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lunedì, febbraio 27, 2006
ALTRE INQUISIZIONI - 3
QUANDO I COMICS AVEVANO IL CODE

La prendo un po’ alla larga. Il primo emendamento alla costituzione statunitense recita: «Il congresso non potrà fare leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto; o per limitare la libertà di parola o di stampa; o il diritto della gente di riunirsi pacificamente in assemblea o di presentare al governo petizioni per riparare alle ingiustizie». Il primo emendamento, sventolato o tradito con una sistematicità talvolta inquietante, non tutela le comunicazioni che costituiscono un evidente e reale pericolo. Questo significa che la libertà di parola non può essere garantita a chi intenda gridare «Al fuoco!» in un teatro affollato di gente . Le opere oscene costituiscono un pericolo evidente e reale. La prima definizione di oscenità, portata in eredità dalle corti inglesi e presa in seria considerazione dai tribunali statunitensi, è del 1868. E’ denominata Hicklin test e recita: «Un’opera è oscena se una qualsiasi sua porzione conduce alla depravazione e alla corruzione coloro i quali sono mentalmente predisposti a tale influenza immorale e nelle cui mani potrebbe capitare». Nel 1913 il mitico magistrato Learned Hand produsse una definizione encomiabile, che tiene in debita considerazione il contesto di applicazione: «la parola “osceno” [deve essere] adottata per indicare l’attuale punto critico nel compromesso tra candore e pudore, al quale la comunità sia pervenuta oggi, in questa nazione» . Oggi la definizione in uso presso la corte suprema statunitense, raffinata progressivamente alla luce dei precedenti giurisprudenziali, si riferisce a tre condizioni: 1. l’opera è scabrosa per sua stessa natura; 2. l’opera rappresenta o descrive in maniera evidentemente offensiva comportamenti sessuali; 3. l’opera è priva di serio valore letterario, artistico, politico o scientifico . Questi tre requisiti devono essere contemporaneamente veri per «una persona media che applica gli standard attuali della propria comunità». E’ evidente l’elevato grado di indeterminatezza che rende pericolosamente scivolose queste definizioni. Infatti, proprio per evitare di doversi incamminare lungo un sentiero assai insidioso, l’industria del comic book decise di percorrere la via maestra, portando sulle spalle il gravoso fardello del Comics Code. Vediamo come. Risulta ancora incredibile come il senatore Joseph McCarthy, nella sua vita assai breve (1908 – 1957), sia riuscito a stabilire un clima di inquisizione politica volto alla segregazione forzata di chiunque potesse essere sospettato di filocomunismo. La “caccia alle streghe” avvolse nei suoi nefandi effluvi tutto il sistema produttivo statunitense e si abbatté in particolar modo sull’industria della cultura. Il maccartismo generò un contesto particolarmente favorevole agli attacchi frontali, in cui si venne presto a creare un sistema fatto di accuse blandamente supportate, di ben accette delazioni e di tardivi pentimenti. Fredric Wertham era uno psicologo tedesco naturalizzato statunitense, estremamente attento ai nefasti influssi che i media potevano produrre sulle menti dei più deboli. Alla fine degli anni 40, Wertham era già giunto alla convinzione più infelice della sua interessante carriera: il fumetto è tra i maggiori catalizzatori della criminalità giovanile. Gli bastarono un paio di articoli (su COLLIER’S e SATURDAY REVIEW OF LITERATURE) perché l’industria del comic book tentasse la prima corsa ai ripari. Nel luglio del 1948, venne dato l’annuncio della nascita della Association of Comics Magazine Publishers (ACMP). Tale associazione definì un proprio codice censorio, derivandolo da quello già in uso presso la casa editrice Fawcett. Lo ACMP Comics Code si articolava in sei punti riferiti a sesso, crimine, torture e sadismo, volgarità e slang, divorzio, razza e religione. Il codice della ACMP fallì in brevissimo tempo per mancanza di adesioni da parte degli editori: una rapida stima rese evidente che i costi di mantenimento di un tale sistema di controllo, che avrebbe sostituito l’altrettanto efficace – ma più esile e meno oneroso – sistema di verifica dei contenuti già in vigore presso la maggior parte degli editori, sarebbero stati insostenibili . Gli attacchi di Wertham contro l’industria del fumetto si intensificarono e ottennero una sempre maggiore visibilità presso l’opinione pubblica, culminando nella pubblicazione, nel 1954, di Seduction of the Innocents, raccolta di esempi decontestualizzati e spesso capziosi di corruzione fumettata, completamente priva di qualsiasi approccio metodologico. Nella primavera del 1954, sotto l’occhio vigile e incattivito di Wertham, il sottocomitato senatoriale per la delinquenza giovanile condusse la tristemente celebre investigazione sull’industria del fumetto. L’investigazione si concluse con il suggerimento (in verità piuttosto blando) che l’industria si desse un sistema di regole. Entro la fine dell’anno, ventotto editori aderirono alla neonata Comics Magazine Association of America (CMAA) e iniziarono a adeguarsi a un codice di autoregolamentazione unico. Esiste una leggenda che vuole che il codice abbia fatto chiudere una pletora di case editrici, causando in questo modo una battuta d’arresto allo sviluppo dell’industria del comic book. E’ noto che la maggior parte degli editori smantellati all’indomani delle indagini senatoriali stava subendo, dalla seconda metà degli anni quaranta, inarrestabili emorragie di venduto, soprattutto per le testate supereroiche. Fu una sola la casa editrice portata al quasi fallimento dagli effetti diretti del code: la E.C. di William Gaines. Non fu danno da poco. Sono sicuro che peccatori colpevoli di nefandezze ben più lievi stiano ardendo tra le fiamme eterne nei più profondi gironi infernali. Gli studiosi del fumetto sono pressoché d’accordo nell’affermare che le pubblicazioni della E.C. stessero rinnovando il linguaggio per forma e contenuti. Il Comics Code non arrestò la crescita economica del fumetto. Fece di peggio: arrecò una profondissima ferita al suo sviluppo estetico e creativo. Nella sua versione del 1954 il codice si presentava come insieme di regole (must) e linee guida (should) evidentemente costruito analizzando con attenzione lo Hays Code, codice di autoregolamentazione adottato dai produttori cinematografici statunitensi nel 1930. Le differenze più rilevanti rispetto al codice Hays sono: l’assenza del preambolo sul medium come strumento per produrre Arte (evidentemente tollerabile più per il cinema che per il fumetto); l’omissione delle indicazioni circa le modalità di applicazione delle linee guida; l’inserimento di regole specificamente definite per il disegno (per esempio: «Le donne devono essere disegnate realisticamente senza esagerazione di alcuna caratteristica fisica»); il divieto di utilizzare nelle testate delle pubblicazioni le parole che caratterizzavano quasi tutti i titoli della E.C. di Gaines («crime», «horror» e «terror»). Il primo grande effetto prodotto dal code fu il totale appiattimento narrativo delle storie. L’eliminazione di qualsiasi riferimento alla società si tradusse nella narrazione, sistematica e iterata, di scontri dall’esito scontato tra buoni e cattivi privi di qualsiasi sfumatura. Gli anni 60 erano appena cominciati quando Stan Lee riuscì a promuovere l’unica vera rivoluzione del fumetto nordamericano all’interno del Comics Code. L’idea era semplice. I cattivi continuavano a essere cattivi e i buoni fondamentalmente buoni. Ma nel passato dell’eroe si nascondeva un peccato originale di cui fare ammenda grazie ai grandi poteri (dai quali, è noto, derivano grandi responsabilità). L’avidità e la rabbia repressa di Peter Parker avevano provocato la morte di zio Ben e la nascita dell’Uomo Ragno. Lo spergiuro Matt Murdock aveva disobbedito alla promessa fatta al padre gettandosi nello scontro fisico nei panni di Daredevil. Bruce Banner sperimentava le bombe nucleari nel deserto ed era un distruttore di mondi ben prima di divenire Hulk. Nel 1971, Stan Lee ricevette una lettera dal dipartimento statunitense per la salute e per i servizi umani. Nella missiva venivano enfatizzati i potenziali impatti positivi che i fumetti Marvel, e in particolare quelli dell’Uomo Ragno, avrebbero potuto sortire se fosse stata data alle stampe una storia che metteva in guardia dai pericoli delle droghe. Il tema fu inserito in una celebre sequenza di episodi di AMAZING SPIDER-MAN in cui un amico di Peter Parker, Harry Osborn, è precipitato in una terrificante dipendenza da pillole colorate. I tre numeri, sottoposti alla verifica di routine a cura del Comics Code Authority, non ricevettero l’imprimatur. Stan Lee decise di pubblicare la trilogia anche senza il marchio di garanzia morale in copertina e ottenne il plauso di stampa, insegnanti e genitori, vale a dire di chi non leggeva fumetti, ma non per questo resisteva alla tentazione di emettere giudizi perentori anche se, in questa occasione, favorevoli. Messa alle strette dalla provata incapacità di assecondare il benvolere dell’opinione pubblica, nello stesso anno, l’industria del fumetto sentì il bisogno di rivedere il proprio regolamento. Si trattò di una revisione minimale della versione precedente: l’aggiunta di un irrilevante preambolo che spiegava lo scopo del Comics Code; l’enumerazione delle eccezioni alle regole (per esempio: «nessun fumetto deve presentare esplicitamente i dettagli e i metodi propri di un crimine, con l’eccezione di quei crimini così remoti o pseudoscientifici che nessun potenziale criminale potrebbe replicarli»); l’inserimento di una regola che consentiva l’utilizzo di mostri e vampiri se provenienti dai classici della letteratura ; l’inserimento delle regole inerenti la rappresentazione – sempre negativa – delle droghe. Gli anni 70 e 80 vedono il progressivo svilupparsi di un’editoria indipendente per la quale i limiti imposti dal Comics Code risultano intollerabili. Non è più il tempo in cui pubblicazioni a fumetti progettate per un pubblico adulto devono essere vendute sottobanco (magari occultate in una carrozzina ). Nascono nuovi canali di distribuzione in grado di ospitare le pubblicazioni, concettualmente aliene rispetto al code, di Dave Sim (Cerebus), dei coniugi Pini (Elfquest), di art spiegelman (Raw), dei fratelli Hernandez (Love & Rockets), di Will Eisner (le graphic novel) e così via. Alla fine degli anni 80 il fumetto statunitense di supereroi è ormai stanco e appesantito e il codice è un abito stretto: tira da tutte le parti. Nel 1989 viene distribuita la nuova versione del codice. Si tratta di una modifica radicale, non tanto per i temi coperti (che sono poi i soliti: istituzioni, linguaggio, violenza, razza e religione, droghe, crimine e sesso), quanto per la forma e le linee guida di applicazione. Con la sua ultima (a oggi) revisione, il Comics Code rinuncia alla forma di checklist: le regole da rispettare divengono assai più vaghe e vengono presentate, soprattutto tipograficamente, in forma discorsiva. Inoltre, l’ultimo capitolo presenta, per la prima volta, le procedure amministrative che forniscono due rilevanti informazioni. In primo luogo, gli editori che aderiscono al CMAA, pur avendo l’obbligo di far sottoporre a verifica tutte le testate distribuite presso chioschi e supermercati, hanno il diritto di produrre pubblicazioni, destinate al circuito delle librerie (specializzate e no) non sottoposte ad autoregolamentazione. Secondariamente, riconosciuta l’impossibilità del code di affrontare sistematicamente la complessità di una società che evolve e si modifica, il nuovo codice norma un processo di gestione e mantenimento delle regole nel tempo. L’ultimo colpo di scena è assai più recente. Nell’estate del 2001, la Marvel Comics ha dato l’annuncio del proprio ritiro dal CMAA : i suoi albi non saranno più sottoposti alle verifiche del Comics Code, preferendo a esso il ritorno a un codice di autoregolamentazione interno e la definizione di un sistema di classificazione della fruibilità per fascia di età/maturità del lettore. Oggi l’infame marchietto fa capolino su un numero sempre minore di copertine. Il codice giace ormai esausto e svuotato, suscitando la stessa sensazione di tristezza e sollievo commisti che viene espressa dalla confezione degli antibiotici accartocciata alla fine del ciclo di cura.
(3. continua)
venerdì, febbraio 24, 2006
ALTRE INQUISIZIONI - 2
IL MESSAGGIO IN VENA

Non c’è (quasi) niente da ridere. Le “minuscole particelle”, che partono dall’emittente e trasformano uniformemente il sentire dei destinatari, hanno una storia. Alla fine degli anni Venti, sociologi e psicologi sociali statunitensi iniziarono a studiare, in maniera consistente, i mezzi di comunicazione di massa e, nel comprensibile anelito verso un sistema monovariabile onnicomprensivo, si fecero cantori di questo modello di diffusione del senso.
La Magic Bullet Theory fu largamente utilizzata nelle analisi dei segnali mediatici di propaganda tra le due guerre. Essa idealizzava una platea di destinatari passivi e uniformemente soggetti agli effetti dei media, ai quali si attribuiva quindi il potere di manipolare le coscienze, iniettando – quasi fossero aghi ipodermici – lo stesso messaggio in tutti i destinatari. Ovviamente ci volle pochissimo perché l’analisi di concreti casi di applicazione (case studies) mettesse profondamente in crisi le esili fondamenta metodologiche di questo modello di indagine delle comunicazioni. Mi concederò l’esempio più noto (e più citato). Il 30 ottobre 1938 Orson Welles diffonde il panico con una magistrale fiction radiofonica. Si tratta di un adattamento de La Guerra dei Mondi di Herbert George Wells. La costruzione della finzione è ineccepibile. Un’edizione straordinaria del radiogiornale interrompe la programmazione musicale: i marziani, atterrati nel New Jersey, stanno sferrando una terrificante offensiva contro la terra. Panico. Le strade statunitensi si riempiono di donne e uomini in fuga. Ma i conti non tornano. Gli ascoltatori della trasmissione furono dodici milioni, i fuggitivi “solo” un milione. La matematica è una severa maestra: undici milioni di coscienze sfuggirono alla pallottola magica esplosa dal titanico Well(e)s. Ci fu chi, agendo sulla manopola della sintonia, si accorse che si trattava di una notizia data da un unico canale. Chi continuò ad ascoltare con attenzione e riconobbe i meccanismi della finzione (oltre che il titolo della trasmissione, ripetuto 2 volte nel corso dell’emissione radiofonica). Chi, sintonizzatosi su quella frequenza in attesa della trasmissione di Welles, riconobbe la voce dell’attore. Chi telefonò ad amici e si consultò con essi. Il fondamentale errore concettuale radicato nella Magic Bullet Theory è connesso alla totale estromissione del contesto di fruizione dal sistema di analisi. E’ assolutamente evidente che il destinatario esegua il messaggio riattualizzandolo sulla base della propria enciclopedia di saperi. Tanto evidente da modificare l’approccio alla comunicazione di chi progetta la manipolazione dei propri destinatari attraverso la convinzione coatta. Chi vuole assoggettare le coscienze non disegna atomicamente i propri segnali. Egli crea piuttosto dei sistemi mediatici complessi (fatti di televisioni, case editrici, content provider, società finanziarie, supermercati, partiti politici, …) che non ambiscono a iniettare messaggi: vogliono divenire “ambiente”. Eppure la quasi totalità dei sistemi censori (o, peggio, di autoregolamentazione) continua a ritenere che il messaggio sia una pallottola magica o, più precisamente, che il lettore modello di un manufatto comunicativo sia il più debole tra i potenziali fruitori . Scopo della censura è l’eliminazione dei contenuti scabrosi che possono pericolosamente minare il modello di funzionamento di una società. Tali contenuti riguardano, è ovvio, la sessualità e la violenza, ma non disdegnano la religione e la politica. La parola chiave sotto la quale vengono raccolti i segnali censurabili è “oscenità”. Analizzerò di seguito due casi che mi sembrano assolutamente rilevanti, perché rappresentano posizioni in antitesi. Il primo è quello del Comics Code, esempio quasi antonomastico della censura tesa a eliminare pallottole magiche dall’effetto devastante. Il codice di autoregolamentazione dell’industria statunitense del comic book si presenta come sistema di divieti che tenta – con sempre maggiore difficoltà – di rinnovare il proprio senso nel mutato contesto di fruizione. Intanto il fumetto modifica la sua forma e i canali attraverso cui giungere tra le mani dei propri fruitori per riuscire a sfuggire alle sue maglie. Il secondo esempio si riferisce all’unico sistema di censure, tra quelli che conosco, che non sia stato partorito dalla Magic Bullet Theory. Si tratta della più anomala tra le censure che producono impatti sul fumetto: quella giapponese, i cui divieti si traducono in interventi formali che incidono su alcune specifiche rappresentazioni della sessualità e sono tradotti e trasmessi dagli autori nipponici in forma di codice di espressione estetica.
(2. continua)
giovedì, febbraio 23, 2006
A proposito di censure. Sul finire del 2002, ho curato un numero di Schizzo Idee & Immagini dedicato (nella parte delle idee) alla censura. Visto che dalla finestra dei commenti precedenti mi arrivano ancora degli spifferi (e visto che non riuscirei a inserire nulla di nuovo nel blog) ripropongo qui il pezzo che in quel fascicolo dedicavo a censure statunitensi e nipponiche. A puntate. Nei prossimi dì.
ALTRE INQUISIZIONI - 1 CODICI E CENSURE D’ORIENTE E D’OCCIDENTE
«I fumetti, così come i cartoni animati in televisione, stimolano i meccanismi imitativi dell’identificazione. I bambini tendono a copiare l’eroe, i suoi comportamenti, le sue scelte. Se l’eroe è gay, i bambini verranno influenzati dal suo modo di essere, cercheranno di essere come lui.» (Vera Slepoj, psicanalista, intervista pubblicata dal CORRIERE DELLA SERA in data 19 agosto 2002)
«Mio fratello è figlio unico perché […] non ha mai criticato un film senza prima vederlo» (Rino Gaetano)

UN’OPERETTA MORALE O UNA MORALE DA OPERETTA?
L’unico vero rito di passaggio sistematicamente celebrato dall’immaginario mediatico globale sta per essere consumato nell’aula magna di un liceo statunitense. Si tratta della cerimonia di consegna dei diplomi, che garantisce ai giovani nordamericani che se lo possono permettere l’ingresso nell’età adulta. Gli studenti dell’ultimo anno, in attesa di entrare in possesso della chiave per accedere trionfalmente al futuro, non sono gli unici sottoposti a giudizio: oggi è prevista anche la consegna di una targa assai ambita, il premio al miglior docente dell’anno. Gli studenti sono sereni. La premiazione non può riservare sorprese: Howard Brackett, professore di letteratura, è decisamente il favorito. Ma il nome che il preside sputacchia nel microfono («the winner is…») è quello di un anonimo e mediocre professorucolo, archetipo che tutti conosciamo assai bene (e purtroppo non solo per merito di cinema, letteratura e fumetto). La protesta dei ragazzi e dei genitori trova presto risposta nell’imbarazzatissima spiegazione del preside. Durante la consegna degli Oscar, il giovane attore Cameron Drake, ricevendo l’aurea statuetta nientemeno che dalle mani di Glenn Close, aveva detto: «Ringrazio per i suoi insegnamenti il professor Howard Brackett, che è gay!» Il professor Brackett non può essere premiato a causa del nefasto influsso che la sua omosessualità potrebbe produrre sui discenti. Uno degli allievi, neanche il più illuminato, colpisce dritto nel segno: «Mi faccia capire, preside. Lei sta dicendo che è un po’ come se il professor Brackett, in quanto gay, emettesse delle minuscole particelle che, colpendoci, potrebbero renderci tutti omosessuali?” Di fronte a una confusa risposta affermativa del preside, tutti gli intervenuti – in un’escalation di outing e consapevolezza – si alzano in piedi, confessando la propria omosessualità. «Ho avuto il professor Brackett come insegnante di lettere per tutto l’anno: sono gay!» «Sono il fratello di Howard: uh-oh… devo essere gay!» «Sono il postino e porto la posta, tutte le mattine, a Howard: sono gay!» «Siamo il corpo dei vigili del fuoco e Howard ci aiuta tutti i giovedì sera: siamo gay!»
(1. continua)
martedì, febbraio 21, 2006
Un Oscuro Scrutare

Ormai è chiaro. Non sono un uomo di gusto. E neanche troppo educato. Faccio sistematicamente (e, a volte, anche consapevolmente) cose che dovrei evitare. Per esempio adesso rendo pubblici frammenti di mail che ho ricevuto negli scorsi giorni/mesi. Perché il mio pessimo gusto non tracimasse nel reato, ho rimosso il nome del mittente e tutti i particolari che mi sembra avrebbero potuto renderlo riconoscibile.
1. Un mio amico caro ha molte cose da dire, invita a cena degli amici e, tra il serio e il faceto, si parla di cose e si sta in compagnia. Poi arriva un altro, la porta é aperta, e spalma di merda la faccia degli astanti. Anche se si vuol parlare di cose e far finta di nulla, inutile dire che la merda appesta. Si riprende il discorso e POW arrivano altre palle di merda. La stanza e i discorsi erano conviviali. Il mio amico é un grand'uomo e scambia per democrazia le docce di merda fresca. Urka, direbbe lui. Che qualcuno gli spieghi l'equivoco e gli regali una spugna.
2. Per CMX, caro Paolo, il punto è che lui davvero ti costringe e costringe tutti a occuparsi di lui. Sai, come i cani che ringhiano per la strada? Puoi avere un ottimo rapporto con il genere canino ma non puoi fare a meno di pensare "magari mo' mi morde". Frattanto il tempo passa e le cose interessanti evaporano. […] Tu ami il cazzeggio, dici, ma poi parti per imprese di ristrutturazioni genere CANONE FUMETTISTICO. Io […] credo che ne abbiamo bisogno. Ma dispiace vedere che ogni volta che ti inerpichi a chiacchierare di belle cosette ci siano i soliti cazzoni che sviano il discorso. Non è bello. Perché è come polvere su una torta fresca fresca. Io cancellerei senza pietà CMX, tutte le volte che scrive.
3. Oppure no. oppure potresti lasciarlo aperto. mettere delle regole. Bandire il commento anonimo. cancellare i post offensivi. una volta avevo una carissima amica in casa. […] lei disse che gli ebrei erano così e cosà. Io la presi per un orecchio e la buttai fuori di casa. regola n. 20: niente razzisti in salotto. Ora siamo più amici di prima e il mio salotto è fantastico.
4. Ma chi catzo e' CMX? Ma non puoi usarlo davvero il delete? Eddai, mi viene il latte ai gomiti a leggere quelle cose, eccheccazzo, cancellalo, eddai, su su, deletalo.
5. Io ho sempre pensato che i commenti nei blog fossero uno spazio narrativo. Forse sbaglio, ma:che deprimente quando la gente commenta quello che dice il post!
6. I CMX vanno cancellati e anche solo rispondergli come fai tu è una perdita di tempo. Qualcuno diceva che si può discutere solo con chi la pensa come te. In parte è falso, ma non si può discutere con chi ti dice che non capisci un cazzo di fumetti senza argomentare in nessun modo. Quello è un coglione e i coglioni non devono stare nel tuo blog. Ho contribuito, non lo faccio più, con più di mille post ad un forum sulla XXX. Tutte le volte che qualcuno mi rompeva il cazzo ho "risposto" con l'assoluto silenzio, e fa male, a loro fa molto male, li fa incazzare come delle bestie. E non avevo il delete, tu ce l'hai, USALO!
La solita situazione del belino. Sono d’accordo con tutti. Probabilmente, se ti metterai a commentare o mi invierai un mail, sarò d’accordo anche con te. Ciò nonostante, ho il bottone delete (e non so usarlo). Da oggi, arbitrariamente e senza spiegazioni, scatta la censura. Tutto ciò che mi appare gratuito o immotivato sparisce.
Ah… CMX, ci sei riuscito. Hai cambiato le regole di questo luogo e sei anche riuscito a farti dedicare (quasi) un post. Pare sconvolgente, ma devo ammettere che sei stato utile: mi hai reso evidenti le contraddizioni di un blog.
venerdì, febbraio 17, 2006
Il canone fumettistico – 12
1970 When dreams collide di Richard Corben

In questi giorni non si fa che parlare di vignette offensive della sensibilità delle persone devote a una religione, della superiorità culturale dell’occidente civilizzato in grado di tollerare le vignette di Vauro, dei limiti che un autore satirico si deve porre di fronte alla spiritualità. Oggi, un fumetto come questo Linus – parlandone come se fosse viva – non lo pubblicherebbe. Il prete e la giovane hippy sono sullo stesso autobus e, cullati dall’andamento basculante e conciliante, i due si addormentano. Lei sogna un mondo pagano di libertà lisergiche e love & peace, dove poter scorrazzare nuda indisturbata accanto a giovani esponenti del flower power. Lui ha un costume da supereroe, con mantello e D su petto. E’ Dio e attraversa il mondo punendo brutalmente i peccatori in un delirio di onnipotenza. Il prete dà fuoco agli idolatri e strappa le gambe ai lussuriosi. La ragazza fa sobbalzare l seno impressionante, gioendo dei corpi aggrovigliati degli amanti sui quali getta sguardi compiacenti e fiori. I due si incontreranno in sogno e il risveglio sarà assai brusco per entrambi. Una storiella brevissima che ben sintetizza le ossessioni grafiche e narrative di Richard Corben. Avevo dieci anni ed ero a Messina. Per rallegrare la mia estate mio padre mi aveva portato da una bancarella un mazzetto di riviste a fumetti. Con ogni evidenza non aveva guardato neanche le copertine, perché lì in mezzo c’erano due alter linus e due linus. Su quelle pagine, e casualmente, ho incontrato il Penthotal di Pazienza, the long tomorrow di O’Bannon e Moebius, la Blanche Epiphanie di Pichard e Lob e Richard Corben… Negli anni successivo ho nutrito un amore incondizionato per questo narratore sghembo, che infittiva le proprie storie di maschi nerboruti e femmine dalle zinne ipertrofiche (per un sacco di tempo il motivo principale per cui mi ostinavo a comprare la rivista l’eternauta). L’amore si è spento insieme alla voglia del nostro di fare fumetto. Oggi il gigantesco Corben si è arenato sulla spiaggia della marvel.
1970 Lone Wolf & Cub di Kazuo Koike e Goski Kojima

Vedendo il telefilm con Toshiro Mifune, non intuivo che lì dietro si nascondesse una storia complessissima. Anni dopo, quando ho avuto per le mani alcuni – pochi – fascicoli della prima edizione statunitense (con copertine dell’allora importante illustratore Bill Sienkiewitcz, poi dissoltosi come neve al sole) non sono riuscito a cogliere la struttura narrativa. Però erano bei raccontini seriali, narrati bene e illustrati con montaggi dinamicissimi e messe in pagina per me nuovissime. Quando è uscita la pregevole edizione dark horse ho deciso che era giunto il momento di colmare il buco. Per 28 mesi ho ingerito la mia razione di Lone Wolf & Cub, appassionandomi alle avventure di Itto Ogami, samurai caduto in disgrazia per una congiura politica saldamente ancorata ai meccanismi delle caste guerriere del Giappone medioevale, e di suo figlio Daigoro. La lettura continuativa mi ha fatto scoprire che questa serie di episodi slegati, collegati da occasioni spesso esili e al solo scopo di farmi vivere le imprese di un ronin, un samurai ribelle, con figlio a carico, in realtà ha un verso, un senso. Quella distesa di tasselli nasconde un disegno molto complesso che si sviluppa lentamente e arriva a fornire un superbo quadro d’insieme. Ora credo che Lone Wolf & Cub sia uno dei fumetti più importanti della storia del linguaggio (un lavoro da canone, veramente): una di quelle opere che non dovrebbero mancare nella libreria di nessuno. L’edizione Dark Horse è pregevolissima. 28 volumetti dalle pagine piccolissime (più piccole, e di molto, di Diabolik, per intenderci), ben adattati e con un verso di lettura che non mi costringe a cortocircuiti cognitivi (lo so, lo so, il verso di lettura è solo questione di abitudine e ribaltare le pagine è un crimine: sarò vecchio, ma a leggere da destra verso sinistra mi sembra di capire meglio). Dell’edizione Panini ho preso solo il primo volume che non mi parso bello come l’omologo nordamericano. Però c’è e lo si trova anche in edicola.
1970 Paulette di George Pichard e Wolinsky

C’è chi, come me, ha coltivato per anni un immaginario erotico che molti considererebbero malsano. Che palle i milimanara e le pameleanderson! Viva le carni vive e un po’ frolle (e la cellulite non è un reato). E’ vero: la taglia 42 è il burka delle società occidentali. L’avevano capito Bunny Yeager e Irving Klaw, quando fotografavano l’eroticissima Bettie Page seduta sul divano a fiori del salotto buono. Ce l’aveva assai chiaro Russ Meyer quando costruiva film senza trama attorno a mammelle procaci e a sesso insaziabile e felice. Robert Crumb non pensava ad altro. E anche George Pichard… Io e Daniele sulla spiaggia. In piedi a controllare che le figlie, che scorrazzano da tutte le parti, non si suicidino. A un certo punto, entrambi rimaniamo stupiti. Iniziamo a parlare con difficoltà in seguito a un eccesso di salivazione. Di fronte a noi c’è Paulette. Le sue carni, il suo sorriso e il suo sguardo sono inconfondibili. Ci guardiamo e – per la prima volta da anni – siamo completamente d’accordo. Poi, dimenticandoci delle figlie, siamo costretti ad abbronzarci le schiene. Uno degli aneddoti preferiti da Michele Ginevra durante le cene ad Angouleme riguardava la mia reazione (a suo dire imbarazzante) di fronte alle pagine di Pichard. Usciti dall’edificio del Centro nazionale del fumetto e dell’immagine (CNBDI), stavamo trascinando un monolito di carta verso una salita alla ricerca di una navetta. Dopo aver percorso un centinaio di metri, accompagnati dal mio imprecare, si è parata davanti ai nostri occhi una galleria che presentava una mostra inattesa di George Pichard. Siamo entrati pagando un euro e cercando di interagire con un gruppo di signore che parlavano solo francese. Una mostra bellissima capace di allineare il Pichard degli esordi, quello maturo delle carni morbide e odorose e quello – decisamente meno interessante – della decadenza sadomaso. Mentre guardavo stupito una pagina bellissima di Carolina Choléra, la proprietaria della galleria, una bella sessantenne, si è avvicinata, mi ha sorriso e si è presentata: “Danie Dubos, quelle storia l’ho scritta io”. Ma torniamo a Paulette. E’ il capolavoro di Wolinsky e Pichard (anche presi individualmente). L’occasione viene offerta dalla possibilità di riscrivere, per il mercato francese, la Little Annie Fanny di Harvey Kurtzman e Bill Elder, autori da cui Wolinsky è ossessionato da quando, sottufficiale durante la guerra d’Algeria, si è ritrovato per le mani un paperback con le storie dai primi Mad. In breve tempo Paulette si smarca dalla fonte d’ispirazione e conquista una propria autonomia. Diviene un feuilleton in cui i due autori possono shakerare tutte le innumerevoli fonti d’ispirazione suggeritegli da immaginazioni oculatamente coltivate. In italiano esiste un volumone Milano Libri che raccoglie gran parte di Paulette e un più esile albo, edito da L’Isola Trovata, che contiene Paulette al circo (l’episodio che Wolinsly dichiara di amare di più). Esiste un volume francese (Tout Paulette) che raccoglie l’intero ciclo. Non so spiegarne il motivo, ma spesso, quando leggo Blutch (Sunnymoon, Vitesse Moderne e Mitchum) non riesco a liberarmi dalla sensazione che quest’ultimo si abbeveri allo stesso immaginario che ha prodotto Paulette.
(12. continua)
giovedì, febbraio 16, 2006
L’artista
E’ uscito il sesto numero di The Artist, pubblicazione dedicata al fumetto underground (sul serio!). Se contatti Ivan all’indirizzo felicman(at)tiscali.it, lui ti spiega come fare ad averne una copia. In questo numero – come in tutti i precedenti – ci sono cose pregevolissime (come la bella copertina di Bill Wray, i fumetti di Kaz, Hunt Emerson, Bill Wray e Osvaldo Cavandoli, e le interviste ad Al Feldstein, Bill Wray e Kaz) e ci sono anche le consuete nefandezze (alcuni fumetti, alcune scelte grafiche – credo che impaginare le interviste usando il font Comic Sans Serif sia un reato punibile con la pena capitale in molti paesi occidentali – e alcuni momenti di delirio sintattico-ortografico-lessicale – molti meno del solito, comunque). Amo molto questo concentrato di genio e cialtroneria e non ho esitato a infilarmici quando Ivan me lo ha chiesto. Lì dentro (dovesse interessarti) ho introdotto e adattato (“tradotto” è una parola grossa, se penso a cosa ho fatto quella sera) la trascrizione dell’intervista che Chip Selby ha fatto ad Al Feldstein. E mi sono anche divertito.
mercoledì, febbraio 15, 2006
Frammenti

1. Luca, 6 anni, entra in casa ospitato da Chiara, 6 anni, e Davide, 3 anni. Si guarda intorno e per un po’ penso sia silenzioso solo per timidezza e per problemi di ambientazione. Poi mi guarda e, indicando il televisore spento, mi chiede: “Ma la tivvù è rotta?”
2. Sto preparando Davide per la notte. Mentre gli infilo il pigiama, lui si concentra sulle mie calze. Davide: “Hai i piedi neri come un ninja” Papà: “Eh… Già… Ma che tipo di ninja?” Davide: “Un ninja gatto. Oppure un ninja talpa…” Papà: “E tu, queste cose come le sai?” Davide: “Sono nei fumetti!” Papà: “Ah. Li chiami fumetti. Non si diceva graphic novel?” Davide: “No. Quello è inglese.” Papà: “…”
3. La biondina sul treno è incazzatissima. Ha appena mandato alla sua amica un sms la cui lunghezza non è misurabile in caratteri, ma in cartelle. Prima di premere il tasto per spedire, ha letto ad alta voce il testo alla signora che le sta seduta di fronte. Si tratta di una lettera – ben scritta – durissima, che parla di tradimenti, di delusioni e di un’amicizia spezzata. Insanabilmente. A quel punto, quando ormai ha conquistato definitivamente la mia attenzione, sbotta in un colpo di genio: “Miss Saputella. Che fa lo zen da due giorni e già si crede la grande filosofa. Che, se non era per me, manco sapeva cazzo era lo zen!”
lunedì, febbraio 13, 2006
A passo di gambero

Il una padella ben profonda (non ho il wok) metto un filo d’olio e aggiungo i gamberi sgusciati e puliti. Faccio saltare per un paio di minuti e poi metto da parte gamberi e liquidi. Aggiungo un altro po’ d’olio nella padella e ci butto dentro una cipolla sminuzzata e faccio imbiondire. A questo punto aggiungo: 3 cucchiai di ketchup, 3 cucchiai di soia, mezzo bicchiere d’acqua, un cucchiaino di zucchero e un cucchiaino di curry. Amalgamo e aggiungo i gamberi. Faccio saltare un po’ e poi aggiungo un cucchiaio di farina sciolto in un po’ d’acqua. Rimesto con la paletta a fuoco alto fino a quando il sugo non si rapprende un po’. Servo e i bambini sono contenti come da McDonald’s (e probabilmente farà loro male allo stesso modo).
venerdì, febbraio 10, 2006
Gemellaggio
I canicoli mi dedicano una serie! Sono commosso. Nel loro blog, il disegno di Michelangelo Setola ("intolleranza al vino rosso") si vede in grande.

mercoledì, febbraio 08, 2006
Buoni motivi

Sono andato sul blog dei canicoli e ho trovato l'elenco delle chiavi di ricerca con cui qualcuno è arrivato sul loro sito. Curioso, sono andato a vedere come andava dalle mie parti e ho trovato un elenco di buoni motivi per venire da queste parti:
- biochetasi - bonazze troie - disegniamo il maiale - dove buttare il tetrapak - età iniziare radersi - fasce capitano personalizzate - "intolleranza al vino rosso" - lista difetti umani - porcelle cremona
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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