Spari d'inchiostro


venerdì, marzo 31, 2006

Chiavi di ricerca (2)

Chiavi

da Shinystat

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lunedì, marzo 27, 2006

Copertina nefandezza di johnson

1. Mi piace entrare al libraccio. Soprattutto perché è abbastanza vicino alla stazione in cui prendo il treno che mi porta a casa e, se sono riuscito ad accumulare abbastanza ritardo da perdere il treno per un soffio, mi infilo nei locali di questo remainder’s e riesco a perdere anche due o tre treni successivi.
Quello in cui vado (ce ne sono un po’ a Milano) si trova vicino a P.ta Venezia ed è molto grande. In passato mi piaceva scartabellare tra riviste e urania. Col tempo però è diventato sempre più difficile trovare cose che mi interessassero e ora il settore delle riviste, dei gialli e degli urania e diventato triste come lo spazio analogo che viene riservato a questi oggetti in una qualsiasi edicola.
Per un po’ mi sono gettato sulla scaffalatura dei cd usati, guardando la carta con sdegno.
Poi ho abbassato la guardia e – approfittando del fatto che i figli crescono, diventano più autonomi e la notte dormono profondamente – sono risprofondato nel tunnel delle letture scoordinate e incontrollate.

2. Quando, nella seconda metà degli anni 70, mio padre ha portato a casa un televisore a colori col telecomando, sicuramente non sospettava che quell’oggetto mi avrebbe modificato radicalmente e per sempre. Fino ad allora eravamo abituati a convivere con un oggetto i cui ritmi (di accensione e messa a fuoco) richiedevano rispetto e devozione. Il nuovo telefunken no. Lui lo accendevi e subito i suoi colori saturi (ci sarebbero voluti anni prima che imparassimo a non esagerare) rischiaravano il salottino buono con il mobilio anticato e la moquette verde pera.
E poi il telecomando. Hi-tech d’altri tempi: una ventina di bottoni su ciascuno dei quali potevi poggiare tranquillamente il polpastrello del pollice; pesava come una pentola a pressione e lo dovevi tenere con due mani, ma ti permetteva di tenere il culo sprofondato sulla poltrona mentre passavi dal primo al secondo al terzo al primo al secondo… Già.
Ho perso un po’ il controllo, ma torno subito al mio rapporto coi libri del libraccio.

3. Ne compro decine scegliendo – soprattutto – tra quelli usati. C’è anche uno spazio, abbastanza piccolo, in cui vengono affastellati tutti i volumi usciti in tempi recenti e di cui qualche acquirente incauto ha già deciso di liberarsi. Normalmente i libri usati sono venduti al 50% del prezzo di copertina, quelli recenti – per ragioni imperscrutabili – costano il 60%.
Va bene.

4. Forse è vero che la natura non fa salti. Però io avevo in mano il telecomando. Ce l’avevo quando l’opportunità di selezionare canali a due cifre diventava una cosa utile, quando la tv dei ragazzi diventava una finestra di programmazione permanente, quando il faccione di paolobonolis presentava animazione seriale statunitense e giapponese (il più delle volte indifendibile) a un pubblico di bambini con in mano il telecomando. Proprio come me.

5. Tra i libri che ho comprato durante l’ultima razzia al libraccio c’è questo oscar mondadori dalla copertina rossa. Si chiama “Tutto quello che ti fa male ti fa bene” e spiega perché la televisione e i videogiochi ci rendono più intelligenti. L’ha scritto Steven Johnson. Appuntati questo nome, perché un giorno potrebbe scriverne altri. Il libro è pervaso da falsità ideologica affatto sottile (anzi spessa come la gomena che qualcuno voleva far passare dalla cruna dell’ago), ammantato di tutto quel “buon senso” che ci fa dire “Accidenti! Ce l’avevo davanti agli occhi! Come ho fatto a non pensarci?” Fa anche degli esempi. Anzi… fa solo degli esempi. Caratteristica dell’insulso volumetto è infatti quella di essere completamente privo di una parvenza di metodo alla guida di un approccio mosso grazie a spannometria e pressapocanza.
Il mio telecomando, nel frattempo, mi ha reso uomo migliore. Ora non riesco a mantenere la concentrazione sullo stesso libro per più di venti minuti e mi ritrovo in preda a schizofrenia della lettura. Freneticamente alterno il libretto rosso dei pensieri di Johnson a “La scomparsa di Majorana” di Sciascia, a “Groppi d’amore nella scuraglia” di Scarpa, a “supereroi e superpoteri” di Di Nocera (qualcuno arresti il grafico), a Best Off 2006…

6. Grazie telefunken!

postato da sparidinchiostro alle 15:55 | link | commenti (38)


Dialoghetto 2

Night on Earth di jarmush

B: Posso chiederti una cosa?
Spari: Certo.
C: Continua a guardare la strada.
Spari: Allora?
B: Ma chi è Ciemmeics?
Spari: E che ne so io?
B: Pensa che ero convinto che fossi tu.
Spari: Eh?
C: Ma sì che sei tu! E guarda la strada!
Spari: Io? Ma che cazzo dite?
B: All’inizio è arrivato anonimo. Poi si è registrato con un blog mai aggiornato.
C: E poi come faceva a sapere xxxxxxxxx?
Spari: Ma… ma…
C: Guarda avanti! Cazzo! E non lasciare il volante!
B: L’ha fatto notare anche milim con la storia delle due sinagoghe.
Spari: ...
C: Non potresti accostare?
B: ciemmeics si contrapponeva a te con un’idea di fumetto così perfettamente agli antipodi da sembrare studiata ad arte.
Spari: Ma... ma…
C: Piantala B:! Già guida da cani!
B: Sì, dai, una ferocia senza giustificazione e poi sapeva un sacco di cose su di te.
C: E' vero. E sapeva anche xxxxxx. E guarda avanti!
Spari: Ma… ma…
B: Che motivo mai avrebbe qualcuno di tutto quell’astio verbale nei tuoi confronti?
Spari:
C: Fermati! Cazzo! Voglio scendere!
B: Allora? Chi è ciemmeics?
C: Ecco… così va meglio… Allora? Chi è?
Spari:
B:
C: ...
Spari: Ma andate un po’ a fare in culo tutti e due!
B: … 
C:
Spari:
B:
C: Bhe… Però milim sei tu!

postato da sparidinchiostro alle 10:02 | link | commenti (14)



martedì, marzo 21, 2006

Nel frattempo...

uomo in preghiera

Nonostante Boris e Andrea (finalmente d’accordo) evidenzino che il pezzo di Fofi contiene una definizione d’arte (a dire di Boris) intollerabile e un punto di vista buonista sulla letteratura per bambini (è – se ho ben capito – l’accusa di Andrea), alla fine della lettura (e anche della rilettura) ho il fiatone.
Le cose che mi colpiscono sono tre (ti pareva, il solito consulente):

a. l’intervento sottolinea una cosa che mi pare talmente evidente da richiedere che ce lo si ripeta quotidianamente: viviamo un mondo di storie massificate, “scritte e stampate come se dovessero durare un giorno”
b. in questo mondo è necessario che una minoranza – che condivide un insieme di valori fondanti – custodisca le narrazioni non fastfood raccontandole, editandole, rendendole accessibili, analizzandole, indicandole…
c. questa minoranza è appena poco più consapevole della maggioranza.

Fofi (o la mia interpretazione di quello che dice) mi mette di fronte al mio stato d’animo. Io mi sento proprio così. L’ho capito da un po’, ma finora non ero riuscito a esprimerlo.
In fondo – non posso negarlo – una delle motivazioni dello “scrigno segreto dei pensieri miei” messo in linea (e commentabile) quotidianamente sta proprio lì: sento di appartenere a quella minoranza. Sono forse il più confuso tra i consapevoli, borderline, in corsa sulla lama del rasoio, pronto a scoprire che i miei ricordi più atavici sono impianti mnemonici innestatimi dalla Tyrrell corporation, dalla Grande Zia, dalla tetta di vetro o dal grande mazinga
E arrivo al dunque. O ci provo almeno.
In questo anelito che mi induce a parlare delle cose che amo o che aborro, che mi spinge a tirare una riga di demarcazione tra la paccottiglia narrativa più spenta e consolatoria e la rivoluzione del bello, mi scopro colpevole.
Perché, al banchetto del pensiero unico (e della narrazione indifferenziata), non puoi che essere o commensale o pietanza.
Certo, da mesi, non faccio che dire che sono solo un lettore curioso. Ti faccio intendere (perché doso con attenzioni citazioni alte e basse e pensieri sottratti a pensatori più minoranza di me) che sono molto fico e, al contempo, mi dico un semplice lettore. Non un critico.
Gli è che poi ricadi nel paradosso di William Shakespeare. Forse è vero che non è mai esistito; c’è stato però – e le analisi delle ricorrenze sintattiche lo dimostrano abbondantemente – uno che forse non si chiamava William Shakespeare, ma ha scritto, diretto e interpretato la gran parte delle tragedie e commedie di William Shakespeare.
Non che io voglia paragonarmi al Grande Bardo (ho un’enorme autostima, ma non ho ancora perso completamente la ragione). Però certo è che sei quello che comunichi.
Se gran parte dei bipedi senzienti che ti circondano ti percepiscono come un mafioso all’ultima spiaggia che schiuma cialtroneria, anche se dici di essere – che so io? – il presidente del consiglio, qualche dubbio dovresti averlo.
Questo blog viene percepito da qualcuno là fuori (e, mio caro, non appartieni a una comunità poi così estesa) come un luogo della critica. E forse lo è.
Ma è anche un blog. Un luogo virtuale in cui periodicamente io infilo una delle mie sciocchezze sperando di trovare qualcuno con cui discutere di ciò che mi interessa. E il giorno successivo la pubblicazione di un post, questo è già scaduto.
“scritti e stampati come se dovessero durare un giorno”
Già.

(continua)


lunedì, marzo 20, 2006

Dannati tutti!

 

Dannati tutti! Fabian, Gianni, Igor … Tutti a ricordarmi quanto sia importante Goffredo Fofi per capire lo stato dell’oggi. Per tenere il punto.
Io, lo giuro, lo straniero lo compro tutte le volte che lo trovo in libreria (di solito nella feltrinelli di BAires). Poi però lo sfogliucchio e leggiucchio perdendomi tra articoli, illustrazioni, saggi, poesie, recensioni…
Difficile da leggere. Più difficile di qualsiasi altra rivista mi capiti di tenere tra le mani (tranne, forse, Valori ma ne parlo un’altra volta).
Allora, qualche volta, sopportare il senso di colpa mi è impossibile e mi tocca di dover leggere con più convinzione e più attenzione questa rivista che mi commuove a ogni acquisto, ricordandomi col titolo il fumetto di Magnus che più ho amato e la rubrica di Bernardi che mi ha fatto intuire un sacco di cose.
Questo numero 69, datato marzo 2006, ha in copertina un elefante di Marco Smacchia (maledetta ignoranza: non so chi sia! Sempre sia lodato google).
Leggo l’atlante di Adrienne Rich e alcuni articoli sulla vittoria di Hamas. Mi areno tra tsunami e Kashmir e non riesco a rimanere sveglio mentre tento di infilarmi in un’analisi delle pericolose relazioni tra politica e soldi (la colpa è sicuramente tutta mia).
Quando mi sveglio, estraggo il fascicolo un po’ sofferente da sotto il fianco. Lo raddrizzo, cerco di fargli ottenere nuovamente la forma originaria e lui – con fare complice – mi si apre alla pagina in cui comincia un pezzo di Fofi intitolato La Grande Zia.
E’ un intervento letto durante un convegno veneziano sulla lettura. Parla di libri e di bambini e io (anche se a leggermi non lo diresti mai) sento molto i miei ruoli di lettore e di genitore.
Ne copio un pezzo (e spero di non commettere un reato).
“Lo spazio dell’arte è quello del non dicibile altrimenti che con i mezzi dell’arte, è quello dell’espressione del dolore e della gioia, della speranza e della disperazione, dell’invenzione di una diversa e possibile esistenza e della frustrazione prodotta dagli ostacoli che le si frappongono. Vogliamo di conseguenza libri belli e che siano poesia, e se non possiamo avere la risposta a tutte le nostre domande e insoddisfazioni vogliamo almeno la consolazione di non sentirci soli e sbagliati per il fatto di avvertire queste insoddisfazioni, di porci queste domande. Per questo non vogliamo per noi, e tantomeno dobbiamo volere per i nostri figli, libri tutti uguali, pensati per lettori massificati condizionati al loro consumo; libri “scritti e stampati come se dovessero durare un giorno”; produzioni a catena melense e volgari. E allo stesso modo non possiamo accettare una scuola che aspira a produrre robot e veline per una società che si annuncia molto più dura della presente. Vogliamo uno sviluppo frenato e sostenibile, una convivenza serena, una divisione più equa delle risorse e delle ricchezze, il rispetto della natura e dell’altro, la riduzione o fine della violenza verso il vivente. Sappiamo di volere l’impossibile, ma crediamo che sia necessario volerlo, che sia indispensabile non accettare la realtà e il mondo per come sono, e lottare secondo la possibilità di ognuno per avvicinarci all’impossibile o più concretamente per “limitare il danno”, anche se consci della nostra pochezza. Il mondo così com’è non ci piace, perché tradisce e nega il vero, il giusto, il bello; e non può affatto piacerci il modo in cui tratta i bambini, ne fa uso e mira con il loro condizionamento al condizionamento di tutti. Sappiamo di non poter essere altro che una minoranza appena mena confusa della maggioranza, di abitare un’epoca che non sa dove sta dirigendosi ma che è guidata da forze decise a non mettere in discussione la propria potenza e la propria possibilità di controllo. Esse sanno difender i propri interessi servendosi di tutte le possibili menzogne. Anche quelle dei libri per bambini, perché controllare l’infanzia è un bel passo per controllare il futuro”.

(a suivre)

postato da sparidinchiostro alle 09:57 | link | commenti (31)



giovedì, marzo 16, 2006

Domani esce il disco nuovo dei Mau Mau. QUI si possono scaricare e ascoltare quattro pezzi.
That's all, folks!


martedì, marzo 14, 2006

Dialoghetto

 

Tony: Hai visto che Guido va a giocare a scacchi a pranzo?
Paolo: Ha tutta la mia ammirazione! Mai stato capace di giocare… Mi distraggo e mi annoio. Mi metto a pensare ad altro…
T: Una volta giocavo. Conoscevo un sacco di aperture.
P: A memoria?
T: Sì, è normale. Quando giochi a scacchi impari un sacco di partite a memoria.
P:
T: Io mi ricordavo tutta la “memorabile” [o un altro aggettivo che non ricordo, lo dice con sguardo estatico]
P: Hmmm…
T: Vedi di volare basso! Quella partita è bellissima.
P: Come può esserlo una giraffa. Ma non per questo cerco di sedurla.
T: Non dire minchiate. Una partita a scacchi, se bella, produce estasi e piacere estetico.
P: Cosa vuol dire “bella”? Intendi “elegante”?
T: Intendo “bella”. Come un quadro. Come una statua. Come uno dei tuoi fottutissimi fumetti.
P: Ma non dire cazzate! E lascia stare i fumetti…
T: Non fare il minchione. Una partita di scacchi può essere bella. Così come un’equazione!
P: Hmmm…
T: Non lo immagini neanche quanto può godere un matematico di fronte a un’equazione. Esistono trattati sulla bellezza delle equazioni.
P: Seee…
T: Un’equazione, o una partita di scacchi, è bella perché è semplice, di un’eleganza formale ineccepibile. Come una partitura musicale o un’ottima esecuzione.
P: Ma, cazzo! No! Io mi siedo. Non capisco un cazzo di musica, sono seduto sul divano e godo dell’ascolto di un’esecuzione di Glenn Gould delle variazioni Goldberg. Non capisco un cazzo di scacchi e vedo due idioti silenziosi che spostano statuine su una scacchiera.
T: E’ una minchiata. Perché non è vero che non capisci un cazzo di musica. Ne capisci poco, ma ne capisci. Racconta Levi Strauss degli aborigeni portati ad ascoltare un concerto. Durante l’esecuzione sbadigliano, si annoiano, non sanno più cosa fare (altro che tu davanti la scacchiera). Tra il primo e il secondo tempo, gli strumenti vengono riaccordati e gli aborigeni, sentendo il ritmo di chi accorda iniziano a interessarsi.
P: Stai cercando di dirmi qualcosa… Non badare al fatto che sto per cascare a terra, trascinato dalle gonadi che si gonfiano… Arriva al dunque!
T: E’ solo una questione culturale, quaquaraquà. Se ti avessero insegnato a giocare a scacchi durante l’infanzia, magari a scuola come facevano in Unione Sovietica, oggi sapresti riconoscere una bella partita. Dici che sai riconoscere un bel fumetto. Sei nato imparato, caro il mio uomo allo stato di natura?
P: Fanculo! Forse hai ragione, ma che non si ripeta mai più!
T: Hmmm….
P: Comunque una partita a scacchi non è un manufatto finalizzato a suscitare esperienza estetica!
T: E cosa vuol dire?
P:
T: Eh?
P: Non è un testo. Non c’è un emittente e un destinatario. Mancano tutti gli elementi che secondo Jacobson caratterizzano la comunicazione.
T: E già… Manca anche il disegno intelligente. Il testo lo fa dio e la partita a scacchi è natura. Ma cosa cazzo dici? Spari minchiate quando parli di passera (argomento di cui sei il più grosso teorico vivente), figurati quando ti metti a fare l’accademico!
P:
T:
P:
T: E poi qui la pizza fa anche schifo e costa un casino. Perché continuiamo a venire qui?
P: Perché è dedicata al principe De Curtis?
T: Ma mi facci il piacere!

postato da sparidinchiostro alle 17:03 | link | commenti (26)



sabato, marzo 11, 2006

From : sparidinchiostro
To : milim

Dirò una cosa scandalosa.
Non sono contrario alla censura.

Mi spiego (ci provo).

Sono convinto che i bipedi senzienti che popolano la superficie dell'arancia blu siano bestiole fragili che necessitano di tutela. Non vorrei - per esempio - che i miei figli vedessero pornografia prima di avere gli strumenti adeguati per valutare (intendimi, non sono un bacchettone e a casa non parlo di cavoli e cicogne). Alcune informazioni richiedono tempo per essere metabolizzate e capite e l'osceno è una twilight zone. Lo è anche nella definizione che preferisco, quella datane da Learned Hand (e il fatto che uno dei giudici più importanti della storia degli USA si chiami mano imparata la dice lunghissima): il punto di equilibrio tra pudore e candore.

Non credo in una censura che uccida i testi, ma che li classifichi in maniera riconoscibile (sono poi consapevole che le twilight zone si possono allargare a piacere - in una sorta di aurora boreale - e che una classificazione di qualsiasi tipo debba attivare i perversissimi meccanismi dell'autocensura.

Non sono neanche autoindulgente.
Mentre sto schiacciando il bottone cancella sento chiaramente che sto sbagliando.
Purtroppo sono un fautore del male minore (voterò contro berlusconi e non a favore di prodi).

La presenza di quel rompicoglioni mi stava rendendo difficile fare alcune cose a cui tengo molto.
Cerco di non posticipare la soluzione dei problemi. Perché spostare in avanti la merda come lo scarabeo stercorario mi rammenta il supplizio di Sisifo.

Questo è.
Tanto semplice da risultare deludente.


From : milim
To : sparidinchiostro

Questo è il punto, il resto son discorsi.
> "La presenza di quel rompicoglioni mi stava rendendo difficile
> fare alcune cose a cui tengo molto."

Il punto è la tua resa alla difficoltà e non si elimina questa "resa" eliminando il rompicoglioni


From : sparidinchiostro
To : milim

Ne fai una questione di principio?
Perché se è così non sono neanche in grado di giocare.

La risposta del bastardino pragmatico che immediatamente mi affiora è: "finché funziona"


From : milim
To : sparidinchiostro

Nell'intento di riuscire ad illustrarti come procedo nel trattare le questioni affinchè il trattarle non mi rappresenti una perdita di tempo ma un godimento, faccio come segue:
1)questione di cui si tratta: censura
2)trovata dell'altro capo della questione censura di cui si tratta, cioè l'emozionante "La presenza di quel rompicoglioni mi stava rendendo difficile fare alcune cose a cui tengo molto."
3)lavoro, messa in gioco del termine rompicoglioni (rompi, coglioni, arrampico gli oni, glioni, leone, artigli, unghioni, qualcuno con le unghie lunghe, del mignolo? ROMPERE (i coglioni, le unghie), tagliare (le unghie)al leone, CENSURARE, etichettare,apporre l'etichetta, leone-censo-censura ..........
4)formulare il paradosso che in questo caso (ma è una mia invenzione) potrebbe essere: censurare (tagliare l'etichetta)per etichettare (munire di etichetta: rompicoglioni).
Come a dire: per aggiungere, tagliare; per promuovere, bocciare.

In effetti le unghie, tagliate, ricrescono.

Tu dirai ma a che pro? Il pro è della quantità di immagini che vengono ad allenare la nostra intellettualità rendendola agile ballerina nel sottrarsi a qualunque colpo di un qualunque rompicoglioni che possa impedirci di provare godimento lungo il farsi della vita (o della storia). Quando parlavo di principi intendevo dire che il principio in assoluto è di avere la pelle così resistente che nessun rompicoglioni possa rompercela.
Quindi ben vengano i rompicoglioni ad allenarci.


From : sparidinchiostro
To : milim

3 è invenzione come 4.
Non c'è niente di male. Mi piace anche... Però è un gioco.
Giocare significa evitare forme di solipsismo, perché prevede il coinvolgimento di altri. Trovo noioso l'onanismo (anche quello cerebrale) perché mi sembra un'attività circolare che non modifica l'ambiente. La cerebropolluzione si infrange sul lobo frontale e lo sporca poco prima della caduta.
Amo il gioco perché richiede interazione... quanto è meglio allontanarsi dalle seghe mentali per dedicarsi a amplessi ebammucchiate cerebrali.

Poi c'è l'amato Fredric Brown che ha scritto un po' di racconti e romanzi di fantascienza. Tra i romanzi c'è (oltre ad assurdo universo che consiglio sempre ) Marziani, andate a casa.

E' un romanzo strano perché parla di un'invasione marziana. Non arrivano terribili e minacciose astronavi da cui escono mostri tentacoluti armati di spade laser e cannoni a raggi gamma. I marziani arrivano e sono intangibili, piccoli, verdi e rompicoglioni.

Entrano in casa, si mettono lì e iniziano a commentare tutto quello che fai (spesso anche a sproposito).
Difficilissimo avere una serena vita sessuale con un ometto verde seduto sul letto che guarda, commenta, consiglia, parla del tempo.

E in quel caso come si reagisce?


From : milim
To : sparidinchiostro

Quintessenza:
si prende il marziano e lo si distilla per gli alambicchi delle parole che lo rappresentano.
Il suo brillante color verde è ottimo elemento strutturale per venderlo come nuovo Genepy.


From : sparidinchiostro
To : milim

Il marziano non lo prendi. E' intangibile.
E mentre tiri fuori la strumentazione per distillarlo, lui continua a commentare, a parlare del grande fratello, ti dice che i negri ci hanno la musica nel sangue e che gli ebrei sono avidi e nasuti...

Non lo puoi fermare


From : milim
To : sparidinchiostro

non sapevo che quello che mi epiteta da ebrea fosse marziano!:o
E chi ci pensa a fermarlo?
Alambiccarlo, alambiccarlo!
Anche un marziano può rendere:D

Ti racconto questa del mio nipotino che trovo divertentessima.
Il nonno a lui: Michelangelo dov'è Gandolfina (la gatta)?
lui al nonno: gandonfina, nonno, gandonfina, con la esse!:))))))))))))))))))))))))))))))))))))
(Ha tre anni e manco sa cosa sia la esse)
Dici? Nooooooooooooooooooooooooo

postato da sparidinchiostro alle 22:49 | link | commenti (43)



giovedì, marzo 09, 2006

Buone letture

piccolo lettore di fumetti

E’ da un po’ che non consiglio letture. Tento una sessione di recupero.

1. Adoro pagare ciò che potrei avere gratis. Finalmente in distribuzione nelle librerie specializzate che ne abbiano fatto richiesta, ho trovato Self Comics Antologia 2005. Il volume costa 10 euro e contiene fumetti reperibili (quasi tutti) a questo indirizzo. Sai bene come funziona: scarichi il file pdf, leggi e se ti piace lo stampi. Adoro i racconti brevi (lunghezza che la graphic novel sta un po’ uccidendo) e mi sembra che il volume contenga una serie di gioiellini (Gloria, M – nell’inspiegabile versione con l’errore prima dell’editing di cerebroleso -, Con le migliori intenzioni, …)

2. Da un anno circa seguo con attenzione gli albetti di Kevin Huizenga. Li pubblica la canadese Drawn & Quarterly nella testata Or Else e raccontano le storie di Glenn Ganges e signora. Coconino nella collana Ignatz ospita la nuova storia di Ganges e a me sembra interessantissima. Ed è strano perché vorrei aver maturato dei preconcetti nei confronti di questo signore che, ad Angouleme approfittando di un mio tardo rientro, ha piazzato un suo amichetto nel mio confortevole lettino. Difficilissimo cacciare l’invasore nordamericano dalla mia camera e ancora più difficile liberare le lenzuola dalla tonnellata di peli e capelli dello yankee (sono un tipino un po’ schifiltoso).

3. Ho letto il secondo libro di Jeffrey Brown: Unlikely.Una vera delusione. Minimalismo – se ho ben capito – vuol dire minimizzare l’uso di figure retoriche nella narrazione. Nessuna metafora per raccontare storie piccole che significano tanto o poco a seconda di chi scrive (a sua maestà Raymond Carver poteva capitare Cattedrale – e il titolo del racconto fornisce un’idea del valore dello stesso). In Clumsy avevo apprezzato l’essere diretto e leggero di Brown (e il suo parlare spensieratamente di sesso). In Unlikely il giocattolo si rompe. Resta la direttezza e si smorza la leggerezza e anche il sesso di cui si parla è sofferto e triste. Ho il sospetto che il terzo libro della trilogia delle morose resterà per me un mistero.

4. Largo uso di metafore e onirismo caratterizzano invece Chimere, l’Ignatz di Mattotti. Come tutti amo Fuochi e reputo sia un punto di snodo imprescindibile per la storia del fumetto. Da qualche anno sono infastidito dalla mattottizzazione di Mattotti. Dal suo essere, in maniera così tanto esibita, sempre se stesso. Non sopporto, poi, le sue ossessioni iterate ad libitum. Le faccione delle donnine di le monde, le stanze, gli amanti nell’acqua, gli amanti tra le lenzuola, …
Mi sembra invece che Chimere sia un gioiello. Non racconta una storia, è lì e si annoda su se stesso, costruendo senso e chiedendo non di essere interpretato ma di essere usato.

postato da sparidinchiostro alle 13:58 | link | commenti (31)



martedì, marzo 07, 2006

La natura della bestia

Due pesi e due misure

Mi vengono in mente due cose:
a. il problema della definizione
b. il problema del contesto

a. definizione
Mi avvinghio sistematicamente a una mia definizione di fumetto. Sono convinto che il fumetto abbia tre attributi che lo caratterizzano. I primi due sono facce della stessa medaglia, il terzo è l'ancora di salvezza patafisica.

1. è un linguaggio (con una grammatica - proprio in senso chomskiano) fatto di sequenza, balloon, didascalie, linee cinetiche, onomatopee, messa in pagina, blablabla...

2. è un'industria. E sul tema si può discutere a lungo. Perché credo non si possa dimenticare che lo scopo con cui è nato il fumetto industriale sia stato di aumentare il venduto dei quotidiani newyorchesi e di fidelizzare il pubblico. Guarda che bello! Mi chiamo Pulitzer e ho una
nuova macchina per stampare a colori. Ci faccio un inserto domenicale, che posso lavorare con tempi diversi da quelli necessari per stampare nottetempo pagine in bianco e nero quotidianamente, e lo infittisco di disegnini colorati. Oh! Se i disegnini raccontano le storie di uno stesso personaggio, il pubblico si affeziona... Fumetto e serialità si sposano quando nasce l'industria; Toepffer non aveva bisogno di fare una serie.

3. è un impianto di motivazioni (è fumetto tutto ciò che viene prodotto o fruito come tale). Perché sennò le robe senza parole, senza sequenze, senza linee cinetiche, senza… non sono fumetto. Gli oggetti borderline (i picture book di sendak, i fratelli neri nella versione di binder, il racconto dei cammelli di calvino, il teatro di copi, la prelavorazione del cinema di jodorowsky, ...) sono fumetto? Chiedilo a chi li ha prodotti o a chi li fruisce.

Con una definizione del belino fatta così, è chiaro che quando parlo di fumetto posso metterci dentro di tutto. Seriale, graphic novel, striscia quotidiana, ...
A me viene da dire che la distinzione vera non si gioca tra seriale e non seriale. Perché, per esempio in letteratura, baricco scrive romanzi e Simenon scrive seriale.
E Simenon (ma è solo l'esempio più lampante) è difficile accostarlo al burke di vachss, al commissario montalbano, a harry potter e a geronimo stilton (come direbbe igort “tom waits e raul casadei non fanno lo stesso mestiere”).

E allora veniamo al problema del contesto (b).
Se è vero che graphic novel sono sia jimmy corrigan sia l’ultimo libro di costantini e che seriale sono sia brad barron sia le combat ordinaire di larcenet, allora forse il dominio della lotta si deve quantomeno spostare (se non estendere).
Quando Diego Cajelli parla di differenza di sguardo, mi sembra che in realtà stia chiedendo uno sguardo differente. Dice (traduco e – forse – tradisco): "sei più buono con chi fa una vaccata in forma di libro di quanto tu sia con chi deve quotidianamente confrontarsi con 94 pagine in bianco e nero da far uscire tutti i mesi". Secondo me, in realtà vuole dire: "Guarda che anche il nostro è un lavoro difficile!"

Sono d'accordo, ma sono convinto siano possibili almeno due risposte.

La prima è quella da lettore (cioè la mia): "Non mi frega nulla del fumetto consolatorio: ho sete di storie. Non mi raccontare i tuoi problemi, perché tutte le mattine suona la sveglia e devo andare a lavorare. Non pongo le storie in contrapposizione al grande fratello. Sono un lettore esigente e probabilmente non rappresento il segmento di utenza che è il tuo target. Se cerchi giustificazioni, cercale altrove. Perché per me Bonelli è un editore e bonelliano un formato. Quando leggo, ci siamo solo io e la storia: autore, spostati".

La seconda è quella del critico (ma è una risposta molto meno mia): "Ogni prodotto deve essere contestualizzato. La storia del medium è costruita dal succedersi delle discontinuità (come insegna Foucault). Queste discontinuità possono essere di linguaggio, innovazione, sperimentazione, impatto sul pubblico, impatto sulla società... Se l'oggetto non ha prodotto nulla di tutto ciò, non c'è da preoccuparsi: l'oblio lo grazierà".





Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai