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venerdì, dicembre 23, 2005
Buone feste!
Sparidinchiostro va in vacanza per un po'.

mercoledì, dicembre 21, 2005
Fuori dal canone 1

Appunti per un eventuale aggiornamento del canone.
Per sedare i sensi di colpa, elenco le cose che non ho inserito fin qui nel canone per diversi motivi (non conosco, mi sono dimenticato, ho sbagliato).
Struwwelpeter di Heinrich Hoffman (1845) non c’è perché non lo conosco.
Max und Moritz di Wilhelm Busch (1865) è stato escluso perché mi crea disagio. Non riesco a leggerlo. Ho letto per la prima volta di queste storie su un’enciclopedia per i ragazzi (credo fosse la Rizzoli). E il redattore me ne parlava come di un’aberrazione figlia di una pedagogia sbagliata. Quando, molti anni dopo, sono riuscito a leggere il lavoro di Busch ho pensato che la voce di quell’enciclopedia fosse corretta.
A.B. Frost, il cui primo volume è del 1884, è fuori perché è per me una scoperta recentissima e non saprei cosa dire.
Kin-Der-Kids di Lyonel Feininger (1906) non è in elenco perché sono intimamente convinto sia un’opera decisamente sopravvalutata. Siccome temo di essere in errore, mi propongo di rileggerla.
Dalle parti del 1915 avrei voluto parlare di quello che credo sia stato il primo studio di animatori: i Fleisher studios. Non l’ho fatto.
Il signor Bonaventura di STO inizia il 28 ottobre 1917. Mi sarebbe piaciuto inserire nel canone un paragrafo sulla prima versione teatrale del personaggio: 1927, Qui comincia la sventura del Signor Bonaventura della compagnia Almirante-Rissone-Tofano
Dal 1931 al 1977 Chester Gould ha fatto Dick Tracy. Non sono mai riuscito a leggerne una storia dall’inizio alla fine e un po’ mi vergogno (quella di Gould è l’unica assenza per cui ho ricevuto un vero rimprovero).
Nel 1941 Jack Cole ha iniziato a fare Plastic Man. Lo adoro, ma mi pareva che la menzione di Spirit lo rendesse ridondante. Inoltre considero quello del dopoguerra il periodo più importante di Spirit e parlare del Plastic Man senza aver citato fino a quel momento il fumetto di Will Eisner mi sembrava intollerabile.
Mort Cinder di Hector Oesterheld e Alberto Breccia (1962) non c’è perché avevo appena parlato dell’eternauta. Poi però non ho detto della versione dell’eternauta fatta da Oesterheld e Breccia (che i tristi eventi editoriali hanno reso un lavoro minore) e l’aver taciuto il nome del viejo finora mi sembra un insulto.
Nel 1964 Quino salva il testimonial che si era inventato per una pubblicità di lavatrici (credo) e dà i natali a Mafalda. Non ho un particolare motivo per non averla inserita. Quando ho cercato di scriverne mi sono saltati fuori Boris e Marcela che ne discutevano e non sapevo cosa aggiungere.
La rivolta dei racchi di Buzzelli è del 1966. Lo adoro e amo tutti i libri di Buzzelli. In maniera irrazionale. Così tanto che a spiegarmi non ci provo nemmeno.
(1 - continua)
martedì, dicembre 20, 2005
Riso con le cozze

Pulisco un chilo di cozze (strappo la barba, raschio il guscio, sciacquo e lascio in ammollo). Poi le faccio aprire in una padella in cui ho versato un po’ d’olio. Sbuccio a freddo e sminuzzo tre etti di pomodori. Metto sul fuoco un tegame con un paio di cucchiai d’olio e uno spicchio d’aglio. Appena l’aglio si scurisce, lo rimuovo e aggiungo pomodori e liquido di cottura delle cozze filtrato. Sale, pepe e mezzo cucchiaio di harissa (ché, se non la uso ogni volta che posso, scade). Lascio andare a fuoco basso.
Prendo 3 etti di riso e li butto in acqua bollente salata (poco perché le cozze sono molto sapide). Lascio cuocere per 8/10 di minuti (uso riso parboiled che richiede 12/15 minuti di cottura).
Scolo il riso e lo verso nel tegame coi pomodori. Aggiungo anche le cozze e faccio andare fino a completamento della cottura del riso.
Ho un amico purista che mi parla di civiltà dell’olio e civiltà del burro e mi tedia con terrificanti rimbrotti per l’uso dell’olio nel riso. Secondo me, in questo caso, ha torto. Per i risotti è tutta un’altra storia.
lunedì, dicembre 19, 2005
Il canone fumettistico – 9
1964 Apocalittici e integrati di Umberto Eco

