tuo sangue” di Theodore Sturgeon (ne ho parlato qualche tempo fa, riferendomi a un’introvabile edizione Mondadori che si chiamava “Qualche goccia del tuo sangue”). E’ ancora più bello di come me lo ricordavo.

4. I due nuovi libri di Orecchio Acerbo, L’Altro Paolo di Mandana Sadat e L’Uomo Notte di Dominique Bertel, sono belli come tutti gli altri di questa casa editrice. Un amico affidabile, qualche sera fa, mi diceva che il suo approccio al racconto per l’infanzia è cambiato di fronte a una frase di Antonio Faeti: “Il libro per bambini deve essere sovversivo”. Il primo libro di Orecchio Acerbo, Gambipiombo di Fabian Negrin, è del 2001. Quasi cinquanta libri dopo sarebbe lecito sentire la fatica del rivoluzionario. Invece no. Minime cadute di tono e per il resto solo libri necessari, per un mercato che sembra impreparato. Settimana, scorsa, sono passato dalla libreria della festa di liberazione. Accanto ai best seller e alle nefandezze, c’erano libri per raccontare ogni sorta di minoranza: etnica, religiosa, politica, sessuale, … L’angoletto destinato ai bambini svettava per la sua insulsaggine: topi stilton, maghetti potter e tonywolf… Come direbbe Totò: poi ci si stupisce se crescendo si buttano a destra (o se continuano a dirsi comunisti).

5. Libri che infilerò in valigia (e che, come sempre, perderò o riporterò intonsi a casa): Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilina, La musica del caso di Paul Auster, In un tempo freddo e oscuro di Lansdale, Il paese mancato di Guido Crainz, Asakusa kid di Takeshi Kitano. Manca qualcosa?


giovedì, luglio 13, 2006

CASA OCCUPATA

Julio Cortázar

Ci piaceva la casa perché oltre ad essere spaziosa e antica (ora che le case antiche soccombono alla più vantaggiosa liquidazione dei loro materiali) conservava i ricordi dei nostri bisavoli, del nonno paterno, dei nostri genitori e di tutta la nostra infanzia.

Ci abituammo, Irene ed io, a persistervi da soli, cosa che era una follia perché in quella casa potevano vivere otto persone senza darsi fastidio. Facevamo le pulizie il mattino, alzandoci alle sette, e intorno alle undici lasciavo a Irene le ultime camere da spolverare per andare in cucina. Pranzavamo a mezzogiorno, sempre puntuali; non restava molto da sbrigare, tranne pochi piatti sporchi. Era piacevole pranzare pensando alla casa profonda e silenziosa e a come bastassimo noi soli per mantenerla pulita. A volte arrivammo a credere che fosse lei a impedire che ci sposassimo. Irene rifiutò due pretendenti senza seri motivi, e a me morì Maria Esther prima che decidessimo di fidanzarci ufficialmente. Ci affacciamo alla quarantina con l’inespressa convinzione che il nostro semplice e silenzioso matrimonio di fratelli fosse la necessaria conclusione della genealogia fondata dai bisavoli nella nostra casa. Un giorno saremmo morti là, cugini improbabili e schivi avrebbero ereditato la casa e l’avrebbero rasa al suolo per arricchirsi con il terreno e i mattoni; o meglio, noi stessi l’avremmo abbattuta come giustizieri prima che fosse troppo tardi.
Irene era una ragazza nata per non dare noia a nessuno. Tolte le attività del mattino, trascorreva la giornata facendo lavori a maglia sul sofà o in camera sua. Non so perché tessesse tanto, credo che i lavori a maglia siano per le donne il grande pretesto per non fare niente. Irene non era così, ordiva sempre cose necessarie, golf per l’inverno, calze per me, liseuse e sottovesti per lei. Qualche volta tesseva una sottoveste e poi la disfaceva in un momento perché qualcosa non le piaceva; era divertente vedere nel cestino il mucchio di lana increspata che si rifiutava di perdere la sua forma di poche ore. Il sabato ero io che andavo in centro a comprarle la lana; Irene si fidava del mio gusto, era contenta dei colori e non dovetti mai restituire alcuna matassa. Profittavo di queste uscite per fare un giro nelle librerie e domandare inutilmente se c’erano novità di letteratura francese. Dal 1939 non arrivava niente di importante in Argentina.
Ma è della casa che mi interessa parlare, della casa e di Irene, perché io non conto. Mi domando che cosa avrebbe fatto Irene senza i lavori a maglia. Si può rileggere un libro, ma quando un pullover è finito non si può ripeterlo impunemente. Un giorno trovai l’ultimo cassetto del comò di canfora pieno di scialletti bianchi, verdi, lilla. Erano in naftalina, appilati come in una merceria; non ebbi il coraggio di domandare a Irene cosa pensasse di farne. Non avevamo bisogno di guadagnarci da vivere, tutti i mesi arrivavano i soldi della campagna e il denaro aumentava. Ma Irene si svagava solo con i lavori a maglia, dimostrava un’abilità meravigliosa e a me fuggivano le ore guardandole le mani simili a ricci argentei, ferri in su e in giù e uno o due cestini a terra dove si agitavano costantemente i gomitoli. Era bello.

Come potrei dimenticare la distribuzione della casa. La stanza da pranzo, una sala con arazzi, la biblioteca e tre grandi camere da letto rimanevano nella parte più interna, quella che guarda su Rodríguez Peña. Solo un corridoio con la sua massiccia porta di rovere isolava quella parte dall’ala frontale dove si trovavano un bagno, la cucina, le nostre camere da letto e il living centrale, con il quale comunicavano le camere da letto e il corridoio. Si entrava nella casa attraversando un atrio con maioliche, e la porta finestra dava sul living. Di modo che si entrava attraverso l’atrio, si apriva il cancello e si passava nel living; si avevano allora sui due lati le porte delle nostre camere da letto, e di fronte il corridoio che conduceva nella parte più interna; continuando per il corridoio, si oltrepassava la porta di rovere e più oltre cominciava l’altro lato della casa, oppure si poteva girare a sinistra proprio davanti alla porta e proseguire per un corridoio più stretto che portava in cucina e in bagno. Quando la porta era aperta ci si accorgeva subito che la casa era molto grande; altrimenti dava l’impressione di uno di quegli appartamenti che si costruiscono adesso, fatti per muoversi appena; Irene ed io vivevamo sempre in questa parte della casa, quasi mai oltrepassavamo la porta di rovere, salvo che per fare le pulizie, perché è incredibile quanta terra si accumuli sui mobili. Buenos Aires sarà una città pulita, ma lo deve ai suoi abitanti e non ad altro. C’è troppa terra nell’aria, appena soffia un po’ di vento si palpa la polvere sui marmi delle consolle e fra i rombi dei centrini di macramè; è una vera fatica toglierla bene con il piumino, vola e resta sospesa in aria, un momento dopo si deposita di nuovo sui mobili e sui ripiani.

Lo ricorderò sempre con precisione perché fu semplice e senza particolari inutili. Irene stava lavorando a maglia in camera sua, erano le otto di sera e all’improvviso mi venne in mente di mettere sul fuoco il bricco del mate. Mi avviai per il corridoio fino a trovarmi davanti alla porta di rovere che era socchiusa, e stavo girando verso la cucina quando sentii qualcosa nella sala da pranzo o nella biblioteca. Il suono arrivava indistinto e sordo, come il rovesciarsi di una sedia sul tappeto o un soffocato sussurro di conversazione. Lo udii anche, nello stesso momento o un secondo più tardi, in fondo al corridoio che andava da quelle stanze alla porta. Mi gettai contro la porta prima che fosse troppo tardi, la chiusi di colpo appoggiandomici con il corpo; fortunatamente la chiave era infilata dalla nostra parte e inoltre feci scorrere il grande chiavistello per maggior sicurezza.
Andai in cucina, scaldai il bricco, e quando fui di ritorno con il vassoio del mate dissi a Irene:
– Ho dovuto chiudere la porta del corridoio. Hanno occupato la parte in fondo.
Lasciò cadere il lavoro a maglia e mi guardò con i suoi gravi occhi stanchi.
– Ne sei sicuro?
Annuii.
– Allora, – disse raccogliendo i ferri, – dovremo vivere da questo lato.
Io preparavo il mate con molta cura, ma lei tardò un istante a riprendere il suo lavoro. Ricordo che stava facendo una sottoveste grigia; mi piaceva quella sottoveste.
I primi giorni ci sembrò penoso perché entrambi avevamo lasciato nella parte occupata molte cose che amavamo. I miei libri di letteratura francese, per esempio, erano tutti nella biblioteca. Irene sentiva la mancanza di certe tovagliette, di un paio di pantofole che le tenevano tanto caldo in inverno. Io rimpiangevo la mia pipa di ginepro e credo che Irene pensasse a una bottiglia di Esperidina oramai antica. Frequentemente (ma questo accadde solo nei primi giorni) chiudevamo qualche cassetto dei comò e ci guardavamo con tristezza.
– Qui non c’è.
Ed era una cosa in più di tutto quel che avevamo perduto all’altro lato della casa.
Ma ne fummo anche avvantaggiati. Le pulizie furono talmente semplificate che anche alzandoci tardissimo, alle nove e mezzo per esempio, non erano ancora suonate le undici che già ce ne stavamo con le mani in mano. Irene si abituò a venire con me in cucina e ad aiutarmi a preparare il pranzo. Ci pensammo bene, e decidemmo così: mentre io preparavo il pranzo, Irene avrebbe cucinato piatti da mangiare freddi la sera. Ce ne rallegrammo perché è sempre seccante dover abbandonare le proprie camere sul far della sera e mettersi a cucinare. Adesso ci bastava la tavola in camera di Irene e i piatti freddi.
Irene era contenta perché le restava più tempo per lavorare a maglia. Io mi sentivo un po’ smarrito senza i libri, ma per non rattristare mia sorella presi a sfogliare la collezione di francobolli di papà, e questo mi servì ad ammazzare il tempo. Ci divertiamo molto, ciascuno occupato nelle cose sue, quasi sempre riuniti nella camera d’Irene, che era più comoda. A volte Irene diceva:
– Guarda il punto che mi è venuto. Non ti sembra il disegno di un trifoglio?
Un momento dopo ero io che le mettevo sotto gli occhi un quadratino di carta affinché ammirasse il valore di un francobollo di Eupen-et-Malmèdy. Stavamo bene, e a poco a poco cominciavamo a non pensare. Si può vivere senza pensare.

(Quando Irene sognava ad alta voce io mi svegliavo subito. Non mi sono mai potuto abituare a quella voce da statua o da pappagallo, voce che viene dai sogni e non dalla gola. Irene diceva che i miei sogni erano fatti di grandi scossoni che qualche volta facevano cadere la coperta. Le nostre camere da letto erano divise dal living, ma di notte si sentiva tutto nella casa. Ci sentivamo respirare, tossire, presentivamo il gesto che conduce all’interruttore della lampadina, le mutue e frequenti insonnie.
A parte questo, tutto era silenzioso nella casa. Di giorno, solo i rumori domestici, lo strofinio metallico dei ferri da cucito, uno scricchiolio nel voltare le pagine dell’album filatelico. La porta di rovere, credo di averlo già detto, era massiccia. Nella cucina e nel bagno, che erano contigui alla parte occupata, ci mettevamo a parlare a voce più alta oppure Irene cantava qualche ninna-nanna. In una cucina c’è troppo rumore di stoviglie e bicchieri perché altri suoni vi irrompano. Quasi mai permettevamo lì il silenzio, ma quando tornavamo alle camere da letto e al living, allora la casa si faceva silenziosa e in penombra, camminavamo persino più piano per non darci noia a vicenda. Credo fosse per questa ragione che di notte, quando Irene cominciava a sognare ad alta voce, io mi svegliavo subito).
È quasi come ripetere la stessa cosa, salvo le conseguenze. Di notte mi viene sete, e prima di andare a letto dissi a Irene che andavo in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. Dalla porta alla camera da letto (lei lavorava a maglia) udii il rumore in cucina; forse nella cucina o forse nel bagno perché il gomito del corridoio spegneva i suoni. Irene fu colpita dal modo brusco con cui mi fermai, e venne accanto a me senza dire una parola. Restammo ad ascoltare i rumori, notando distintamente che provenivano da questa parte della porta di rovere, nella cucina e nel bagno, o nello stesso corridoio, dove incominciava il gomito quasi al nostro fianco.
Non ci guardammo neppure. Strinsi il braccio di Irene e la feci correre con me fino alla porta finestra, non ci voltammo indietro. I rumori si udivano sempre più forti ma sempre sordi, alle nostre spalle. Chiusi d’un colpo la porta e restammo nell’atrio. Ora non si udiva nulla.
– Hanno occupato questa parte, – disse Irene. Il lavoro a maglia le pendeva dalle mani e i fili arrivavano fino alla porta e vi si perdevano sotto. Quando vide che i gomitoli erano rimasti dall’altro lato lasciò cadere il lavoro senza guardarlo.
– Hai avuto tempo di portare via qualcosa? – le domandai inutilmente.
– No, niente.
Restavamo con quel che avevamo indosso. Mi ricordai dei quindicimila pesos nell’armadio della mia camera da letto. Troppo tardi ormai.
Poiché mi era rimasto l’orologio da polso, vidi che erano le undici di sera. Cinsi con un braccio la vita di Irene (credo che lei stesse piangendo) e uscimmo in strada. Prima che ci allontanassimo, ebbi pietà, chiusi bene la porta d’entrata e gettai la chiave nel tombino. Che a un povero diavolo non venisse in mente di rubare e di entrare in casa, a quell’ora e con la casa occupata.

(Tratto dalla raccolta Bestiario, Einaudi, Torino, 1974, a cura di Ernesto Franco, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria Martinetto)

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La scimmia e la macchina per scrivere

