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mercoledì, novembre 30, 2005
Qui un gioco bellissimo che ho trovato seguendo un link di inkiostro. Ci si può giocare solo se maggiorenni. Per iniziare la partia bisogna cliccare sul secondo oggetto sensibile. Se sei in una stanza con altra gente, ti consiglio di abbassare il volume. L'omino si muove col mouse.
martedì, novembre 29, 2005
Il canone fumettistico – 6
1954 – Mad (formato rivista) di Harvey Kurtzman
Dico di essere ateo. Non è preciso. Antoine Doinel aveva costruito, dietro una tenda della propria povera abitazione, un piccolo altare a Balzac. