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giovedì, giugno 29, 2006
Ah... La notorietà! Mi ha detto un uccellino che Macworld di questo mese usa uno screenshot di Sparidinchiostro in un'immagine d'esempio in un articolo su firefox. Sarà il solito magnamagna?
A proposito di orecchie simmetriche e belle proporzioni...

mercoledì, giugno 28, 2006

Mi è arrivata la newsletter di crumbproducts.com, il sito che gestisce fumetti e merchandising di Robert Crumb e famiglia. Niente di realmente interessante (fornisce le coordinate di Crumb per i mesi estivi e scopro che sarà quasi sempre nel suo "nascondiglio segreto" nel sud della Francia a fare Genesis, il progetto di 180 pagg di cui si sente da un po' parlare in rete). Però c'è questo annuncio e mi sembra cosa gradevole. Lo riporto:
He has informed us the German publisher Taschen will release a fairly large book entitled "R Crumb's Sex Obsessions" early next year. There will also be a book entitled "R Crumb's Sweeter Side" released later this year by MQ Publishing (the same company who published The R Crumb Handbook).
lunedì, giugno 26, 2006
Il ritorno del maestrinodellaminchia

Scuola di fumetto mi interessa sempre meno. Ciò nonostante continuo a comprarlo e a leggiucchiarlo (distrattamente e non tutto). Trovo nel numero in questi giorni in edicola un’intervista a Francesca Ghermandi.
Taccio del mio amore per i lavori di Ghermandi e mi concentro un istante su un passaggio dell’intervista. Quando le chiedono che fumetti abbia letto di recente, la fumettista risponde con un elenco che comprende Canicola, Strapazin, il libro di Amanda Vahamaki, l’ultimo numero di Eightball di Dan Clowes (è quello del raggio della morte o ne è uscito un altro?), un paio di libri di Gipi, una raccolta di storie brevi di Peter Bagge e le autoproduzioni di Paolo Parisi.
Strepitoso.
Ne parlo col mio amico Lorenzo, cercando di sottolineare il fatto che siamo di fronte a un cambio di paradigma. Perché, dico, ho la sensazione che, dopo aver letto per anni solo interviste di fumettisti che dichiaravano di non leggere fumetti, da qualche tempo si sia modificato radicalmente l’approccio e gli autori si dimostrino attenti a quanto accade loro intorno. Lorenzo mi fa osservare che è una sensazione tutta mia e che sono un lettore distratto, anche di scuola di fumetto. Nelle interviste, la domanda sui fumetti letti viene posta molto di frequente e spesso gli autori dicono di non leggere fumetti.
Perché?
Non mi fiderei di uno sceneggiatore di serie tv che dice di non guardare la tv, o di un romanziere che non legge romanzi, o di un cineasta che non guarda film, o di un musico che non ascolta dischi o di un teatrante che rifiuta il teatro, eccetera eccetera eccetera…
Poi, siccome sono giorni in cui cazzeggio un bel po’, mi metto a girare in rete e capito nel portale wuz (quello che una volta si chiamava alice e dava indicazioni sui libri in uscita – lo fa ancora ma con una grafica così ridondante da farmici perdere). In copertina c’è uno speciale sul giallo, che fornisce consigli per gli acquisti per un genere che i lettori e la critica hanno ormai "sdoganato". GASP!
Poi, su Carmilla On Line, c’è la prefazione all’ultima raccolta di saggi di Valerio Evangelisti che comincia così: In apparenza la battaglia è vinta. La narrativa di genere – quella che, per semplificarne le diverse anime, definisco “paraletteratura”, strappando la definizione insultante dalle mani di chi la avversa – in Italia ha vinto e stravinto. Domina largamente il mercato, soprattutto in una sua componente, quella poliziesca e noir.
O cazzo! Vuoi vedere che siamo ancora qui a menarcela con cultura alta e cultura bassa?
Dobbiamo ancora superare la fase in cui le banalità possono essere taciute perché, in quanto banalità, annoiano e devono essere accolte con sbuffi e sbadigli.
Come sempre, alla fine, tocca fare tutto a me! A cominciare dall’enumerazione delle banalità.
Per fare il maestrinodellaminchia con la puzza sotto il naso, non si devono fare gerarchie di media o di generi sennò non si è credibili. Dire che i fumetti sono fichi (o che sono meglio de romanzi) è una stronzata, perché ce ne sono di ogni tipo (sia di fumetti sia di romanzi). Dire che i fotoromanzi o i romanzetti rosa sono merda è sbagliato (anche se tutti quelli che ho visto puzzavano abbastanza).
Vergognarsi di leggere fumetti è una roba che ti colloca fuori dal tuo tempo. Quelli che ti guardano sollevando il sopraciglio quando dici che leggi Topolino, poi, a casa, continuano a pensare a quanto sei idiota mentre fanno il calco del loro culo sul divano con il telecomando in mano.
Anche dire che la televisione è merda è sbaglgrrggrggrr (non riesco a scriverlo, però ci siamo capiti). Non ha senso attaccare il mezzo, meglio prendersela con dei modelli di fruizione televisiva: per esempio, ci sono persone (incredible but true) che si siedono davanti all’elettrodomestico più usato nel mondo senza sapere cosa vedranno; afferrano il telecomando e gironzolano da un canale all’altro fino a quando trovano il contenuto che fa meno schifo – una cucchiaiata di merda oggi, una domani, alla fine magari scopri che non era poi così male.
Se fai fumetti, fai come Francesca Ghermandi: leggi i fumetti. E’ semplice! Là fuori c’è un sacco di gente e, nel lotto dei grandi numeri, c’è chi fa fumetti e chi li fa meglio di te. E da questi (ma anche da quelli che li fanno peggio di te) impari un sacco di roba.
martedì, giugno 20, 2006
AP e Visca
Lo vedo e mi attrae. Perché il disegno in copertina è pazienzesco oltremodo e perché riconoscerei ogni singolo carattere di quella firma in stampatello minuscolo, anche se me lo mostrassero annegato tra innumerevoli lettering. Visca di Andrea Pazienza, edizioni Fandango.
E allora lo compro e lo ripongo sullo scaffale delle letture (quello lungo e appesantito dalla mia indolenza).
Ci sono libri che lascio lì perché non è ancora il momento giusto (alcuni per mooolto tempo) o perché me li dimentico. Questo invece mi è saltato in mano ieri sera mentre cercavo qualcosa da leggere avvolto dalla calura estiva della periferia al cubo che mi ospita.
L’ho preso colmo di aspettative. Cazzo! E’ Pazienza. Il mio Pazienza!
Bhoff…
Una raccolta di disegnino carini, caricaturine, fumettini, giochettini adolescenziali cui un Andrea Pazienza giovanissimo si è dedicato durante gli ultimi anni del liceo artistico pescarese.
Sì, ci sono i segni del genio precoce. Occhei, nessuno dei miei compagni di classe era così bravo a fare le caricature dei professori. Certo, di lì a poco avremmo potuto leggere Penthotal e – soprattutto – le storie per Cannibale. Ma si tratta solo di robette.
Ogni manufatto finalizzato alla comunicazione estetica – dice il professorino là in fondo sventolando la mano tozza e pelosa – deve essere letto sia come testo sia come documento.
Ma che due coglioni i documenti!
Ci stanno facendo leggere tutto, ma proprio tutto, quello che è fluito da penne, pennarelli e pennelli di APaz. Ricordo raccolte, all’indomani della morte, che – mantenendosi in risibile equilibrio sull’esile bordo della legalità – accozzagliavano fumetti, vighnette, illustrazioni, fossero anche state prodotte in un momento difficile su due strappi di carta igienica.
Veramente abbiamo, tutti, bisogno di queste cose. Veramente non sarebbe sufficiente un fondo che le raccogliesse e mettesse a disposizione (magari in rete) a chi avesse necessità di studio o di ricerca.
Ogni libro è un libro utile. Ma ci sono libri più utili di altri e prima di guardare la raccolta dei disegnini di un adolescente di genio vorrei venissero soddisfatte altre priorità.
E’ mai stato riproposto in volume l’episodio Lupi di Zanardi? L’ho letto durante un’estate degli anni ottanta su un Corto Maltese (forse trovato su una bancarella). Mi ha messo i brividi (ed ero stampato su uno scoglio in mezzo al mare).
Specie nella calma meditativa e dopata del mokuso al termine della storia.
Non l’ho mai vista in volume. O sbaglio?
lunedì, giugno 19, 2006
Manche
Avevo letto dell’esistenza di questo libro su un vecchio numero di Carmilla (la rivista). Mi sembra ne parlasse Luigi Bernardi nei suoi appunti per una storia del romanzo poliziesco (che prometteva non avrebbe mai scritto). E mi sembra ci fosse anche la traduzione di un brano che parlava di Dash, Dashiell Hammett, sancendo la superiorità della prosa del nostro a quella di Hem, Erenst Hemingway.
Ora il volume esiste anche in italiano e lo edita Cargo Edizioni (se ho capito bene, un’etichetta dell’Ancora del Mediterraneo).
Jean Patrick Manchette, Le ombre inquiete (il giallo, il nero e gli altri colori del mistero).
Sto leggendolo. Esaltante!
venerdì, giugno 16, 2006
Alla fine sono sopravvissuto alla mia povertà di spirito incasinandomi solo un po'.
Per evitare di annodarmi troppo mi ero scritto il discorsetto introduttivo alla lecture di Paul Karasik.
Lo riporto qui. E' lungo (15 minuti di parole), ma non mi va di spezzarlo in puntate. Salta a piacere.
Trasparenze nella città di vetro

Città di vetro è molteplice.
E’ un romanzo straordinario, scritto da Paul Auster.
E’ un fumetto straordinario, di Paul Auster, Paul Karasik e David Mazzucchelli,
E’ un’analisi accuratissima sul doppio nelle narrazioni. Probabilmente una tra le analisi più acute che siano mai state effettuate in secoli di scritture attorno al doppelganger.
La storia è nota. Tento di riassumerla evitando di rovinarla a chi ancora non l’avesse fruita in una delle sue due forme, letteraria o fumettata.
Daniel Quinn (il cui cognome fa rima con twin, gemello) è uno scrittore che ha perso moglie e figlio in un incidente di cui non ci viene detto nulla. Per vivere scrive gialli con lo pseudonimo William Wilson, omonimo di un giocatore di baseball e narratore dell’omonimo racconto di Poe, il padre riconosciuto della letteratura poliziesca.
William Wlson di Poe inizia più o meno così: “Lasciate che io mi chiami, per il momento, William Wilson. La pagina che si offre bianca non deve essere insudiciata dal mio vero nome il quale è stato troppo spesso oggetto di spregio, d'orrore e d'abominio per la mia famiglia.”. Un altro pseudonimo, insomma.
Il protagonista del ciclo di romanzi di Quinn/Wilson è l’investigatore privato Max Work (quasi a dire: “è solo un lavoro, baby, scrivo romanzacci per mere esigenze alimentari”).
A tarda sera, una telefonata sorprende Quinn. Qualcuno sta cercando urgentemente l’investigatore Paul Auster. E’ un caso di vita o di morte…
Quinn, reso spavaldo dalla presenza letteraria di Max Work, decide di fingersi Auster e prendere in carico il caso.
Peter Stillman è in pericolo. E’ un ragazzo selvaggio, un Kasper Hauser, che è stato imprigionato dal padre, Peter Stillman, per un terribile esperimento sulla scoperta del linguaggio originale degli uomini. Sapete come si fa, no? Si prende un ragazzo e lo si allontana da tutti coloro i quali possano fornirgli preconcetti linguistici. Per esempio le parole. Lo si lascia chiuso in una cantina a vedere che parole si inventa per comunicare con il nessuno che si limita a donarti cibo e occasionali scariche di botte. Il ragazzo selvaggio, una volta liberato, diviene un caso medico da analizzare e una meravigliosa occasione per interessanti narrazioni letterarie e cinematografiche.
Ora Peter Stillman (il padre) è di nuovo libero e Peter Stillman (il figlio), supportato dalla moglie e logopedista, teme per la propria incolumità. In fondo Kasper Hauser, il più noto tra i ragazzi selvaggi, è stato accoltellato nel parco proprio quando ha iniziato a raccontare ricordi della propria infanzia.
Da qui si dipana una cascata di doppi, identità simulate e menzogne che si incrociano, si sovrappongono e si scambiano. Ho cercato di mettere su un foglio le relazioni di “doppiezza” tra gli attori del romanzo e sono riuscito a produrre solo un grafo fittissimo con un grado di complessità tale che se cercassi di raccontarlo, con le mie modeste capacità, dovreste indossare i caschetti da speleologo per venirmi a recuperare dalla spirale di metaracconti.
Il grande maestro del doppelganger, Jorge Luis Borges, in quello che ebbe modo di definire il più importante tra i suoi libri, L’antologia di letteratura fantastica curata insieme a Bioy Casares e Silvina Ocampo, antologizzò un racconto brevissimo di Olaf Stapledon che dice:
“In un cosmo inconcepilmente complesso ogni volta che una creatura si trovava di fronte a diverse alternative non ne sceglieva una, ma tutte, creando in questo mondo molto storie universali del cosmo. Poiché in quel mondo c’erano molte creature e ognuna di esse si trovava continuamente davanti a molte alternative, le combinazioni di quei processi erano innumerabili e ad ogni istante quell’universo si ramificava infinitamente in altri universi, e questi, a loro volta in altri”.
Città di vetro è proprio così. Un giardino dei sentieri che si biforcano. Si ha la sensazione che il narratore, con perizia da maestro di scacchi, sia in grado di sviluppare l’albero combinatorio infinito reso possibile da ogni mossa e che giochi la mossa più vantaggiosa ai fini della narrazione. Ogni volta che si trova di fronte a un doppio, a un bivio, è consapevole dell’infinito reticolo di storie universali possibili, ma la storia lo costringe a una scelta.
E, nonostante la volontà sottesa dalla scelta, alla fine tutti gli attori della narrazione sono prigionieri del caso (cito la riduzione del testo di Paul Auster fatta da Paul Karasik): “il problema non è se la storia si sarebbe potuta svolgere in modo diverso. Il problema è la storia in sé e se abbia senso o meno non spetta alla storia dirlo”.
E il caso è il peggior criminale che si possa mettere davanti alla letteratura poliziesca. Ce lo ha spiegato Friedrich Dürrenmat, il più grande filosofo prestato alla narrativa poliziesca (o il più grande giallista prestato alla filosofia, a seconda di quale doppio il caso e la necessità ci inducano a seguire). Il senso profondo de La promessa (requiem per il romanzo giallo) è che l’indagine poliziesca, fatta di raccolta di indizi e di catene di deduzioni che non possono che serrare una morsa attorno al colpevole è una macchina menzognera.
Ma torniamo al doppio e alla Città di vetro.
Il romanzo stesso è un doppio di un precedente letterario illustrissimo: Don Chisciotte di Cervantes (libro molto amato da Borges). Non solo Daniel Quinn ha le stesse iniziali di Don Quijote, ma rimane prigioniero delle finzioni letterarie che lo assillano, insegue un amore impossibile, trascrive le proprie memorie lasciando che un narratore le renda pubbliche perché tutti vengano messi in guardia…
E poi lo dice anche Auster (quello vero) quando compare nel romanzo, divenendo un doppio fittizio di se stesso, e la conclusione non lascia margini di ambiguità.
Ed è strano parlare di assenza di ambiguità in un romanzo che ha come temi centrali il doppio e l’inconsistenza della lingua. Del doppio credo di aver detto (e anche troppo visto che siete qui per ascoltare Paul) della lingua, allora…
Peter Stillman (a proposito, ho detto del fatto che il figlio di Daniel Quinn si chiamava Peter e il figlio di Paul Auster Daniel?) attraversa la città labirintica tracciando messaggi che sottintendono l’inadeguatezza del linguaggio. Interrogato Daniel Quinn che finge di essere Paul Auster che finge di essere Daniel Quinn, Henry Dark/Humpty Dumpty e Peter Stillman, spiega che il linguaggio è inadeguato a esprimere il mondo. Lo dimostra usando le parole più semplici quelle che significano puntualmente un oggetto: la parola ombrello non indica solo l’oggetto composto da uno stelo, una raggiera di stanghette di metallo e un pezzo di tessuto teso tra le stanghette, ma anche la funzione di quello oggetto, cioè riparare dalla piaggia. Ma, allora, quando un ombrello si rompe e non è più adeguato al suo scopo, perché continuiamo a chiamarlo ombrello?
Città di vetro è complesso e molteplice (in senso calviniano). Quasi frattale, è un gioco di scatole cinesi in cui ogni volta che scoperchi una scatola, il grado di complessità non tende a diminuire.
Tradurre un gioco di tale complessità, espresso in un linguaggio tanto fallace da non essere nemmeno in grado di esprimere un ombrello rotto, in un'altra lingua – quella del fumetto – richiede probabilmente un po’ di sana incoscienza.
Come fare dunque?
C’è un film di Paul Auster e Wayne Wang che ci viene in aiuto e non mi farò certo spaventare dal dato squisitamente cronologico che tende a sottolineare come Smoke, il film cui mi riferisco, sia successivo di almeno un anno alla traduzione di Karasic e Mazzucchelli.
