Spari d'inchiostro


lunedì, gennaio 30, 2006

Sono appena rientrato da Angouleme e non riesco a dedicare più tempo a queste stanzette. Mi preme però enfatizzare che (taglio e incollo dalla newsletter del centro fumetto):
“Gipi è salito sul palco ben due volte! Premio Goscinny come sceneggiatore e premio per il miglior album 2005: Appunti per una storia di guerra, in Italia pubblicato da Coconino Press”.
La battuta più bella del dopo premio è di Salvatore Oliva che, aggirandosi per il teatro che si stava svuotando, bofonchiava: “Due a zero. Era dai tempi di Pratt che non gli infilavamo una doppietta così”.
E’ ufficiale: Gianni Pacinotti è un gigante.
A più tardi.

PS: Il gran premio è andato a Lewis Trondheim


martedì, gennaio 24, 2006

Chiuso per Angoulême


lunedì, gennaio 23, 2006

Il canone fumettistico – 11

1969 Poema a Fumetti di Dino Buzzati

Un anno in caserma è una maledizione. Un carcere travestito in cui ti trovi prigioniero per un errore veniale. E’ vero non ho fatto obiezione di coscienza, ma sono innocente!
Questo era lo spirito con cui, da metà del 1991, sono stato costretto (precettato) per una dozzina di mesi a trascorrere notti in posti dal nome osceno (camerate) in una città, Bolzano, cui ancora non sono riuscito a perdonare il misfatto.
Due ancore di salvezza:
1. Sono riuscito a convincere il capo di tutti noi cazzoni (un capitano con la faccia da maresciallo, il solo adulto in quel luogo di demenza) che il cinema era riattualizzazione della performance teatrale su schermo (giuro! Mi ha creduto!) e ho ottenuto – presentando la tessera di un cineclub – un permesso che mi consentiva di rientrare a mezzanotte in caserma (evitando l’appello prima della strombettata della buonanotte)
2. Ho scoperto (tardi) i racconti di Dino Buzzati.
Racconti di progressioni e involuzioni iterate, completamente privi di catarsi. Proprio come sentivo la mia vita in quei giorni. Esattamente quello che cercavo.
Ho provato a leggere anche i romanzi e – spocchiosissimo fin dalla gioventù – mi ci sono arenato (il deserto dei tartari è volato in un cestino o tra le mani di un commilitone che stava valutando se fosse o meno il caso di rinunciare all’ennesima rilettura di supersex – credo abbia optato per supersex).
Poi c’era un libro per bambini meraviglioso (la famosa invasione degli orsi in Sicilia) che mi ha convinto a prestare maggiore attenzione a quel mondo e un libro strano.
Strano fin dal titolo.
Poema a Fumetti. Un ossimoro. Ciò che comunemente viene concepito come momento più alto della produzione intellettuale, il poema, accanto al più becero dei prodotti subletterari.
Con la sua rinarrazione del mito di Orfeo, con il suo lettering a normografo, con i suoi disegni che mi pareva di essere più bravo io, non riuscii ad amarlo.
Ancora oggi mi tiene lontano. Lo rileggo e mi annoio. Ma la colpa è solo mia perché quel libro è un importante punto di discontinuità, un’interruzione nella storia letteraria di questo paese e nella storia del fumetto.

1969 Valentina Melaverde di Grazia Nidasio 

 

Come già ti dicevo, il più bel regalo che mi sia stato fatto per natale mi è giunto da un collega. Si tratta di una serie di volumi che raccolgono semestri del corriere dei piccoli e del corriere dei ragazzi dal 1968 al 1973. Grazia Nidasio fa la sua mirabile figura fin da subito, con una rubrica che simula uno scambio epistolare tra due ragazzine lontane. Poi rende interessante il dottor Oss, un feuilleton letalmente noioso di Piero Silva. Infine arriva Valentina Melaverde, un approfondito spaccato familiare e sociale.
Avrei voluto parlare degli acquerelli di Nidasio e della sua gestione dei tipi e delle fasce d’età (attraverso la Stefi, sorella minore che poi avrà diritto a una serie propria, e il Cesare, fratello maggiore). Poi mi è venuto in mente che la signora Nidasio, che è una polemista piuttosto vivace, una dozzina d’anni fa aveva spiegato chiaramente la propria posizione rispetto le storie e la narrazione. Ed è quasi bergeriana (faccio riferimento a una frase di Berger che ho citato un paio di settimane fa – se non c’eri, ti tocca di andare a recuperarla). Ho ritrovato il pezzo, apparso originariamente sulle pagine del Corsera nel 1995, nel sito dell’anonima fumetti. Lo ripropongo perché mi sembra chiarisca il senso di Valentina Melaverde.
“La disneyzzazione mondiale è già in atto, ed è un vortice destinato a riprodurre se stesso attraverso film, Tv, serials, videogiochi, libri, periodici, fumetti, negozi. Un'immensa omologazione dell'immaginario giovanile (e non solo giovanile, visto che si sta puntando al cosiddetto target-famiglia), destinata a spazzare via ogni visione originale, ogni espressione di cultura locale, peculiare europea. L'egemonia del sistema, per conservare se stessa, deve poi neutralizzare per forza la concorrenza, magari comprandola solo per farla sparire dal mercato. Ci siamo tanto preoccupati, a suo tempo, dei cartoni animati giapponesi, ora il pericolo è infinitamente più vasto essendo ben più articolato e potente. In alcuni paesi europei, come la Gran Bretagna, dove l'autonomia culturale è più forte, si tenta già di correre ai ripari potenziando l'editoria creativa e promuovendo la produzione di film d'animazione che tengano conto dello spirito anglosassone e della sua tradizione letteraria. Si tenta anche di arginare la fuga di cervelli e manodopera, di sceneggiatori, animatori e illustratori, allettati dai compensi californiani. Un'occhiata al fenomeno, per favore, signori che vi occupate di estetica e di costume. Facciamo in modo che il secolo XX, cominciato con la rivoluzione di Picasso, non finisca nella marmellata multicolore e multimediale imposta dalla holding Disney”
Una selezione delle storie di Valentina è stata raccolta in tre volumi da Salani. Purtroppo questi tre libri sono stampati su carta porosissima che impasta tutti i grigi. Ah, già! L’hanno riproposta in un’orrida mezzatinta, costringendomi a rinunciare all’ottima colorazione. Una domanda: è meglio avere un libro sbagliato o non averlo affatto?

1969 La strana morte di Capitan America di Jim Steranko 

 

Non esiste storia di Capitan America che non mi annoi. E’ tutta colpa dell’effetto Obelix. Come il gallo ciccione, sono caduto nella pentola da piccolo e ancora oggi quando vedo ‘sto armadio stellestrisce mi viene da sbuffare. Per anni ho collezionato il Capitan America dell’editoriale corno, perché – ragazzino – ho subito la fascinazione totale degli x-men. Non il gruppo multietnico degli anni 70 cui di recente dedicano blockbuster, ma proprio la banda di adolescenti patatonici col pigiama giallo e blu. La casa editrice milanese aveva riadattato il comic book statunitense per il pubblico italico: fascicoletti di 48 pagine con poca pubblicità e 2 storie e mezzo. E gli x-men erano accanto al bel capitano.
Ai miei occhietti vergini, Jack Kirby e John Buscema apparivano giganteschi (oggi continuo ad amare il primo e provo indifferenza per il secondo). Eppure Capitan America era noiosissimo. Era contro un sacco di ismi che al Lazzaretto di Senago non ci erano mica arrivati: il cubo cosmico, il nazista dormiente, il teschio rosso, l’AIM, i manifestanti del campus e le black panther erano ai miei occhi abitanti della stessa zona dell’immaginario, proprio lì tra Coccobill e i folletti.
Poi, a un certo punto, mi sono arrivati tra le mani i tre albi disegnati da Steranko. BUM!
Non so dove siano finiti quegli albi, ma ricordo i poliziotti che scandagliano il molo con un bastone lunghissimo e ripescano la maschera, ricordo i capelli nerissimi della cattiva (dotata di un fisico che ai miei occhi bambini sembrò veramente audace) che coprivano la metà deturpata del volto, ricordo il biondo Steve Rogers che – con i capelli tinti e l’impermeabile, si allontana nel vicolo dopo aver riconquistato l’identità segreta.
Durante la realizzazione di quel ciclo di storie, Steranko mancò una data di consegna. La leggenda dice che Kirby fu costretto a disegnare un fill in (che rinarrava le origine del supereroe) in un fine settimana. Steranko vide quell’intromissione (e l’insistenza di Stan Lee che lo invitava a disegnare peggio) come un modo per spezzare la tensione narrativa e danneggiare l’integrità del suo lavoro. Dopo questo gioiello si vedranno ben pochi altri suoi lavori. Non so se si trovi ancora, ma qualche tempo fa era uscito un volume Star Comics (Capitan America: Stanotte muoio, credo) che raccoglie quel ciclo. Su amazon si trova il volume dedicato a Jim Steranko nella serie Marvel Visionaires. Caldamente consiglio.

(11. continua)


giovedì, gennaio 19, 2006

RJF

La sotto c’è un post che si apre con la copertina del picture book La storia di Erika. Nella finestra dei commenti stanno succedendo cose. Riporto un stralcio della conversazione, perché quando ho visto il commento di milim (che riporto qui in fondo)… Eccomi qua, di nuovo a sciacallar commenti.

micol/milim:
Si continua a raccontare ciò che è accaduto per l'inadeguatezza del termine Shoah a rendere ciò che è stato lo sterminio pianificato a tavolino, burocraticamente, di 6.000.000 (dico seimilioni) di umani come fossero bestiame.
Dalla vicenda emergono degli interrogativi che investono letterature di ogni genere che li raccolgono, sì, ma per ignavia intellettuale, li risospingono al fatto storico, in un circolo vizioso di pretestuose analogie.
Ben vengano i fumetti a provocare l'intellettualità a non dare il fatto come esaustivo del raccontare e il raccontato romanzescamente come esaustivo del saggio scientifico.

sparidinchiostro:
Non so se l'ho già detto, ma una cosa che mi inquieta tantissimo è il dover raccontare atrocità per cui non è stata ancora inventata unità di misura ai miei figli. Della Shoah non ho avuto modo di parlare (sono un pusillanime, ho finanche nascosto la storia di Erika). Mi sono trovatto l'anno scorso di questi tempi a spiegare a Chiara gli effetti dello tsunami (la sua migliore amica proviene dallo sri lanka). Quando ce lo raccontiamo tra di noi adulti, siamo adeguatamente cauterizzati: tsunami è una bella parola e i morti a migliaia sono numeri. Però per farti capire da una bimba di 5 anni (l'anno scorso) devi seguire il consiglio di Dahl (ti devi inginocchiare e guardare il mondo dalla sua altezza). E allora diventa difficile nascondersi. Perché i morti devono avere un nome, un mestiere, delle preoccupazioni. Ce n'è una che sta stendendo il bucato; un altro che fuma la prima sigaretta della giornata; due si stanno baciando e non smettono neanche quando sentono il rumore assordante; al bar fanno colazione e uno guarda sul quotidiano la pubblicità di una camicia...

Ricondurre tutto alla normalità ti devasta. Ti apre il torace e ti lascia senza fiato.

E allora mi chiedo quali siano le parole per spiegare cosa è stata la Shoah.
Guardare le illustrazione di Innocenti con queste persone stranamente calme, sicuramente stanche, che si muovono lentamente mentre vengono stipate da carnefici (calmi e forse annoiati) su vagoni numerati mi lascia senza parole.
Nessuna attenzione ai volti e gli stivali dell'ufficiale sono lucidi.
Mi sembra che l'indicibilità (di cui parla milim) sia feroce. Non lascia scampo.
Specie pensando all'anestesia che ci inducono testi come la vita è bella di benigni, che alla fine si riduce a essere la traslitterazione del più importante motto marxiano "una risata LI seppelirà"

micol/milim:
L'indicibilità è di una saponetta che io ho e su cui ci sono tre lettere: RJF.
Veniva data ai militari prigionieri in Germania.
Alla fine della guerra, una rivista americana ha rivelato cosa significassero quelle tre lettere: puro grasso ebreo.
Il grasso si usa in cucina ed anche il sapone, durante la guerra, si faceva in cucina.
Ecco questo è l'indicibile, che le cose aberranti ci passino sotto gli occhi, lasciandoci indifferenti, perchè inserite in un nome familiare.

Proseguiamo, dai.

postato da sparidinchiostro alle 11:01 | link | commenti (31)



mercoledì, gennaio 18, 2006

Blog: 2 o 3 cose che ho capito di loro 

 

1. Il blog non è né un diario né un giornale. E’ un palco costruito per confrontare le dimensioni dell’ego.

2. Il blog non vuole comunicare niente. Desidera divenire ambiente. C’è il salotto, la palestra, il laboratorio e il parchetto.

3. Quell’ambiente alla fine ci assomiglia. Il fatto che il mio si sia riempito di anonimi spesso rissosi dovrebbe farmi capire qualcosa.

postato da sparidinchiostro alle 09:42 | link | commenti (30)



martedì, gennaio 17, 2006

Fonti

Statuine O'Brien

Giuliano è alto e magro. Si muove e parla lentamente. Ha tono di voce pacato e… fa… lunghe… pause… dopo… ogni… parola… Ti guarda sempre come se stessi dicendo cose prive di senso. A volte è esasperante. Tiene in università corsi monografici sull’umorismo in letteratura e cita scrittori tardo-ottocenteschi e primo-novecenteschi che non ho mai sentito nominare. Quando, una sera a cena, gli ho chiesto quale fosse lo scrittore che amava di più, non ha mostrato esitazioni: “In questi… mesi, leggo… con molto… interesse… uno… scrittore… irlandese… che… si chiama… Flann… O’Brien…”.
Siccome – com’è noto – la mia enciclopedica ignoranza copre ogni campo del sapere, mi si è dipinto sul volto un gigantesco punto interrogativo.
Circa un anno dopo questa chiacchierata giro tra i banchi di una libreria-supermercato. Sto meditando sull’irriconoscibilità delle copertine di Giano, piccola casa editrice di Varese. Titoli encomiabili, autori interessanti e un ottimo volume di fuoco (quindici libri l’anno per un’etichetta nata 4 anni fa non sono niente male). Le copertine però sono tutte uguali: la grafica essenziale e monocromatica (verde, rossa, viola o nera); una cornicetta che delimita il bordo; il titolo, l’autore e il traduttore al centro e giustificati verticalmente, scritti in Times New Roman.
Intristito da tanta austerità non mi sono accorto quanti fossero i libri fatti da Giano. Avevo preso Sacche di resistenza dell’amato John Berger (rosso) e la nuova traduzione di Più che umano di Theodore Sturgeon (viola). Mi accorgo che hanno già una cinquantina di titoli in catalogo (ma non trovo il sito web per avere conferma) e che è uscito un romanzo che non conosco di Chester Himes (l’autore del ciclo di Bara e Beccamorto, che qualche genio della bandella ha definito “il Balzac di Harlem”) e “Il boccale traboccante” di Flann O’Brien.
Ieri sera il volume dell’irlandese, indipendentemente dalla mia volontà (che, lo confesso, non è quel che si dice ferrea), ha abbandonato lo scaffale dei libri da leggere e mi è saltato fra le mani, inducendomi a lettura coatta, seppure disordinata e a balzelloni.
Si tratta di una selezione di articoli da una rubrica tenuta quotidianamente, dal 1940 al 1966, da O’Brien su Irish Times ed è esilarante. Un blog prima dei blog.
Racconto una parte che mi ha divertito in modo particolare, solo per rovinarti un po’ il gusto della lettura.
Una fantomatica associazione di artisti, autori e musicisti ha l’idea assolutamente innovativa di offrire il servizio di usura libri. Si sa, c’è chi si riempie la casa di libri per darsi un tono, ma tradisce la poca scarsa predisposizione alla lettura mostrando volumi intonsi. Per cifre veramente modiche questo servizio consente di ottenere libri sfogliati, rovinati lungo la costa, sottolineati in rosso (il numero di sottolineature deve essere concordato in fase di stipula del contratto), chiosati (con un set di frasi standard – punto esclamativo; punto di domanda; “pienamente d’accordo”; “e perché mai?”; … - o con sentenze personalizzate) e dedicati (“al mio caro amico A.B. che ha avuto la forza d’animo di rivedere tutto il mio romanzo e di riscrivermi il terzo capitolo. James Joyce”).
Mi sembra che, in tempi di scaffali ricolmi di classici e meridiani comprati in edicola con repubblica o tv sorrisi e canzoni, questa sia un’opportunità di business da prendere in seria considerazione.

postato da sparidinchiostro alle 10:29 | link | commenti (2)



lunedì, gennaio 16, 2006

 

Sono in anticipo. Ho appuntamento con Davide Toffolo alle 17.00. La presentazione dei suoi libri inizia alle 18.00 e abbiamo avuto modo di parlare pochissimo. Davide, invece, è in ritardo. Fa niente. Sono un consulente e l’improvvisazione non mi spaventa. C’è tempo per guardare libri, dischi e ammennicoli tecnologici.
Lo spazio che la Fnac di Milano dedica al fumetto è disarmante. Fnac per chiunque ami il libro con le immagini è un salvagente. E’ un po’ come McDonald’s per i viaggiatori: ovunque ti trovi riesci a mettere sotto i denti un panino caldo che sa di frigo con dentro una rotella di carne calda che sa di plastica, bevendoci sopra una bibita marrone che sa di marrone; ma si sopravvive.
Invece la Fnac di Milano è triste.
Mi aggiro tra i picture book e mi capita in mano un libro che ho visto a casa di amici. Lo prendo e mi sposto al bar interno alla libreria (tradizione nobilissima, se solo il barista fosse una creatura senziente capace di interagire con gli umani).
Mi siedo e inizio a sfogliare.
Il libro si chiama la storia di Erika ed è stato scritto da Ruth VanderZee. Al centro della copertina è stata intagliata una stella di David: schiacciandola, la si estrae e nella copertina resta un buco agghiacciante, che mette in mostra il giallo della pagina sottostante, spalancato sulla coscienza.
Sfoglio il libro, guardo le immagini (le parole non le ho ancora lette) e mi si para davanti agli occhi una storia di dolore, deportazione e salvezza. Le illustrazioni di Innocenti sono attente a evitare i volti e a catturare gli ambienti (e sono straordinarie, sapienti, o quello che vuoi, trattandosi di Innocenti).
Alessandro mi guarda e un po’ sbuffa: “Ancora Shoa? A quando un libro sul genocidio del Rwanda?”
Non so rispondere. Mi sto asciugando le lacrime. Con le terga comodamente appoggiate su una sedia imbottita e il libro appoggiato sul ventre proteso da pasciuto benestante, riesco a soffrire per tutte le tragedie di cui vengo a conoscenza: quelle più recenti, per quanto gravi, non riescono a lenire quelle più lontane nel tempo.

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mercoledì, gennaio 11, 2006

A sciacallar commenti...

Nei commenti di un post là sotto, ilGranchio (tornato!)(?) scrive cose che mi sembrano interessanti. Le ripropongo qui.

granchio

bello, spari. Le parole di Berger che ti hanno tanto colpito sono proprio rinfrescanti. Soprattutto in queste settimane forse, in cui non ho fatto molto più che sgobbare freddamente e, nelle pause, sciropparmi dai giornali tirate sulla moralità politica nazionale..

Sarà anche che Berger è un figo. Uno dei pochi intellettuali con le palle per passare dall'estetica all'antropologia, e sempre con saggezza. Uno che studia come un dannato, ma che ama scrivere storie (ha pure vinto un Booker prize, mica uno Strega..): un po' follemente mollò tutto x andarsene da Londra in culo alle Alpi, a fare ricerche sociologiche tostissime e scrivere, scrivere, scrivere.

Epperò poi mi caschi nel mélo: "la rivoluzione è nelle cose belle"? No, ok, capisco. Ho sogghignato pure io al disegnino di gipi su Diabolic, che anche secondo me coglie benissimo il senso comune intorno al fumetto. Però no, non sono affatto daccordo sul punto che metti in grassetto: che il fumetto OGGI sia tra i mezzi più rivoluzionari, per me va bene al massimo come slogan per una lobby (che non c'è, e che sarebbe pur fichissimo costruire, intendiamoci).

Se ci pensi bene, un conto è dire rivoluzionario, un altro pieno di "belle cose". Che le rivoluzioni siano "bellezza", via... La prospettiva che condivido è più da "coito interrotto - reprise". Ne abbiamo già parlato (sono io quello che sfotti per la blogosfera perchè parla troppo di chris ware,eh? ^_- ): è l'idea che Chris Ware ha abbracciato come metodo. Cioè che il fumetto "era", e non è più stato [mettere come compl.oggetto l'indice di un bel tomo di teoria del fumetto. Quando sarà mai stato scritto]. Oggi, ha ripreso ad essere.

Ma il contesto storico non è più quello ottocentesco, e la funzione rivoluzionaria - se mai c'è stata, e io credo di sì - non c'è più. Il mondo alfabetico ha già imparato a "leggere le immagini". Topffer e McCay erano dentro alla rivoluzione, e Chris Ware no. Ne è semplicemente uno dei più coscienti narratori. Ciò che fa oggi il fumetto non è [spoiler: pippa teorica] costruire lo sguardo della nuova epoca tardo-moderna che notava Benjamin. Ma ribadire semmai il proprio esserne stato la sorgente.

E il lavoro di Ware è stupefacente perchè è come la confessione, celata per tanto tempo, di un intero mondo espressivo. Oggi il fumetto "pieno di cose belle" ha solo acquisito coscienza. Il sentimento "rivoluzionario" che dici è forse solo il coraggio di "fare il fico" del mezzo. Mostrare all'età dell'ipertestualità e multimedialità che "c'era una volta..." un ambito culturale che aveva già elaborato gli strumenti per vivere le ricadute estetiche della rivoluzione industriale.

Ah-ugh.

ilGranchio (tornato!) 

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martedì, gennaio 10, 2006

I promessi titoli

All’inizio di settimana scorsa dicevo (o lasciavo intendere) che avevo scelto di non elencare alcuni libri. Sono storie di autori italiani che nel 2005 mi sono parse importanti.
Ho un problema. Mentre cerco di parlarne so che potrei non essere credibile.
Elenco i titoli e cerco di spiegarmi (e rendo evidenti anche le questioni che minano la mia attendibilità).

Credo che Gli innocenti di Gipi sia il libro (e non solo a fumetti) più importante di quest’anno. Quando l’ho scritto la prima volta (qui) non conoscevo l’autore (l’avevo incontrato un paio di volte e avevamo scambiato in tutto 12 parole), ora mi risulta difficile non chiamarlo Gianni. Si può recensire Gianni? Sono anche convinto che Questa è la stanza, pur essendo qualitativamente inferiore agli innocenti, sia libro superiore a tutti quelli menzionati nel post di lunedì scorso. La prima volta che mi sono ritrovato in mano il volume, ho pensato che avesse un problema con i colori (ho attribuito la cosa alla carta giallina e mi sono anche un po’ incazzato – per un po’ ho pensato di fare un post col titolo “zafferano leprotto”). Poi ho iniziato a leggerlo e i problemi col colore virato si è dissolto. Anche Gianni è scomparso. Mi sono ritrovato nel suo mondo: solo una storia eccezionale e solidissima.

Ho amato l’intervista a Pasolini di Davide Toffolo dopo la sua prima edizione. Nel frattempo ho conosciuto Toffolo. Abbiamo anche un po’ chiacchierato e, venerdì, sarò il suo inutile intervistatore durante la presentazione del Pasolini e del Re Bianco alla Fnac di Milano. Credo che il Pasolini sia un grande libro e mi sembra che il Re Bianco sia un ottimo fumetto. Credo che Carnera, con la sua struttura da biografia “normale”, abbia segnato una svolta nella produzione di Davide e gli abbia consentito di iniziare a tracciare itinerari di viaggio immobile.

Mi sento spesso con Igort e, siccome fa anche l’editore, per parlare dei libri che fa come autore devo farmi violenza. Però Baobab 1 compralo, perché mi sembra importante leggere il lavoro del fumettista italiano che – tra quelli che ho sentito parlare – mostra la maggiore consapevolezza sul proprio mestiere e sulle narrazioni. Forse CMX aveva ragione.

E infine Antonella Toffolo che è uscita quest’anno col suo primo libro. Si chiama Gina cammina e lo edita il Centro Fumetto Andrea Pazienza. Ho scritto la prefazione di quel volume: come posso millantare una qualsiasi parvenza di credibilità se dico che è un libro da leggere?

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lunedì, gennaio 09, 2006

Fantacritica

E’ evidente. Mi sono lanciato in una di quelle manfrine che il blog tanto agevola. Indossati i panni del santone (o del maestrinodellaminchia, come si usa dire da queste parti) mi sono ritrovato a sintetizzare in uno slogan un mio malessere. Ho parlato di letteratura putrescente. Siccome mi sto preparando a un viaggio ad Angouleme, sto cercando di affinare una lingua che mi renda comprensibile ai locali: sono quindi certo che mi perdonerai per il francesismo se dichiaro che ho la sensazione di aver pisciato fuori dal vaso.
Andrea mi fa osservare che in questi anni sono usciti in Italia romanzi eccelsi (poi, però, cita Voltolini e Scarpa e perde drammaticamente di autorevolezza).
In realtà sono d’accordo con lui (non su Voltolini e Scarpa – chiaramente – ma sul fatto che mi sono lanciato in dichiarazioni apocalittiche): negli ultimi dodici mesi sono riuscito a leggere ben tre romanzi italiani che mi sono parsi necessari. Probabilmente le cose eccelse uscite sono state molte di più; anche perché non ho letto che una minima parte di quanto si è avvicendato sugli scaffali delle patrie librerie (e spesso senza riuscire a superare lo scoglio delle 30 pagine e dedicandomi a esercizi di lettura diagonale – “ho fatto un corso di lettura veloce e poi ho letto Guerra e Pace in mezz’ora: parlava della Russia” W.Allen).
I tre romanzi sono La ragazza che non era lei di Tommaso Pincio (einaudi), la gamba del Felice di Sergio Bianchi (sellerio) e Fumo negli occhi di Fabian Negrin (orecchio acerbo). Detto ciò si può facilmente valutare se anche la mia attendibilità sia definitivamente minata.
L’aver inserito il nome di Negrin in questo elenco mi consente di ripartire con la discussione sulla vita, l’universo e tutto il resto (la manfrina da blog, insomma). Provo a spiegarmi (ma non garantisco).

Fabian Negrin non fa fumetti: fa picture book e combina parole e disegni come pochissimi altri illustratori in Italia. Cerca per vocazione di scomparire per mettersi al servizio della storia e per evitare di distrarre il lettore col proprio “stile”. Non sempre ci riesce: a volte grazia storielle da pensiero unico con disegni rivoluzionari (si tratta quasi sempre di lavori fatti per editori stranieri e che – per fortuna – raramente vengono tradotti in italiano).
Da qualche anno scrive racconti e quest’anno è uscito con un romanzo breve che si chiama “Fumo negli occhi”. Un libro stupendo.
Se confessassi che Fabian è uno dei miei amici più cari, ci crederesti ancora che quel libro è meraviglioso?

D’accordo. Non sono un critico. Non ne ho gli strumenti, la capacità di analisi e la lungimiranza. E, soprattutto, non lo faccio per mestiere.
Mi sembra però che i problemi (minuscoli) che ho io, mentre cerco di parlare di fumetto su questo blog, possano essere – debitamente proiettati e ingranditi – gli stessi della critica vera.
Il tentativo di analizzare un testo, si infrange contro l’impossibilità dell’analisi.
Per vari motivi:

1. A trattare di storie con cognizione (non sto parlando di me), si inizia a conoscere chi le storie le produce (autori, editor, editori, … tutto quello che in una catena del valore di Porter starebbe a sinistra della distribuzione).
Quando conosci gli autori diventa difficile scrivere delle loro cose, soprattutto se maturi affetto (o disistima) nei loro confronti. Per muovere critiche a un amico devi essere capace di sostenere lo sguardo un po’ duro che ti infliggerà al primo incontro. E con le lodi è anche peggio, perché un conto è se gli fai una telefonata dopo che hai finito il suo libro e gli dici: “cazzo! Che ficata!”; altro è un tentativo di analisi – da rendere pubblico – in cui cerchi di mantenere onestà e credibilità.

2. Poi non ci si può dimenticare che non esistono spazi per una critica intorno al fumetto. Tutti quelli che fingono di esserlo, sulla carta o sul web, trattano Gipi e Brad Barron l’uno accanto all’altro. Come se Duellanti recensisse Vacanze di Natale e Ferro3 usando lo stesso kit di strumenti (per esempio le stelline). Mi sembra che l’unico spazio critico credibile sia stato Schizzo idee; purtroppo ora è morto (forse no, ma qualcuno dovrebbe spiegarlo agli abbonati che da tempo non ricevono il volumetto annuale).

3. Si può stroncare un prodotto pubblicato da un editore che compra un importante spazio pubblicitario sulla testata che ospita la recensione? Si può recensire positivamente (o, peggio, stroncare) un libro pubblicato dalla propria casa editrice? Si può stroncare il libro di un concorrente?

Interrompo l’elenco di dubbi perché arriva Tony (che è un informatico e un filosofo della scienza ed è coltissimo). Con la sua parlata stranissima (ha così tanti difetti di pronuncia da far sembrare Jovanotti un maestro di dizione – di fronte alla troppa intelligenza mi si scatena la cattiveria) mi dice che dobbiamo assolutamente andare a mangiare all’albero fiorito.
Lo seguo, monto in macchina e mi lascio scarrozzare da uno che al volante ha la stessa credibilità di uno gnomo su un prataiolo.
Mi porta in questo bar terrificante, a due passi dallo studentato in cui si è accampato durante gli anni di università. Il vino – prodotto dal proprietario del bar – è imbevibile, però si mangia bene, immersi in un clima da sinistra extraparlamentare anni 70, e si paga pochissimo.
Approfittando del clima da zona temporaneamente autonoma e della disponibilità di Tony, gli vomito addosso i miei dubbi. Ed è incredibile come lui abbia sul tema un’opinione. Ancora più stupefacente è che la sua opinione mi sembri solida e credibile (è un consulente e un maestro del pensiero laterale, ma sono un consulente anch’io e perciò cerco di rendergli difficile il rubare in casa del ladro).
La questione importante, mi dice, è che ogni analisi non è mai definitiva. La critica è sempre un punto di vista, maturato su esperienze pregresse e sull’enciclopedia di chi analizza e di chi legge le analisi. Recensendo un testo si produce un testo che esprime un punto di vista, un tassello intermedio nell’analisi.
La più alta forma di attendibilità di una recensione è data dal fatto che può essere a sua volta recensita.

Silenzio (forse anche perché il vino cattivo era comunque l’unico liquido sul tavolo)…

(domani i titoli promessi... questa volta sul serio)

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Come eroe di carta sai che gli spari d'inchiostro non piangono morti ma portano guai