Lo dico subito, senza girarci intorno. Mi sono reso conto che l’escalation di cazzeggio (di cui pure sono un fervente sostenitore) all’interno della finestrella dei commenti mi stava scatenando momenti di intollerabile violenza verbale.
Violento nell’uso delle parole lo sono sempre. Certo. Ma da qui ad attaccare frontalmente gli interlocutori ce ne passa. In questi giorni i commenti che mi accendono la voglia di dire cattiverie inconsulte si sprecano. Poi arriva un anonimo e dice sostanzialmente le stesse cose che avrei voluto dire io e, magicamente, il fatto di leggere quelle parole scritte da qualcun altro mi fa subito qualificare quest’ultimo come intollerabile idiota (idiota – ne sono convinto – è colui il quale non rispetta gli spazi altrui).
C’è qualcosa che non va. Lo sento nella pelle, dietro la nuca e nello scroto.
Allora che fare?
Ne parlo con un caro amico, in una serata di pensiero apocalittico in cui decidiamo che il rock è morto, l’illustrazione è morta, la sociologia è morta e anche sparidinchiostro non sta troppo bene (cerca di capirci, la lunga chiacchierata si è srotolata subito dopo una cena indiana indimenticabile: da giorni, infatti, quei sapori inaciditi rifiutano di abbandonarmi stomaco e palato).
Sembriamo due vecchi. Un po’ rincoglioniti. E dire che di argomenti di conversazione ne avremmo a bizzeffe. Invece no, ci ostiniamo a parlare di un blog che in fondo è uno spazio inutile: a quasi quarant’anni c’è chi verga i propri pensieri a matita su Moleskine, io apro una finestra di splinder e inizio a scrivere le mie cazzate. Il mio amico mi dice che una volta sì che era divertente questo gioco del blog. Ora la finestra dei commenti non è più uno spazio di gioia e cazzeggio allegro, ma un contenitore di piccole patologie della mente, roba che farebbe gongolare Arto Paasilina.
Allora che fare?
Non nego che questo spazio mi è utilissimo e mi dà soddisfazioni. Mi è indispensabile quando mi consente di parlare – probabilmente in maniera impropria – di problemi del linguaggio, dell’industria e dei moventi di autori e pubblico. Mi è utile perché mi aiuta a costruire una rete di relazioni soffici (il famigerato magna magna) che mi sta portando a pubblicare le mie nefandezze su pagine cui non avrei avuto il coraggio di propormi. E’ anche molto piacevole quando la stima maturata nel reticolo di contatti (perché questo è il magna magna, stima reticolare) travalica e inizia a sentire di amicizia.
Allora che fare?
Le cose utili e quelle piacevoli.
Continuo a scrivere il blog. Ogni volta che ne ho voglia e di quello che voglio. Cerco di stare lontano dalla finestra dei commenti (ma non è una regola). Se reputi di dovermi dire qualcosa per la quale ti aspetti una risposta, non esitare a scrivermi usando l’indirizzo mail che vedi in testata. Di solito rispondo (ma neanche questa è una regola).

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mercoledì, luglio 12, 2006

Shine on you crazy diamond

Syd Barrett Cover

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syd barrett


venerdì, luglio 07, 2006

Compulsione consumistica

Carrello della spesa

 Il sito Read Yourself Raw segnala tutti i mesi i fumetti più importanti (secondo apprezzabili criteri di puzza sotto il naso) acquistabili da Previews (che è il catalogo del distributore Diamond Comics per i negozi specializzati USA).
Questo mese mi sono appuntato:

Making Comics by Scott McCloud (Harper-Collins, $22.95): Terzo saggio a fumetti di McCloud. Sai già tutto. Il primo (Understanding Comics) mi era parso un interessante testo divulgativo; il secondo (Renventing Comics) l’ho trovato letale; vediamo che fa ora.

Popeye Vol 1: I Yam What I Yam by EC Segar (Fantagraphics Books, $14.95). Primo di sei volumi che raccoglieranno tutto il braccio di ferro di Segar. Lo voglio!

An Anthology of Graphic Fiction, Cartoons & True Stories edited by Ivan Brunetti (Yale University Press, $28.00). Dopo il successo del numero speciale di McSweeney’s dedicato al fumetto (e curato da Chris Ware), sembra stia per arrivare un’ondata di antologie che vogliono tentare di replicare l’evento. Questo mese previews annuncia anche The Best American Comics 2006, curato da Harvey Pekar e Anne Moore, però io di Pekar non mi fido molto (le storie di American Splendor sono tra le poche cose disegnate da Robert Crumb che non sono riuscito a leggere – mi è successo anche coi Dirty Laundry Comics, quelli fatti insieme a moglie e figlia)

Big Fat Little Lit, edited by Art Spiegelman & Francoise Mouly (Raw Books & Graphics, $14.99). Raccolta di fumetti apparsi sui primi tre volume di Little Lit.

Do Not Go Where I Can't Follow by Anders Nilsen (Drawn & Quarterly, $14.95). Ad Angouleme dormiva nel letto davanti la porta del bagno. Era difficilissimo andare a fare pipì senza svegliarlo. Sembrava un tipo tristissimo e, a leggere la descrizione di questo libri, probabilmente ne aveva ottime ragioni.

The Sweeter Side Of R Crumb by Robert Crumb, MQ Publishing, $30.00. Già!

Pulphope: The Art Of Paul Pope by Paul Pope, (Adhouse Books, $29.95). A me 'sta rockstar del fumetto statunitense piace moltissimo. Durante una gita a New York – alla fine degli anni 90 – avevo trovato questi alboni enormi che raccontavano le storie di ragazzette motorizzate che si accompagnavano a guardie del corpo gigantesche e meccanizzate che potevano tenere tra due dita, perché liofilizzate. Il tutto narrato con pennellata da calligrafo giapponese. Quando ne parlo con gli occhi lucidi, il mio amico Lorenzo mi fa osservare che non capisco un cazzo di fumetti; il mio amico Daniele – che è stupefacente e conosce sempre gli autori più hype del fumetto francese e statunitense cinque anni prima di tutti gli altri – invece mi dice che ormai è cosa vecchia (in realtà ha iniziato a dirmelo non appena l’ho conosciuto io; fa sempre così).

A questo punto, prendo la mia lista e la porto alla Borsa del Fumetto. Qui qualcuno elabora il tutto con tecnologia del tardo Novecento (a naso, seconda metà degli anni 80) e dopo qualche mese mi arriva meno della metà dei libri che ho ordinato (tipicamente quelli che mi interessavano meno o quelli che ho indicato per un errore di valutazione).
Tu – se sei in area milanese – come fai a garantirti le tue letture? (senza tirare in mezzo Amazon, ché in molti casi - non questo mese - si tratta di roba che non viene distribuita in libreria)

Ah… Su Linus da questo mese ci sono i Maakies di Tony Millionaire. Dieci anni fa Daniele diceva che erano una ficata.


martedì, luglio 04, 2006

Domande oziose

Totò e Mike Bongiorno

E’ un periodaccio. Il caldo dannato e l’umidità amazzonica hanno fatto emergere la vecchiezza che mi porto dentro. Dolorini ovunque e voglia di far la doccia (ma – mi dicono – più di tre al giorno è reato e poi, in ufficio, non c’è uno spazio adeguato).
Allora passo le serate sdraiato sul pavimento ad ascoltare musica e guardare il soffitto al buio.
Mi pongo domande oziose e sudo.
A un certo punto mi alzo, lasciando una sagoma umida sulle piastrelle, e mi infilo nella vasca e continuo a pormi domande oziose.
Di letture proprio poche: un po’ di Pinky di Massimo Mattioli per Chiara e Davide (è appena uscito, per Mondadori, un volume che raccoglie un po’ di storie del coniglio rosa), ma a stare sul divano con le due bio-stufette in stereo si rischia la salute; un po’ di Kane di Paul Grist (BD ne ha annunciata un’edizione italiana: quando arriva, prendila!); due righe di Manchette, Twain o Himes (già, mi piacciono i classici).
Il problema è che poi non ho niente da dire (non dico di interessante, ché questo succede quasi mai) e vedere la data dell’ultimo post che invecchia mi suscita panico entropico.
Allora eccomi col più antico dei trucchi di sparidinchiostro. Rubo una frase da un commento (la vittima è Vicinelli, questa volta) e la metto qua in cima perché mi sembra particolarmente interessante.
Dice:

Che giorno triste sarà quello, speriamo lontano, in cui morirà anche R. Crumb.
Io personalmente avrò l'impressione che se ne sia andato non solo un vecchio amico che non mi ha mai deluso, ma uno degli ultimi che abbia del fumetto, più o meno, l'idea che ne ho io (viceversa, in realtà).

E poi:

Molto semplicemente, proietto su Crumb delle cose di me stesso e di posti in cui ho vissuto. Forse amo i fumetti che mi permettono di farlo e che sono sempre meno

Quanti e quali sono i fumetti che amiamo per questi motivi?
Sono scelte personali, specificamente riferite all’esperienza di ciascuno di noi, o ci sono anche oggetti generazionali?
Succede anche con altri media?





Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai