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giovedì, aprile 27, 2006
Teardrop

Non so se l’ho già detto, ma probabilmente se ti capita di leggere le cose che scrivo da queste parti l’hai capito da tempo: di musica non è che ci pigli proprio tanto. Compro e/o masterizzo centinaia di dischi ma poi non sono capace di ascolti attenti. Ci sono cose bellissime o che mi vengono indicate come tali da amici che mi sembrano affidabili e che non riesco proprio a capire; ci sono poi cose che gli stessi affidabili amici mi indicano come inezie che invece mi mandano in visibilio e mi ossessionano. Non è tutta colpa mia. Ho amici coetanei che raccontano di quando i loro fratelli (o sorelle) maggiori li bombardavano con ossessionanti monologhi basati su ideologie mal capite, accompagnando il tutto con i ripetuti ascolti dei Led Zeppelin o dei Pink Floyd. Sono cresciuti tutti in città. Noi in provincia avevamo genitori sfascisti che affermavano che se un poliziotto in borghese aveva estratto la berta e freddato quel rivoluzionario capellone che stava camminando per i cazzi suoi, sicuramente il comunista aveva fatto qualcosa: e poi mica si può togliere la pistola a chi deve difenderci! Ho anch’io due sorelle più grandi, di quattro e cinque anni, ma a casa erano tutte piccolograndeamore, piccolaketty, seseitulangeloazzurro e tiamottì. Cresci disturbato e sicuramente maturi ossessioni. Le mie si concretano in un’insopportabile smania di possesso di libri e dischi (per pudore e buon senso, indico solo le cose che si possono comprare e mi posso permettere). Ieri sera, per esempio, sono passato davanti al negozio di dischi. Volevo chiedere il nuovo Africa Unite (perché il duetto Madaski/Bunna mi piace tantissimo e perché sono curioso di sapere cosa è successo al loro suono dopo l’abbandono di Senatore e Parpaglione). Il piano è chiaro. Ho poco tempo, chiedo, compro (costa solo 13 euro) e mi allontano senza lasciargli il pancreas (reni e polmoni finiti). Sono lì che aspetto il mio turno e vedo “The Best of Massive Attack”. Lo prendo in mano e sghignazzo. Hahaha… Ce li ho tutti e 100th window non mi è neanche piaciuto. Lo poso e – porca trota! – accanto a “The Best of Massive Attack” c’è “The Best of Massive Attack”. Ha lo stesso titolo dell’altro e gli somiglia abbastanza, ma ha una confezione molto più seducente per noi allodole e costa una dozzina d’euro in più. Non posso resistere. Oltre al disco, il pacchetto con copertina cartonata contiene un dual disc (un robo doubleface) che, da una parte, è un dvd con tutti i video del gruppo di Bristol e, dall’altra una raccolta di canzoni inedite o raramente sentite. Dannazione! Viene con me! Adesso tocca di canticchiare tutto il giorno: karmacoma Jamaican aroma / karmacoma Jamaica in Rome…
mercoledì, aprile 19, 2006
Il senso di ignatz per le nuvole

Igort, nel suo blog, sta raccogliendo opinioni sugli ignatz. Lo sai cosa sono, vero? Si tratta di albi di 32 pagine spillati e con sovraccoperta e bandelle, con dimensioni paragonabili a quelle di un album bd. Su ciascun ignatz vengono pubblicati lavori di un solo autore, che decide di gestirsi lo spazio concessogli come meglio crede: racconti brevissimi (come fanno Broesma o Huizenga), racconti di 32 pagine (Gipi) o anche capitoli di una storia più lunga e complessa (Igort e Mattotti, per esempio). Stavo per intervenire, ma mi sono accorto che preso dal consueto impeto di incontinenza verbale avrei scritto un commento lunghissimo e illeggibile (soprattutto se inserito nella colonnina stretta messa a disposizione dai template blogspot). Allora ne parlo qui dove, anche se mi lascio prendere da uno dei consueti attacchi di incontinenza verbale, ci sei abituato e salti a piacere. Torno agli ignatz per dire che mi sembra si tratti di una delle scelte progettuali più interessanti (forse addirittura la più interessante) che il mercato del fumetto italico stia producendo. Ah… Eccolo! Il solito momentone di magna magna di sparidinchiostro! No. Ne sono convinto. Veramente. Lascia che provi a spiegarmi... Come al solito devo prenderla un po’ alla lontana e semplifico ad asciate. Poi, se vuoi, correggiamo ed affiniamo.
Il fumetto italiano è stato graziato dalla presenza di un intellettuale vivissimo che non è più tale da qualche settimana, Giovanni Gandini. Non ne ho parlato qui e la cosa mi pesa molto sulla coscienza. Gandini ha avuto la voglia, la forza e il coraggio di gettare “un certo sguardo” sul fumetto. Nel 1965 nelle edicole italiane si presentò un’anomalia. Su campo verde, Linus Van Pelt, il fratello di Lucy, abbracciava stretto la sua coperta (quella che poi, associata al suo nome sarebbe diventata antonomastica) e si ciucciava il dito. La rivista si chiamava come il personaggio rappresentato: linus. In apertura la trascrizione di una tavola rotonda: Vittorini, Eco e Del Buono parlavano di fumetto. Basta con lo sguardo affettuoso del collezionista. Quella cosa fatta di immagini e parole, di sequenze e nuvolette non aveva bisogno di essere sdoganata. Perché con quel modo di narrare si confrontavano da anni gli Schulz, gli Herriman, i Jordan, i Kelly e i Crepax. Nel 1965, dopo la luminosa idea di Gandini, si formò un’idea ricca e consistente di fumetto. Un’idea europea, che si smarcava clamorosamente da format e formati provenienti principalmente dal nordamerica. Chiunque fosse intellettualmente vivo aveva trovato uno spazio per leggere fumetti senza la feroce esigenza di giustificare le proprie pulsioni con se stesso e con chi trovava che immagini e parole insieme fossero sintomatici di impoverimento del senso (negli USA, chi era mosso dalle stesse curiosità stava in quei tempi inseguendo gli effetti delle innovazioni di Kurtzman il rivoluzionario: il primo tra tutti stava rendendosi progressivamente visibili sugli underground comix). Mi incazzo e molto quando leggo criticuzzi del fumetto patrio che lamentano le discriminazioni che vengono mosse a quella cosa che amano chiamare letteratura disegnata, un nome stravolgente e dissennato che serviva da claim a Pratt per distinguere le proprie produzioni (eccelse) dall’altrui piattume. Eppure ancora oggi spesso chi si pronuncia sulla combinazione tra parole e immagini tende ad attribuire al codice verbale funzione educativa e a quello iconico funzione ludica. C’è anche una parola che nasce a questo incrocio: edutainment. E’ una parola orribile. Ma sto tergiversando. Ritorno a Linus e alle riviste. Linus segnò un modo di pensare e guardare al fumetto che fece scuola in Europa e anche all’esterno (per intenderci, senza l’idea di Gandini Raw sarebbe stata un’altra cosa). Il contratto tra la forma rivista e il lettore era stato sancito.
Qui, caro il mio curioso lettore, troverai narrazioni – anche seriali – e troverai lo spazio per le innovazioni. Non ti si garantisce tranquillità. Non sperare nella consolazione finale. Io, la rivista, per statuto e vocazione troverò modo di ospitare piccole rivoluzioni linguistiche, narrative e di genere. Ora siediti e chiedi a quelli che ti stanno attorno di fare silenzio: ecco, inizia a sfogliare.
Il gioco funziona. La rivista deve essere vocata a darsi un’immagine e a differenziarsi dalle altre, apportando modifiche – piccole o grandi – al proprio contratto col lettore. Scismi e scazzi sull’idea di narrazione e sui fumetti producono nuove riviste, nuove idee. E la cosa evolve producendo benefici sui lettori e sugli autori fino a metà circa degli anni 80 (altra orrida semplificazione, ma concedimelo).
[vado per le lunghe… continuo più tardi]
Ritorno al senso degli ignatz. Nella seconda metà degli anni 80 si produsse una spaccatura definitiva e insanabile tra le riviste del fumetto e il loro pubblico. Il contratto era rotto. Da un lato, partì una deriva verso la sperimentazione grafica (cominciata sicuramente dagli umanoidi e dalle storie a forma di farfalla) e, dall’altro, si materializzò un tentativo irresponsabile di avvicinamento alla serialità di impianto bonelliano (che dava ottimi risultati di vendite, specie a ruota del fenomeno dylan dog). Tutto ciò uccise le riviste. Mi sembra ci siano state delle chiare responsabilità da parte di tutto il mondo della produzione: autori, editori, editor, studiosi e critici. E il lettore? Secondo me le sue colpe sono state molto minori. Dalla rivista poteva pretendere due cose: un livello qualitativo commisurato all’esborso di vil pecunia e l’infrastruttura educativa che gli consentiva di preparare il proprio sguardo e la propria sensibilità alle narrazioni a venire. Rotto il contratto, il lettore poteva permettersi di mandare a fare in culo tutti questi piccoli truffatori che affollavano i chioschi: Linus sclerotizzata nella riproposizione di un’immagine di se stessa che non ha capito bene quale fosse; Alter alter sempre più illeggibile (fino ai bellissimi – ma inaccettabili – fascicoli poster); Frigidaire sempre più distante dal reale (e con aree di cialtroneria fumettata difficilmente sostenibili); Corto Maltese all’inseguimento del rinascimento supereroico statunitense iniziò a pubblicare tutto il pattume d‘importazione che può; le riviste della comic art divenirono spazi costosi per gli scarti bonelli… Le vendite crollarono e gli editori chiusero o scapparono con la cassa. Schiacciato nel mezzo rimase chi i fumetti voleva farli sul serio. Per lui restavano solo due alternative: accettare il posto sicuro come impiegato seriale oppure prendere le proprie povere cose, infilarle in valigia e migrare verso il lavoro. Mi dicono che Carlos Sampayo sia salito con le sue valigie su quel volo per Barcellona dicendo una cosa che suonava più o meno così: “Qui, non ci sono più le condizioni morali per continuare a lavorare”. Un’esagerazione? Non credo. Scarpe e formaggio sono un’esigenza per tutti. Affitto o mutuo aumentano e l’uomo, anche quando di mestiere scrive e/o disegna i fumetti, è alla strenua ricerca del difficile equilibrio tra sicurezza e felicità. E allora che fare? O il Giappone, la Francia e gli Stati Uniti diventano mete possibili, anzi consigliate (mi chiedo se esista tra i fumettisti una rete di scambio di informazioni che funga da tour operator editoriale). Oppure l’autore vive d’altro: fa illustrazioni e fumetti per le poche riviste che continuano a pubblicarne, per i libri di testo, per le riviste di enigmistica… Ma se vuole raccontare la sua storia in Italia, gli tocca di trovare un modo per autofinanziarsi. Specie se la storia che sente è lunga e richiede molto lavoro. Ma il comic book non è un formato che in Italia si possa affrontare a cuor leggero. E, siamo sinceri, anche negli Stati Uniti non è che se ne vendano poi così tanti da consentirgli di mantenersi. Se sta pensando a un progetto consistente non è in alcun modo in grado di mantenere alcuna periodicità che consenta la felicità dei rivenditori (che sulle cose che l’autore sforna ci devono fare del margine, se no smettono di venderle).
Ignatz ha alcune caratteristiche interessanti. In un momento in cui nessuna casa editrice fuori dall’edicola può permettersi di pagare a pagina (e nessuna casa editrice fuori da Disney, Bonelli e forse Astorina può permettersi di pagare tariffe dignitose), offre: 1) una vetrina in cui, con periodicità sostenibile (32 pagine), un autore può essere pubblicato, 2) uno spazio di sperimentazione e crescita, assimilabile a quello offerto un tempo dalle riviste, ma senza l’onere di dover sostenere la struttura di redazione (che ha, per una rivista che voglia essere tale, oneri e costi di progettualità e consistenza che mi paiono disarmanti), 3) un’infrastruttura di coproduzione che abbassa i costi di assemblaggio dell’albo ma consente all’autore flussi (magari minimi, ma esistenti) di quattrino provenienti dai diritti d’autore di (credo) 6 paesi.
Non mi pare poco e, al momento, non mi viene in mente nulla di meglio.
mercoledì, aprile 12, 2006
un ragazzino perbene

Io, quando non sto bene, mi rifugio in libreria, all’incrocio tra l’ingiustificabile feticismo da carta stampata e il consumismo più smodato. Amerei frequentare posti dove fosse possibile l’interazione col libraio, ma non ne trovo (mi piaceva parlare con Tecla Dozio della libreria del giallo, ma da anni si è trasferita in un posto irraggiungibile). Allora mi devo accontentare. Scelgo le librerie dove vendono l’usato o quelle col miglior sistema informativo. La scelta della lettura serale è complicatissima. Il libro deve avere peso, consistenza, grafica, copertina e contenuti adatti a come mi sento e il malumore postelettorale mi ha privato di letture adeguate, sebbene ormai abbia adottato l’ettaro quale unità di misura per la superficie della mensola dei libri in attesa di essere letti. Ti sfido: dì il titolo di un libro… Sicuramente avrei voluto leggerlo ma non ci sono ancora riuscito. Mi infilo in una grossa libreria con l’insegna rossa, disposta su più piani. Chiedo un paio di titoli a una ragazza molto carina (chiaramente i libri non ci sono, però lei ha un sorriso bellissimo mentre mi comunica che posso trovarli in un’altra libreria della catena a dieci chilometri lineari dal punto in cui sono in quel momento) e poi gironzolo. Sfogliucchio le riviste, guardo un libro bellissimo su David Hockney, mi soffermo sull’edizione Arcana delle strisce di Doonesbury (hmmm… in questa edizione non ce l’ho ancora… forse potrei…). All’improvviso mi ritrovo sotto l’insegna “spiritualità”, attorniato da paccottiglia new age, e fuggo terrorizzato dalla possibilità che i superstitoni (pericolosissime particelle subatomiche) possano colpirmi. A ridosso della parete opposta, lo trovo. E’ mio: “Democristiani Immaginari” di Marco Damilano, edizioni Vallecchi. Va già meglio. Dopo una cinquantina di pagine non sono più a mio agio. Trovo connessioni tra eventi lontani e vicini che mi sembrano evidenze lampanti del machiavellismo del potere che non si ferma davanti a nulla (l’ho già detto, teorizzo il grande complotto al punto da far sembrare Oliver Stone un teorico della casualità). Trovo anche nomi di democristiani eccellenti che – fortunatamente – sono nella cricca che non ho votato. Trovo nomi di democristiani eccellenti che – cazzo! – sono ben piazzati nella banda su cui ho messo una croce sopra. Non è che non lo sapessi, ma vedersi sbattere sul muso questi dati non è bello. Rischi che ti esca il sangue dal naso, quello stesso naso – che tre giorni fa – ti sei dovuto turare. Andare a votare turandosi il naso può riservare terribili sorprese. Spieghi la scheda, afferri la matita (quella bella temperata) e punti verso le narici indice e pollice della mano sinistra (a meno che tu non sia mancino). Ti può capitare di stringere tra le dita il nulla. Ti può succedere che là, proprio in mezzo alla faccia, non ti sia rimasto che un indescrivibile cratere. Può succedere. E’ successo, per esempio, a Occhiopin, protagonista del più recente libro di Fabian Negrin, stufo di turarsi il naso e di vivere, immobilizzato come zanzara nell’ambra, nell’assenza di storia, di memoria e di vita di Villette Barbecue. Semplificando si può dire che il libro racconta all’inverso la storia di Pinocchio. Semplificando ci si può concentrare sulle dotte influenze pittoriche che hanno contaminato questo lavoro di Negrin. Semplificando si può anche fare osservare che Occhiopin è fedelissimo al lavoro di Collodi (anche se Fabian dice di aver letto il romanzo solo un paio di settimane fa e afferma che lui ha guardato soprattutto al film Disney e ad AI di Spielberg). Ma dobbiamo per forza semplificare? Fabian Negrin sta scrivendo e disegnando alcune tra le storie per bambini più eversive e meno consolatorie che mi sia capitato di leggere ai figli. Sembra che non gli importi nulla di distillare il messaggio fino alla semplificazione comprensibile a tutti. Anche a quello che non ha mai capito nulla. Anche al genitore spaventato dalla possibilità che il proprio figlio venga turbato da una fata cadavere che punisce l’ossessione per la verità di un burattino facendogli sparire il naso. Certo, mi potresti obiettare che mi lascio trasportare dall’affetto (innegabile) per Fabian e che sono quindi poco attendibile. Allora, giudica tu stesso. QUI.
martedì, aprile 11, 2006
Fine della storia

Sono qui a sbobinare ed editare un’intervista molto sentita e a un certo punto i commenti idioti dei forsevicitori e dei forsesconfitti diventano sempre più intrusivi. Non riesco a continuare a concentrarmi sulle parole che provengono dal registratore e devo fare altro. Allora approfitto della presenza della tastiera sotto le mie dita e dedico mezz’ora a sparidinchiostro, che in questi giorni ho un po’ trascurato. Patrizia, di là, sta balzando, con tutta la facilità schizofrenica garantitale dal telecomando, da un telefilm a un salotto. Nel telefilm una banda di dispersi su un’isola si impegna in una convivenza coatta, nel salotto una banda di coatti incravattati e sorridenti si isola in una dispersione invivibile analizzando insopportabili scarti percentuali. E io, idiota, mi scopro preoccupato per le sorti di un paese che sento sempre meno mio: il paese in cui stanno crescendo i miei figli. Penso ai discorsi di questi mesi. All’ingovernabilità con una risicata maggioranza, alla rissosità di una coalizione che mi è toccato di votare, al jackpot che avrebbe fatto il nano se avesse vinto di nuovo, allo scontro tra due fazioni di fangazza democristiana con virgolettate di rosso e nero. Onorevole, mi dica, che cazzo c’entra l’onore con quello che fa lei? Ieri sono andato a votare e schede alla mano, mi sono puntato la matita copiativa alla testa. Chiaramente non c’erano neanche stavolta nicchie vuote nella roulette russa elettorale: premi il grilletto una volta e hai un buco nella tempia. Ho votato turandomi il naso, come suggeriva di fare un giornalista beatificato negli ultimi anni della sua vita e che a me è sempre parso un intollerabile stronzo. Che stia diventando stronzo anch’io? O forse lo sono sempre stato senza rendermene conto. Mi capita spessissimo, quando sono molto nervoso o molto stanco, di svegliarmi al mattino con un motivetto in testa. Non è una canzone che mi piace, appena la scopro cerco di coprirla di bestemmie e di ricacciarla in fondo ai miei pensieri. E’ una canzone con cui sono stato bombardato, tenerello, all’indomani di un festival della italica canzone: “lasciatemi cantare con la chitarra in mano…” Cazzo! Plasmare i miei pensieri mattutini è stato facilissimo. Tutte le volte che qualcuno accendeva la radio o la televisione il motivetto totocutugnano riempiva l’aere. Bang! Pavlov Interdonatoff. E mi chiedo cosa me ne possa fregare della vittoria di una fazione che è comunque lontanissima dal mio sentire. Eppure sono qui a battere tasti a caso nella speranza di togliermi pensiero e dolore. Rimuovere la volgare onnipresenza della kermesse elettorale o l’insulsa insistenza canora pregna di patriottico semianalfabetismo… Per me patriota è un insulto, a meno che non si riferisca a Gaetano Bresci.
mercoledì, aprile 05, 2006

Accidenti! Che caduta di stile! Adesso un po’ mi si sgonfia il mito del grande comunicatore. La boutade dell’Ici mi era parsa geniale. Già mi aspettavo il seguito: “Aboliremo il divieto di sosta!” “Il semaforo verde durerà di più!” “Aumenteremo il piacere sessuale degli italiani di 6 punti percentuali!” “La carta igienica sarà 2 volte più resistente!” E invece, no. Si è dimenticato della macchinetta su cui avrebbe dovuto scorrazzare, auspicabilmente in discesa, da qui a domenica ed è sbottato in un fremito di onestà.
Coglioni! Poi, ha subito reso noto che lo diceva con affetto e aria bonaria. C’era pure uno smile.
Ma facciamo un passo indietro. Torniamo alla radice etimologica (siccome stamattina il mio dizionario internet non funziona troppo bene, mi toccherà di inventarmene una). Così come ignorante è colui che ignora e deficiente e colui cui manca qualcosa, il coglione è colui che coglie. Un’opportunità.
martedì, aprile 04, 2006
In un momento in cui mi risulta difficilissimo scrivere su questo blog, vengo salvata da un mail appena ricevuto
from: cerebroleso@xxx.xxx
subject: Che Pazienza!
da fatecelargo:
CRITICI DI FUMETTI: MATTI COME MISTER NO Ludovica Argnani e Giuseppe Pollicelli ci parlano dello snobismo elitario che pervade (gran) parte dei critici di fumetti italici nei confronti di coloro che si occupano principalmente di autori cosiddetti “popolari”. Insomma si è Critici di Fumetti (con le maiuscole al posto giusto) solo se si scrive su Andrea Pazienza? A voi la risposta...
ma parlano di te?
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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