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martedì, maggio 30, 2006
It’s polemica time!

Alla notizia della morte di Alex Toth, segue una richiesta di polemica di Matteo.
Vorrei chiedere un po' di cose su Toth. Un autore che per me è da tempo anche un piccolo mistero.
1: perchè è diventato un autore tanto di culto?
2: quali sarebbero i suoi lavori indimenticabili?
3: chi sono i suoi allievi migliori?
Dietro a tutto ciò, l'ombra di un'agiografia che da tempo mi insospettisce: un artista senza pari o un bravo "caposcuola" scelto dalla Storia a incarnare un simbolo?
Nella mitografia su Toth (il "leggendario" uso del nero, la gestione del pennello ecc.) trovo meccanismi retorici simili ad altri, che mi fanno pensare a una certa idea di autore...vabbe' intanto sparo: Jack Kirby? Joe Kubert? Ivo Milazzo?
Polemica, please.
matt
Boris aggiunge
non c'è polemica matt
stanno, le cose, più o meno come hai detto.
perchè una cosa fisiologica come l'esaurimento della sintesi proteica di uno spennellatore settantottenne dovrebbe essere una brutta notizia?
perchè la morte vi pare come una brutta notizia?
ti prego spari spiegamelo?
perchè la morte è una brutta notizia e la nascita di qualche migliaio di coreani del sud pronti a cucire scarpe e palloni prima di imparare a camminare un lieto evento?
scusami...
è che ho appena scoperto di non essere gainsbourg.
borisbattaglia
ai due rispondo (correggo qua e là, ché forse una rilettura avrebbe giovato)
E dire che vi conosco entrambi.
E di entrambi sono certo che abbiate due cavità nel cranio in cui l'evoluzione e i geni che avete ereditato hanno infisso bulbi oculari.
Sfogliatevelo Toth, per dio! E guardate come costruisce la pagina. Certo i neri. certo il pennello.
Ma c'è anche del fottutissimo storytelling che si smarca dalle grandi scuole.
Non c'è il pampampam di Kurtzman. Non ci sono gli spazi siderali e l'ipertrofia muscolare e le prospettive impossibili di Kirby. Non c'è neanche il gioco di equilibrio degli sguardi di Barks.
(e cito - ovviam. - i maestri del comic book USA, saltando tutta la lezione di tempo e ritmo della strip. Ché lo sapete entrambi funziona in maniera diversa, anche se - prob. - il riferimento più facile sarebbe stato quello a Caniff).
Toth aveva ritmo. Come nessun altro.
Guardate quello schifo dello zorro disney.
Illeggibile! Eppure lo si deve guardare. Perché racconta storie (insulse e inutili) che richiedono partecipazione.
Sorprendente è che un uomo lucidissimo (grande polemista e redattore di memorie) e così dotato di talento non abbia mai sentito la necessità di fare un fumetto che ci interessi.
E' chiaro che scrivere che la morte di Toth è una brutta notizia è un riflesso condizionato. L'ho scoperto ieri mattina e ci sono rimasto male (non come quando sono morti paz o magnus, per esempio: in quei casi ho pianto). Mi è scappato lo scribacchino inconsulto (quello che non riesco a tenere a freno e che usa male le parole).
Toth è un grande caposcuola del segno. Guardate Frank Thorne, Ivo Milazzo (e tutti i disegnatori che devono sottoporsi alle violenze editoriali di Berardi), Jordi Bernet, forse anche Eduardo Risso (ma più ci si allontana più le influenze arrivano da fonti molteplici e i riferimenti si fanno inconsapevoli).
Una cosa interessante che mi sembra che dica Matteo è che certa storiografia abbia cercato di trasformarlo in un simbolo.
Mi sembra ci siano eventi distinti. Ci sono i libri che omaggiano il segno di Toth (tutti dovuti - a me ne vengono in mente 3, quello italiano, fatto da vianovi e becattini, è - a detta dello stesso toth - quasi tutto piratato); ci sono gli omaggi e le interviste del comics journal (in cui la tesi - condivisibile - di Groth mi pare fosse "Alex Toth è tra gli autori più importanti del fumetto che non ci interessa"); ci sono gli innumerevoli articoli e memorie richiestigli da Coke, Thomas e da tutta la cricca di twomorrows.
Questi ultimi sono i più pericolosi. Però lì più che volontà di costruire il mito (cosa che prevedrebbe la capacità di orchestrare un piano o di avere una strategia - almeno una tattica), mi sembra ci sia stata una grande disponibilità da parte di toth. Ce ne sono in giro di signori che si concedono senza riguardi, regalando interviste e memorie. Faccio due esempi: Gil Kane che è stato un grande per la consapevolezza infusa nel proprio mestiere; Carlo Peroni che racconta spessissimo le sue cose.
Gli si costruisce attorno mito?
Un'altra domanda: Krigstein (solo per fare un altro esempio) non ha fatto "l'opera". Ci possiamo permettere di dimenticarlo?
C'è questa malattia dell'infanzia del fumetto.
Scrivere di fumetti richiede un cazzone che abbia letto un sacco di supereroi e che collezioni carta coi disegnini.
Questo ci ha riempito le case di libelli insignificanti in cui la storia del mezzo è ridotta a una carrellata di personaggi. Dall'altra parte c'è (ed è storia più recente) chi vorrebbe che la storia del mezzo fosse costruita dall’analisi dei punti di discontinuità.
E ci è venuta la necessità del canone. Lo vogliamo e vogliamo affastellare opere.
E allora c'è il rischio che un autore che non ha l'opera importante nel proprio curriculum venga escluso da questa sala lettura in cui di chiudiamo noi che crediamo nelle potenzialità (molte anche realizzate) del fumetto.
Però - e qui ho dubbi e mi sembra argomento di cui dovremmo discutere - non è che così facendo rischiamo di perderci dei tocchi.
E' possibile costruire una storia del fumetto concentrandosi solo sulle opere "importanti"?
Ci sono le intuizioni (Stan Lee ne ha avuta -almeno- una fondamentale e ha scritto solo cose dimenticabili), i personaggi (quando nel 1962 è apparso DK è successo qualcosa di imprtante, socialmente e per il mezzo - io di opere fondanti col ladro avvolto dal preservativo integrale non ne ricordo), e anche gli autori...
lunedì, maggio 29, 2006
Ricordo di un estate (ovvero, non si butta via niente)

Mi è costata enorme fatica capire che l’ovest statunitense è soprattutto – e solo – un luogo dell’immaginario. Mi sono dovuto aggregare a un ristretto gruppo di amici per pianificare un viaggio alla volta di Arizona, Utah e New Mexico. Abbiamo scelto il volo più economico e noleggiato l’auto più vantaggiosa: e, finalmente, abbiamo potuto dedicarci al più sgangherato dei viaggi disorganizzati. Eravamo pronti a dormire nei motel più economici, quelli resi noti dai film con gli autostoppisti della paura; pronti a pranzare seduti al bancone di locali che sembravano usciti da una canzone di Tom Waits, in cui è il piano ad aver bevuto e non certo noi; pronti a far benzina subito fuori la Navajo Nation, mentre, in un angolo, un indiano (uno di quelli – come direbbe Jannacci – con le piume, non di quelli che hanno fame) si sbronza approfittando della libera vendita di alcolici. Ma non eravamo pronti al turismo dell’avventura. Fermi, nella Monument Valley, sotto un sole giaguaro, ad ammirare una di quelle meravigliose sculture naturali reseci familiari da “Ombre Rosse” di John Ford. Mentre respiravamo profondamente il west che romanzi, film, fumetti e musica ci hanno inoculato sotto pelle, un’Oldsmobile rossa sgargiante, con targa personalizzata con l’usuale cactus Saguaro stampato in rilievo, si è avvicinata a una velocità molto superiore a quella consigliata, sollevando una nuvola di polvere. Dopo una frenata con lieve derapata che tutti abbiamo sentito nella gola, la portiera si è aperta e dall’auto è sceso un imbecille, vestito da Dolce & Gabbana, che cantava a squarciagola: “era meglio morire da piccoli…”
Brutte notizie

Alex Toth (25 giugno 1928 - 27 maggio 2006)
venerdì, maggio 26, 2006

Le avevo viste sull'Atlante de Le Monde Diplomatique (lo hai sfogliato, vero?) e mi erano sembrate interessantissime. Oggi su L'internazionale c'è un breve articolo che ne parla e scopro che c'è un sito dedicato a queste mappe più parlanti di un istogramma e più spaventose di un film di Tod Browning. QUI Sullo stesso numero di internazionale, mi spiegano che non esiste una letteratura contemporanea cambogiana e che forse Moggi lo fanno senatore (quest'ultimo articolo è firmato dallo storico inglese John Foot).
martedì, maggio 23, 2006
Mi sembrava tutto così chiaro...

Gli è che a me sembrava tutto così chiaro. Invece - ed è la dimostrazione che sono un idiota - non si capisce nulla. Ci riprovo (semplificando la storia ad asciate).
Harvey Kurtzman, che reputo essere tra i più grandi, dopo una breve carriera di gagman per la mervel/timely (faceva delle storie di una sola pagina, hey look!, che venivano stampate in seconda di copertina) è andato a cercar lavoro alla EC.
La EC era stata rilevata da Bill Gaines, figlio di Max (che gli storici del fumetto USA talvolta indicano come inventore del comic book).
Max Gaines si era schiantato in barca e il figlio, che avrebbe voluto fare l'insegnante di chimica, si è ritrovato a gestire l'azienda di famiglia.
EC stava per Educational Comics e faceva storielle religiose. Con un processo in cui Bill è stato probabilmente più osservatore che motore, la EC è divenuta Entertainment Comics.
Alla Entertainment le cose si fanno divertenti. Fumetto di genere (orrore, fantascienza, guerra and so on).
Kurtz si ritrova immediatamente promosso a fare due testate di guerra (frontline combat e two fisted tales). Escono ogni due mesi e i soldi non bastano.
Gaines propone a Kurtzman di fare un ulteriore mensile comico che richieda molto meno documentazione (anche perché il nostro era un ossessivo compulsivo e passava ore a studiarsi i modi in cui funzionavano i sommergibili).
Nasce Mad, comic book di 32 pagine con 4 storie comiche su ciascun numero.
Nel fumetto USA stavano succedendo cose. Tra queste, quell'ondata di maccartismo di sinistra che condusse al comics code.
A Kurtzman il comic book sta stretto. Allora chiede e ottiene di trasformare mad in rivista. Grande formato e in bianco e nero. Può ospitare - oltre ai consueti fumetti - reportage, articoli, pubblicità finte...
Kurtzman e contento e Gaines pure...
Infatti il comics code, che è un codice censorio che l'industria del fumetto si è imposta per mettersi in salvo dagli attacchi dell'opinione pubblica (e forse per far saltare la casa editrice di Gaines - la prima stesura del codice sembra costruita appositamente per colpire frontalmente EC comics), ha ucciso tutte le pubblicazioni di Gaines.
Per sopravvivere i comic book dell'orrore, del crimine e di fantascienza dovranno modificare le proprie testate e il proprio formato (fino a giungere all'orrido esperimento dei pictobooks -- inguardabili!).
Non serve a nulla perché lentamente e inesorabilmente tutte le testate di Gaines chiudono.
Tranne Mad.
Nel frattempo Mad non è più diretta da Kurtzman, perché il nostro ha avuto una proposta da Hefner (il babbo di playboy) e si è scazzato con Gaines. Il dialogo trascritto qui sotto voleva raccontare queste cose.
I primi due numeri di Trump sono bellissimi. Peccato che Hefner abbia deciso di cambiare uffici in quei giorni e stia subendo un casino con la gestione degli spazi pubblicitari.
Trump chiude!
Cosa fa Kurtz?
Decide di autoprodursi!
Mi sembra che la vita di Kurtzman sia una perfetta sintesi delle pulsioni dell'autore che vuole esprimersi con forti motivazioni politiche ed è però costretto dagli eventi a barcamenarsi (come tutti) tra felicità e sicurezza.
Mi sembra che la sua biografia (specie se contrapposta a quella di Al Feldstein - l'Al che viene citato nella chiacchierata qui sotto) racconti moltissimo dell'ossessionante scarto tra pulsioni industriali e necessità espressive. O, se preferisci, tra incrollabile fede nello stipendio sicuro e febbre del racconto...
lunedì, maggio 22, 2006
Sul blog di Igort si stava parlando di differenze negli sguardi al fumetto. Poi gli sguardi erano troppo differenti ed è quasi scoppiata una rissa...
Per vari motivi, non posso parlare della mostra in triennale con animo sereno e i difetti (che anch'io ci vedo) li racconto direttamente a uno dei due curatori. Però la questione degli sguardi mi interessa e, allora, mi (quasi) invento un pezzo di Storia, che mi sembra racconti due visioni del fumetto.
La cicala e la formica

- Mi stai prendendo per il culo?
- No. Mai stato più serio…
- Il cinquanta per cento?
- Il cinquantuno.
- Andiamo… Va bene che ti chiami come il coniglio gigante parlante. Ma piantala di dire assurdità.
- Vuoi parlare o esco subito?
- Cazzo! Solo 4 mesi fa ti sei seduto su quella stessa sedia e mi hai fatto una scenetta da checca isterica identica a questa.
- Non volevo soldi. Volevo trasformare il giornale.
- E te l’ho fatto fare!
- E hai fatto bene perché, lo sappiamo tutti e due, ti ho salvato culo e azienda. Non fosse stato per la mia idea tornavi a insegnare.
- Piantala! L’hai fatto solo per il tuo ego mostruoso! Io… Io… Io… Io Posso farlo! Perché per te questo business è un gioco! Vuoi continuamente cambiare le regole per dimostrare che tu puoi farlo.
- E’ vero. E voglio continuare a farlo. Voglio il 51% della rivista!
- Senti. Ti do il 15%. Sono tanti soldi, sai. E la piantiamo li e dalla prossima volta entri in questo ufficio solo per farmi ridere con le tue storie e non con le cazzate che dici!
- Non ci siamo capiti.
- Ci siamo capiti benissimo!
- Non sono qui per trattare! Voglio la mia rivista!
- Perché non provi a fartela da solo allora? Non riesci a beccare una data di consegna neanche se te la tengo ferma mentre la rincorri!
- Non mi serve andare a farmela da solo…
- IL PORNOGRAFO?
- …
- Ti sei venduto al pornografo!
- Non mi sono venduto.
- Ah no?
- Una rivista con più budget, più pagine e a colori! Faccio il Life della comicità!
- Tre numeri.
- Cosa?
- Dài! Fidati, lo conosco questo business. Quello è tutto perso ad annusare passere e non capisce nulla di fumetti! Quella stronzata dura tre numeri!
- Sentilo l’uomo d’affari! Se non fosse stato per la mia idea a quest’ora saresti finito.
- Smettila di fare la primadonna!
- Avresti dovuto essere tu la primadonna. Invece al processo ti hanno ripassato come il pivello che sei!
- Lo sai, non stavo bene.
- Non stai mai bene, quando c’è da prendere una decisione!
- Ma pensi di essere insostituibile? Chiunque è in grado di far ridere!
- Non come me.
- Non è arte. E' mestiere! Ti sostituisco quando voglio.
- Con Al?
- Con Al!
- Va bene. Vado a fare la mia rivista!
- Te ne pentirai!
- No
- O sì, che te ne pentirai!
Harvey Kurtzman esce dall’ufficio di Bill Gaines sbattendo la porta. Tra i due c’è una rottura così secca da far sì che Gaines faccia eliminare il nome dalle ristampe delle selezioni di fumetti di “Mad” edite da Ballatine Books. Per anni non si rivolgeranno la parola.
Gaines aveva torto. "Trump", edita da Hugh Hefner, al terzo numero non ci sarebbe mai arrivata.
mercoledì, maggio 17, 2006

Sai già tutto. In un intorno delle 18.00, stasera c'è l'inaugurazione. Domani invece una tavola rotonda sul graphic novel con Gipi, Igort, Toffolo, Fofi, ...
Ci vediamo là.
martedì, maggio 16, 2006

C’è un noto aforisma di G.B. Shaw (stupidino – come spesso sono gli aforismi – ed è forse proprio per questo che mi piace tanto) che evidenzia come l’intelligenza umana e l’amore per il golf siano legati da una proporzionalità inversa. Ho sempre pensato che la stessa cosa valesse per il calcio: non è necessario essere stupidi per amarlo, però aiuta. Tronfio e spocchioso, ho passato tutta la mia vita a non giocare a pallone nella squadretta di quartiere, a non fare la collezione di figu, a evitare 90° minuto e la domenica sportiva, a ignorare le pagine dedicate al calcio dei quotidiani. In questi giorni mi è impossibile. Si avvicinano i campionati mondiali e leggo (in prima e in ogni pagina) che è stata scoperta una fittissima rete di ricatti, minacce, violenze, agevolazioni, benefici, scommesse, alterazioni dei fatti durante la cronaca… Credo che questo modello sistemico di gestione si chiami mafia. Nel sistema calcio circolano quantitativi di quattrino che gettono nel più profondo sconforto chiunque debba vivere con un onesto stipendiuzzo la cui entità sia (più o meno) connessa al tempo venduto (direttamente o indirettamente) a un’azienda. Perché questo ricchissimo sistema dovrebbe essere gestito diversamente da tutto il resto della cosa pubblica? Non so nulla di calcio, dicevo, e vedo con sorpresa il volto di questo Moggi (di cui ho capito solo che è una sorta di eminenza grigia che da un ventennio domina e gestisce il pallone italico): cranio a ogiva puntuta al cui centro compaiono lineamenti che sembrano essere stati progettati da Hanna&Barbera perché li si possa muovere con metodi da animazione ridotta. Un volto buffo cui si può opportunamente aggiungere una vecchia battuta di Ellekappa: “O la mafia non esiste… o, allora, è peggio per voi…”
lunedì, maggio 15, 2006
 
Kurt Vonnegut: “Credi di avere talento?”
Saul Steinberg: “No. Ma credo che ogni opera d’arte nasca dal confronto tra un uomo e i suoi limiti”
mercoledì, maggio 10, 2006
Il teorema dello storione

Una biblioteca newyorchese che ha sempre guardato con accondiscendenza alla fantascienza (per la simpatia si sarebbe dovuto attendere ancora qualche anno), ha organizzato la presentazione di un romanzo di Theodore Sturgeon: Some of your blood (in italiano, Qualche goccia del tuo sangue, uscito un paio di volte in effimere collane Mondadori). Non è proprio un romanzo di fantascienza, ma è l’inizio degli anni 60 e presentare al pubblico di una biblioteca un romanzo che parla di un vampiro che non ha nulla di soprannaturale e – forse – di mestruazioni è già abbastanza eversivo. Il pubblico in sala è poco, però è mosso da sincero interesse. E dopo una breve introduzione, una presentazione del libro a opera dello stesso Sturgeon, uno scambio di convenevoli che sfiorano i temi del romanzo e la lettura di un capitolo, iniziano ad arrivare domande. Dapprima timide e fuori fuoco, poi sempre più attente e curiose.
Anne, seduta in prima fila, è la più assidua cliente della biblioteca. Arriva a leggere anche 4 romanzi la settimana e non passa mattina che non faccia una capatina nella sala lettura (le malelingue dicono che tra lei e Howard, uno dei bibliotecari, ci sia del tenero). Di solito Anne tace e ascolta discretamente, ma non questa volta. Ha capito di cosa parla quel romanzaccio ed è decisa a mostrare tutta la sua ripulsa. Lo scrittore poi è un po’ trasandato e indossa un giubbotto in pelle: un autore rispettoso del suo pubblico avrebbe tributato al momento la sacralità che meritava; giacca e cravatta erano d’obbligo. Anne cerca di fare domande che mettano in difficoltà quell’imbrattacarte che passe le sue giornate a scrivere storielle prive dell’afflato della vita su rivistacce di fantascienza, ma nei libri non c’è tutto quello che ti serve per vivere e la donna è poco allenata al confronto dialettico. Sturgeon invece è un uomo pacato e reso abile a schivare gli attacchi del pubblico indisponente da oltre un decennio di frequentazioni con loschi individui ossessionati dalla fantascienza. Anne si scalda, perde il controllo della retorica e sibila: “il 90% della fantascienza è spregevole!”. Usa la parola “crud”, ché anni di letture alte le impediscono di sbottare in volgarità, ma mentre lo dice un moto di pudore la costringe ad abbassare ulteriormente il tono di voce. Quasi un sussurro.
Theodore Sturgeon la guarda e sorride. Non perde la calma neanche per un istante. Non si diventa un punto di riferimento per gente come Kurt Vonnegut se non si è capaci di gestire momenti difficili: lui addirittura è l’archetipo sulle cui fattezze è stato costruito Kilgore Trout, il grande studioso delle tradizioni trafalmadoriane. Non ha sentito bene la frase, ma ne ha colto il senso. Si passa la mano su pizzetto puntuto per prendere tempo, strizza un po’ gli occhi e, con voce ferma e gentile, dice: “Signora… il 90% di qualsiasi cosa è merda”. Usa “crap”, una parola di quattro lettere, là, in mezzo a della gente perbene. In un tempio del sapere.
Anne non può sopportare oltre. Si alza di scatto, stringe al ventre la borsa ed esce dalla sala facendo risuonare (intenzionalmente) i tacchi bassi sul pavimento. Non si farà vedere in biblioteca per due settimane.
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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