Succede questo:
A casa, Auggie (Harvey Keitel) e Paul (William Hurt) stanno mangiando cibo cinese preso a un take away. Paul ha appena scoperto che Auggie ha l’hobby della fotografia, anzi che considera la fotografia il suo vero lavoro e la tabaccheria che gestisce solo il mezzo per mantenersi.
Sul tavolo ci sono 14 album, sulla costa di ognuno un’etichetta con sopra scritto un anno: dal 1977 al 1990. Paul il romanziere, uno che di mestiere tesse narrazioni (l’usuale alter ego che Auster inserisce in gran parte delle proprie storie), prende uno degli album e lo apre. Sulla doppia pagina ci sono 6 fotografie identiche: è l’incrocio visibile dalla porta della tabaccheria di Auggie alle otto del mattino. Accanto a ciascuna fotografia c’è un etichetta con la data.
Auggie, nascondendo a stento il proprio orgoglio, spiega il suo progetto: fotografare lo stesso punto del mondo tutte le mattine. Paul cerca di essere educato, dice che l’idea è straordinaria e inizia a sfogliare rapidamente le pagine.
“Non capirai mai se non rallenti, mio caro.”
“Che vuoi dire?”
“Che vai troppo in fretta. Quasi non le guardi, le fotografie”
“Ma se sono tutte uguali?”
“Sono tutte uguali, ma ognuna è diversa da tutte le altre. Ci sono le mattine luminose e quelle buie. C’è la luce dell’estate e quella dell’autunno. Ci sono i lunedì e le domeniche. Ci sono persone in cappotto e stivali e persone in maglietta e pantaloncini. Qualche volta le stesse persone e altre volte persone diverse. E qualche volta le persone diverse diventano le stesse persone e le stesse persone scompaiono. La terra ruota attorno al sole e, tutti i giorni, la luce del sole colpisce la terra da angoli diversi”
Paul rallenta. Respira. Inizia a sfogliare lentamente l’album. Si concentra su ciascuna foto. Sui particolari e sui volti. Passa un tempo lunghissimo.
“Gesù, guarda, è Ellen!”
Primissimo piano del volto di Paul che scopre in una foto la moglie morta.
“Sì, è lei. Compare in parecchie foto di quell’anno. Credo che stesse andando al lavoro.”
Paul, quasi in lacrime: “E’ Ellen, guardala, guarda il mio dolce amore.”
Dissolvenza
“I fumetti ti spezzeranno il cuore” diceva Jack Kirby e il claim di Smoke era “Le cose più preziose sono più leggere del fumo”.
Una gabbia caratterizza ciascuna delle pagine dell’album di Auggie. E allo stesso modo le pagine di Città di vetro hanno una struttura rigida. Tre strisce e tre vignette per striscia. Nove vignette a pagina e ogni pagina è un’unità narrativa che funziona come un paragrafo. Ciascuna di queste pagine contiene la grande lezione del comic book americano. Con un occhio di riguardo alle modalità di costruzione della storia messe in scena dal sommo Harvey Kurtzman (autore molto amato sia da Paul Karasik sia da David Mazzucchelli). La prima dozzina di pagine del romanzo di Auster è raccontata in una dozzina di pagine di fumetto. I pesi delle parti del racconto sono tradotti mantenendo paginazione omogenea nella versione a fumetti. La struttura interna di doppiezza, all’interno della pagina e all’interno della storia, viene amplificata dalla presenza di metafore visuali (del cui uso Karasic è un maestro) e grazie al potere iconico del fumetto.
C’è una doppia pagina che mi piace moltissimo.
Non è una di quelle devastanti e lancinanti che montano combinazioni iconiche, movimenti di camera inusuali e dissolvenze quasi oulipiane (ci sono anche quelle, ma questo solo perché in quel libro è impossibile non trovarne ovunque).
Daniel Quinn e Paul Auster mangiano una frittata (forse di humpty dumpty, l’ovetto della filastrocca inglese che cavalieri e soldati non riuscirono a rimettere insieme). Guardiamo Auster seduto in poltrona e ha in mano una birra. La solleva e noi seguiamo il suo movimento, vediamo la finestra e usciamo volando giù dal palazzo per avvicinarci al marciapiede dove giace uno yoyo che sarà presto raccolto da una mano di bambino.