La rivista Linus sarebbe uscita solo l’anno dopo. Detto oggi sembra nulla, ma senza Gandini, Del Buono e anche Carano non saremmo qui a parlare di fumetti come se fossero una cosa seria. Sì, è vero, Del Buono ne parlava, e anche coscienziosamente, da un po’ e, sul Politecnico, Vittoriani non schifava le nuvole basse. Eppure il libro di Umberto Eco arriva all’improvviso. Un giovane accademico che riserva all’immaginario popolare e al fumetto analisi acute, mosse con gli strumenti della semiotica interpretativa. E a leggerle ancora oggi quelle pagine stupiscono. La prima tavola domenicale dello Steve Canyon di Milton Caniff viene decostruita, scomposta e analizzata, facendo – un po’ più in piccolo e con minori pretese – un’operazione analoga a quella che Barthes, sei anni dopo, muoverà sulle pagine di Sarrasine di Balzac (S/Z, Einaudi). Assolutamente necessario. Se vai in biblioteca a cercarlo, prendi anche “Lector in fabula”, il mio Eco preferito.
1964 Daredevil 1 di Stan Lee e Bill Everett

Ritrovarmi di nuovo davanti alla tastiera per parlare di supereroi mi fa sentire un po’ in difetto. I fantastici quattro, con i superproblemi, la famiglia composita, la diversità (della Cosa) e la maturazione dei personaggi, avrebbero dovuto esaurire l’argomento. Eppure mi sembra sbagliatissimo ignorare Daredevil (per noi italiani, cresciuti all’ombra delle edizioni Corno, semplicemente Devil).
I poteri di Devil nascono dalla sua cecità (e dall’incidente con materiale radioattivo che lo colpisce, giovanissimo, quasi a punizione di un atto di giustizia). Che un handicap potesse essere anche la fonte di grandi poteri, e delle conseguenti grandi responsabilità, ce lo aveva spiegato tre anni prima la Cosa dei fantastici quattro. Ma per cogliere le reali implicazioni di quel potere, al di là dell’evidente mostruosità, avremmo dovuto attendere 20 anni e la riscrittura apocrifa del mito fatta da Paul Chadwick con Concrete.
Fin dalle origini Devil è cieco come la giustizia che cerca di far rispettare: a volte (tipicamente di giorno), nei panni dell’avvocato Matt Murdock, integerrimo difensore della legge e capace di riconoscere una bugia dall’incertezza di un battito cardiaco; altre volte vestendo l’abito dello scavezzacollo rosso, vigilante molto più interessato alla certezza della pena (immediata) che alla correttezza procedurale delle indagini.
Questa intuizione geniale fa sì che Devil sia tra i pochi eroi del fumetto mainstream statunitense in grado di catalizzare la creatività dei narratori che, da oltre quarant’anni si avvicendano alle sue storie.
Dovendo scegliere un minimo insieme di storie, consiglio: qualsiasi cosa tu riesca a trovare del periodo disegnato da Gene Colan (con una Natasha Romanoff/Vedova Nera che ha turbato la mia infanzia); la saga di Elektra fatta da Frank Miller (sceneggiatura e matite) e Klaus Janson (per gli straordinari inchiostri), purtroppo non mi risulta ne sia stata fatta un’edizione dignitosa in volume in Italia (ho visto due albi prodotti con un’oscena operazione di cut&paste); Devil Giallo di Tim Sale e Jeph Loeb.
1965 Neutron: La curva di Lesmo di Guido Crepax

Un po’ di tempo fa, ho pranzato accanto a Ivo Milazzo, che – lo sai – ha inventato, insieme a Giancarlo Berardi, Ken Parker. Ero molto contento e, siccome amo accoccolarmi tra i ricordi, te ne spiego il motivo.
Nel 1980, avevo dodici anni e a Senago era stata organizzata la prima settimana della favola alla villa Borromeo (che è un edificio bellissimo). La manifestazione riservava spazi importanti al fumetto. C’era addirittura una mostra di tavole originali. E lì, appesi a una parete a una altezza sensata anche per i miei dodici anni di allora, ho letto per la prima volta un pezzo della ballata di Pat O’Shane (che è uno degli episodi più belli di Ken Parker, anche se continuo a preferire Chemako, colui che non ricorda). Amavo già i fumetti ma non avevo mai visto un originale e vedere i segni del passaggio di qualcuno, che su quelle pagine aveva sudato, spennellato e incollato peccette per rendere invisibili alla stampa gli errori, mi dischiuse un mondo. Tornato a casa, mi misi a disegnare per una settimana, poi – un po’ annoiato – lasciai la matita in disparte e mi rimisi a leggere.
Al di là della mia indolenza, guardando quelle pagine avevo capito una cosa: l’originale è un passo intermedio nella produzione del fumetto; non è sacro! Ci puoi paciugare sopra e lavorare a strati perché alla fine, la macchina che riproduce i disegni ha dei limiti e con quelli ci si deve giocare. L’importante è la storia.
Ritorno a tavola, nel piatto ravioli di zucca fumanti, nel bicchiere acqua (ho un’intolleranza al vino rosso e non mi sembrava carino pasteggiare a superalcolici). Alla mia sinistra Matteo, alla destra Boris e poi Ivo Milazzo.
A un certo punto, Milazzo sbotta in una cosa che suona più o meno così: “Voi non ci crederete, ma far capire ai ragazzi dei miei corsi che, se usano il computer, loro scompaiono nel loro lavoro, è quasi impossibile”. Non capisco. Matteo solleva il sopraciglio e libera l’accademico. Boris pensa una bestemmia che ho sentito benissimo (troppi supereroi durante l’infanzia). Milazzo incalza: “Sì, perché il lavoro è tuo se lo fai tu. Se usi il computer è una cosa fatta con un programma, meccanica. Non si vede più la mano dell’artista”.
Glom. Dunque pensa che l’originale sia sacro, Pensa che l’uso di uno strumento (che fa scomparire l’originale, in culo all’aura) uccida l’artista. E poi tira via le pagine di Magico Vento.
Sto divagando. Arrivo a Crepax.
Guido Crepax era un gigante che credeva nella sacralità dell’originale. Si vantava di non usare la biacca (e ho un amico che dice: “e si vede!”). Diceva che anche se non tutto quello che faceva veniva riprodotto in stampa, il suo originale doveva essere un oggetto meraviglioso, con una dignità tutta sua. Un oggetto d’arte indipendentemente dal fumetto.
Non ricordo una sola storia di Guido Crepax.
Neanche la curva di Lesmo, il primo fumetto italiano apparso sulla prima rivista di fumetto d’autore di cui si abbia notizia (la prima puntata è uscita sul secondo numero di Linus).
Invece ricordo decine di pagine di Crepax. Anche quando non riuscivo a leggere la storia perché mi annoiava e mi teneva distante, rimanevo a lungo a guardare quelle pagine meravigliose. Il montaggio (o pirulazio) analitico l’avevo capito ben prima che me lo spiegasse Roman Gubern (anche perché il libro di Gubern l’ho letto solo qualche anno fa).
Guido Crepax è stato il solo fumettista cui ho prestato ascolto (o, meglio, sguardo) anche se non aveva storie da raccontarmi.
(9. continua)
venerdì, dicembre 16, 2005
Prima che sia troppo tardi

Siccome i contenuti del manifesto in linea scadono come lo yogurt, vai a leggere subito questo articolo. E' scritto da Norma Rangeri, critica di cose della televisione. Incastrata tra le peggiori nefandezze (e poiché le è impossibile parlare solo di serial statunitensi ben fatti - comunque percentualmente irrilevanti - e di film trasmessi nel cuore della notte) deve cercare mezzucci per nobilitare il pattume in cui sguazza per mestiere. Nel pezzo si legge: [...] Raiuno mandava in onda il polpettone su La maledizione dei Templari (sembrava la sceneggiatura di Topolino alle Crociate, senza offesa per il popolare giornaletto) [...]. Al giudice Mastrangelo va il 21,74 per cento di share, ai Templari il 22. Il fumettone di Raiuno era spinto dal 30 per cento dei pacchi di Pupo, la commedia di Canale5 era trainata dal 27 per cento di Striscia.