Mentre voliamo fuori della finestra inseguendo uno sguardo forzato, Paul dice: “La storia deve essere scritta da un testimone. Eppure Cid Hamete Benegeli, il supposto autore non compare mai. E allora chi è? Ovviamente il vero testimone e Sancho Panza, analfabeta ma col gusto della parola. E’ stato lui a dettare la storia al barbiere e al curato, gli amici di Don Chisciotte. Loro hanno fatto tradurre il manoscritto in arabo. Cervantes ha trovato la traduzione e l’ha ritradotto in spagnolo. […] Ma secondo me Don Chisciotte non era pazzo. Faceva solo finta. Fu lui a organizzare quella collaborazione a tre e a far tradurre il manoscritto”.
Non rilevate anche voi un inquietante gioco di similitudini e doppiezze in questo complesso gioco di collaborazioni e traduzioni?
Questo è il doppio che Paul ha contribuito a costruire.
Paul.
Auster, Karasic. Non è il problema. “Il problema è la storia in sé e se abbia senso o meno non spetta alla storia dirlo”.
mercoledì, giugno 14, 2006

Parafrasando le affermazioni di Prodi di ieri, Repubblica stamattina titola: "Rientro senza irritare USA". Quando mi accorgo che è troppo tardi e che ho bevuto troppo, il mio obiettivo diventa "Rientro senza irritare moglie". E' solo un caso?
martedì, giugno 13, 2006
Critico?
(mi informo, se è una malaparola torno e gli spacco la faccio)

Giovedì prossimo in Triennale a Milano (nell'ambito di Fumetto International)
Giovedì 15 giugno, ore 14.00
CONVEGNO
”Studiare il fumetto contemporaneo” è il tema di un convegno che si offre come occasione per riflettere intorno ai cambiamenti in atto negli studi sul fumetto. Se il fumetto contemporaneo si trasforma sul piano socioculturale, tecnologico ed economico, un necessario aggiornamento è in corso infatti nelle discipline e negli approcci che lo studiano. Molteplici i nodi del dibattito, di cui il seminario presenterà una prima mappatura: i riflessi della globalizzazione e della digitalizzazione sulle forme culturali ed editoriali del mezzo; la nuova attenzione per il linguaggio; la dialettica tra antiche e nuove forme di consumo; la svolta storiografica e il ritorno alla fase ottocentesca.
Intervengono: Daniele Barbieri, Sergio Brancato, Gino Frezza, Alfredo Castelli, Fabio Gadducci, Giulio Cesare Cucciolini. Introducono e coordinano: Fausto Colombo e Matteo Stefanelli. Programma completo.
Giovedì 15 giugno, ore 19.30
INCONTRI D'AUTORE
Paul Karasik racconta City of Glass, l’adattamento dal romanzo di Paul Auster, realizzato con David Mazzucchelli.
Ne discutono con l’autore: Alfredo Castelli (autore), Paolo Interdonato (critico) e Matteo Stefanelli (curatore).
lunedì, giugno 12, 2006

Domenica mattina. Prima che il gallo canti, varco la soglia dell’edificio che ospita gli uffici del cliente per cui sto lavorando. Bile e adrenalina sono gli umori che muovono la chiusura dei progetti. Ora le operazioni di rilascio sono concluse e fino all’attivazione del servizio (avverrà, fra quattro ore, alle 10.00) c’è una tregua. Quando entri in una sala in cui hanno lavorato tutta notte vieni investito da una zaffata di sudore, alitosi e nervosismo. Fortuna che di mestiere coordino progetti (sempre meglio che lavorare) e in questi momenti sono – come sempre del resto – completamente inutile. Scambio cordialità con le persone con cui ho lavorato negli ultimi 4 mesi (con quelle che ancora mi rivolgono la parola: quando fai il responsabile di progetto non riesci sempre a mediare tra tutte le posizione e, qualche volta, tocca di roteare la scimitarra), offro caffé cattivo e merendine muffite alla macchinetta, scherzo con il cliente. A poche ore dall’attivazione di un servizio, lo scherzo che va per la maggiore è quello che prevede il fallimento del progetto. Dico che non mi preoccupo, perché so che hanno bisogno di qualcuno che ridisegni le righe dei parcheggi. Risate. Battuta del cazzo, ma quando sei nervoso non ti resta neanche un briciolo del controllo sull’incontinenza verbale di cui solitamente vai orgoglioso. Ma finirà. Qualche giorno di analisi (fino a sabato da piano). Poi il rapporto di fine progetto e si chiude. E poi? Un altro progetto sui cui obiettivi non riesco a sentire il benché minimo coinvolgimento emotivo. Sarà vita questa?
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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