Non ci capisco nulla. Ma qui c'è la descrizione del gene SLC24A5. Mi piace molto. (Ah... dai un'occhiata anche qui e qui)
martedì, dicembre 13, 2005
Barbarie in cucina
 Infarino 4 tranci di salmone. Li butto in un tegame con un bel pezzo di burro. Dopo un po’, aggiungo mezza cipolla sminuzzata. Faccio insaporire e verso un bicchiere di vino liquoroso (marsala, se c’è; se no, privo di scrupoli come sono, va bene anche il vin santo). Faccio evaporare. Aggiungo due bicchieri di brodo. Sale e pepe. Poi copro e lascio cuocere a fuoco basso per un quarto d’ora. Panna (la uso poco, ma qui mi piace), un pizzico di curry e altri cinque minuti di cottura. Servo il trancio di salmone con una mestolata di sugo (in cui i bimbi adorano far scarpetta, e io pure). Se avanzano sugo e pesce, il giorno dopo ci condisco penne o farfalle.
lunedì, dicembre 12, 2005
Il canone fumettistico – 8
1963 Tintin: i gioielli della Castafiore di Herge

“Voi costruite le vostre trame con logica: tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente e là la vittima, qui il complice e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia. Questa finzione mi manda in bestia. Con la logica ci si accosta soltanto parzialmente alla verità. Comunque, lo ammetto che proprio noi della polizia siamo tenuti a procedere appunto logicamente, scientificamente; d’accordo: ma i fattori di disturbo che si intrufolano nel gioco sono così frequenti che troppo spesso sono unicamente la fortuna professionale e il caso a decidere a nostro favore. O in nostro sfavore. Ma nei vostri romanzi il caso non ha alcuna parte, e se qualcosa ha l’aspetto del caso, ecco che subito dopo diventa destino e concatenazione; da sempre voi scrittori la verità la date in pasto alle regole drammatiche. Mandate al diavolo una buona volta queste regole. Un fatto non può “tornare” come torna un conto perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma solo pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile, ha una parte troppo grande”.
Condoglianze. Il romanzo giallo è morto. A sancirlo in maniera inequivocabile è stato il più grande tra i giallisti prestati alla filosofia (o viceversa, se preferisci): Friedrich Dürrenmatt che, nel 1958, pubblica “la promessa”.
Cinque anni dopo Herge dà alle stampe la più bella tra le avventure di Tintin (se ne preferisci un’altra, è un problema tuo, non mio) e sembra aver metabolizzato il requiem per il kriminalroman. I gioielli della Castafiore è una macchina narrativa perfetta. Herge gestisce pienamente, in una miscela perfetta di rispetto e violazione, tutte le regole drammatiche del linguaggio, del genere e del personaggio. I meccanismi qua e là sembrano incepparsi, ma è solo illusione giocata con grande maestria. E’ una storia in cui tutto si spezza (la quiete, lo scalino, la gamba, il rispetto, il sospetto, l’intolleranza, …). E fa ridere. Anche tanto.
1963 Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak
Alle maestre i libri illustrati non piacciono. A volte ti guardano e sorridono. Ti dicono di apprezzarli. Poi si tradiscono e citano Dami e Coccinella tra gli editori di riferimento. E allora diventa evidente: che i disegni stiano al loro posto! Quello che conta è il dominio della parola. Diventa necessario quindi che nel libro per i bambini lo spazio per le immagini sia ben delimitato. Qui ci sono le parole da leggere per diventare un consapevole uomo del domani, che possa agevolmente muoversi nella giostra del precariato sognando o rimpiangendo – telecomando alla mano – posizioni da velina, calciatore o ospite della casadelgrandefratello.
Fortunatamente esiste un libro di Sendak, che ha più di quarant’anni, che può essere utilizzato per redimere le più illuminate tra le maestre.
Di fare il bimbo buono, Max non ne ha proprio voglia. Rinchiuso nel suo quadretto, ben separato dalle parole, mette a soqquadro la casa (nulla di realmente terrificante, cose che i bambini fanno abitualmente). La mamma (invisibile, come sempre nelle storie di Sendak) lo manda in castigo. Max, chiusa la porta della casa, libera la propria fantasia e i disegni si allargano. Crescono, crescono, crescono. Invadono tutta la pagina di destra, relegando il poco testo alla pagina di sinistra. Poi iniziano a tracimare dall’altra parte, fino a occupare lo spazio delle parole. Illustrazioni a doppia pagina per nulla silenziose: sono anzi le pagine più rumorose dell’intero libro.
A casa, ogni volta che lo leggiamo, arrivati a quel punto dobbiamo fermarci, perché stiamo ballando attorno al tavolo e cantando a squarciagola (Chiara ha deciso che i mostri selvaggi cantano le canzoni di Mlah delle Negresses Vertes: “Sobi Soobi la muuuuusc’… Se pà la mer abuaaar …”; Davide è d’accordo).
Ti stai forse chiedendo cosa c’entri col fumetto “Nel paese dei mostri selvaggi”. Cercalo (in Italia lo edita Babalibri) e poi guarda anche “Luca, la luna e il latte” (sempre Babalibri), i contributi di Sendak ai Little Lit di Mouly e Spiegelman (3 voll., Mondadori – non ricordo in quale compaia Sendak, ma guardarli tutti non ti può far male) e l’intervista a fumetti fattagli da Spiegelman Per il New Yorker (è anche in Baci da New York, Nuages). Poi ne riparliamo.
1964 Kriminal n.5: Omicidio al riformatorio di Magnus e Bunker

Per gettarsi all’inseguimento del successo di Diabolik, Luciano Secchi si presenta in edicola con due tascabili dedicati a geni del crimine: Kriminal e Satanik.
Su entrambe le testate utilizza matite e inchiostri di un giovane bolognese, Roberto Raviola che amava firmarsi Magnus.
Diabolik è cattivissimo. Ladro, assassino, a volte stragista. I paletti morali sarebbero arrivati col tempo. Un vero angelo del crimine. E in quanto angelo, completamente asessuato. Imprigionato nel latex nero non dà mai l’impressione di vivere pulsioni s/m.
Kriminal è diverso. Per lui il sesso è uno degli strumenti del crimine, del potere e del piacere (e per Satanik lo sarà ancora di più).
Già nel numero 5 questa sordida pulsione diventa evidente, come le carni sode e odorose delle femmine in gabbia cui il titolo si riferisce.
Kriminal e Satanik sono stati ristampati a più riprese e volumetti a loro dedicati si possono trovare, senza troppi sforzi, sulle bancarelle. Diffida dei volumi della repubblica (decisamente indegni di menzione, se non fosse che rappresentano un rischio per il lettore incauto) e delle riscritture recenti.
(8. continua)
lunedì, dicembre 05, 2005
Il canone fumettistico – 7
1958 L’eternauta di Oesterheld e Solano Lopez

José Munoz è seduto. Intervistato a una convention milanese da un individuo dimenticabile (domande idiote espresse in una lingua liofilizzata, lasciata ad asciugare davanti alla luce del televisore), parla della propria storia. Si adagia sui ricordi e racconta i propri inizi in Argentina. Quando inizia a parlare di Hector German Oesterheld è chiaramente commosso. Racconta di questo straordinario sceneggiatore e smette di guardare il pubblico. Parla e si concentra sul foglio davanti a sé e inizia a muovere la penna impugnata altissima, come bacchette per il sushi. “Scriveva una decina di storie la settimana: quattro erano leggibili e sei erano buone. Di quelle sei, almeno due erano ottime”. Esaurisce i ricordi e, con calibratissimo colpo di scena, solleva il foglio e lo mostra al pubblico: “Ecco. Era così”. Ho visto quel disegno, preciso e munoziano, per i pochi secondi in cui mi è stato sventolato davanti agli occhi e ora, mentre penso a Oesterheld, non vedo il volto di Ernie Pike, magari nell’interpretazione di Pratt. Penso a Oesterheld e mi si riaffaccia alla memoria quel volto con naso aquilino e occhi sottili, pieno di piccoli segni all’altezza degli zigomi: un fratello dell’ultimo Alack Sinner.
(per la cronaca, temo che l’insulso intervistatore si sia impossessato di quel foglio e lo abbia riposto in una cartelletta da collezionista).
Pensi che il fumetto americano sia stato annichilito da un codice censorio delirante e ti scopri dimentico del fatto che l’America non coincide con gli Stati Uniti.
Nel 1958 Hector Oesterheld inizia a editare un settimanale intitolato Hora Cero. Ne esiste una magnifica raccolta legata in volumoni annuali nell’emeroteca della biblioteca per i ragazzi “De Amicis” di Genova. Il formato di Hora Cero è assai simile a quello di Lanciostory e Skorpio e, infatti, proprio su quelle due testate, ho avuto modo, più di un quarto di secolo fa, di leggere per la prima volta le storie di Oesterheld. Tra queste quella più sconvolgente è sicuramente L’Eternauta. Una storia fortissima, frammentata in episodi settimanali indimenticabili. La storia di un’invasione silenziosa e incomprensibile: una partita a carte interrotta, una nevicata assassina, tute costruite per sopravvivere, Juan Salvo, enormi scarafaggi da combattimento, alieni dalle mani popolate da una distesa di dita che possono essere uccisi dalla paura, …
Per recuperare lo stesso senso di angoscia e di ignoto che incombe non mi sarebbe bastato il cinema della fantascienza maccartista statunitense (che molto ho amato, dall’invasione degli ultracorpi, al giorno dei trifidi, al villaggio dei dannati). Anni dopo la lettura di Lanciostory, mi sarei imbattuto, quasi involontariamente, nell’antologia della letteratura fantastica curata da Borges, Bioy Casares e Ocampo (lì avrei scoperto che Dio è la più bella invenzione dell’uomo). Uno dei primi racconti di quell’antologia bellissima è la casa occupata di Julio Cortazar.
Cortazar, fortunatamente, è fuggito a Parigi. Oesterheld no.
1961 Asterix il gallico (in volume) di Goscinny e Uderzo
Non amo Asterix. Il solo volume che mi abbia fatto ridere è Asterix e la zizzania (confesso, però di non averli letti tutti).
Sono certo che se non menzionassi da qualche parte quelle pagine piene di intuizioni e di invenzioni linguistiche magnificamente rese in italiano da traduzioni azzeccatissime (si deve dire così, no?), mi dovrei sentire in colpa.
C’è stato anche Asterix. Da bambino l’ho ignorato. Ora, da grande, trovo noiosissima la gran parte del fumetto umoristico. Ci sarà una relazione?
1961 I fantastici quattro di Stan Lee e Jack Kirby
La costruzione di un codice di autocensura pensato per radiare tutti i temi adulti dai comic book è stata letale per il fumetto statunitense. Dal 1954, anno di istituzione del comics code, la gamma dei temi che un albo poteva affrontare si è ristretta al punto di permettere di sgocciolare attraverso questo filtro mortifero ai soli supereroi con mutande sui pantaloni. Superman era costretto a battersi con una schiera di nemici indistinguibili gli uni dagli altri, risolvendo scontri epocali (con kriptoniti sempre più frequente) in dieci pagine, in modo da vincere sul male almeno due volte al mese.
Una quindicina d’anni prima, Harvey Kurtzman lavorava alla Timely (che dopo sarebbe diventata Marvel) e a impartire gli ordini, battendo il tempo per una schiera di disegnatori, c’era il giovane Stan Lee. Lo racconta la sua segretaria, Adele, che di lì a poco sarebbe diventata moglie di Kurtzman.
Ho sempre reputato insopportabile Lee, con quegli occhialini fumè, quel sorriso abbacinante, i suoi excelsior e la pedanteria da uomo brand. Lo trovo antipaticissimo anche oggi dopo le svariate trombate ricevute dalla Marvel (ognuna delle quali accompagnata da sonanti risarcimenti).
Eppure all’inizio degli anni 60, questo figuro che reputo poco raccomandabile ha un’idea. Ed erano tempi in cui di idee nell’affannato fumetto statunitense se ne vedevano molto poche.
Costruisce un gruppo di supereroi attorno a una famiglia, dando a ognuno dei personaggi un problema comune che non può essere eliminato a cazzotti. Le storie sono semplici come quelle delle due scazzottate mensili di superman (e raccontate con una prosa prolissa e ridondante), eppure di fronte ai problemi, questi personaggi non potevano che crescere (seppur con lentezza), evolversi e maturare ricordi.
Nel film Memento (Cristopher Nolan, 2000 – è appena uscita la nuova edizione del Morandini; reputandola inutile continuo a usare IMDB) Leonard ha perso la memoria a breve termine. Questo disagio lo costringe a ricostruire, ogni cinque minuti, la propria posizione nel mondo e nella storia, raccogliendo indizi che lui stesso a disseminato. I supereroi, prima dei Fantastici Quattro, erano così. Poi arrivò l’idea di Stan Lee che ebbe la fortuna di avvalersi degli straordinari disegni di Jack Kirby.
Si tratta di storie importantissime, che nessuno però dovrebbe sentire il bisogno di rileggere.
(7. continua)
Informazione di servizio
Building Stories di Chris Ware al New York Times. Qui.
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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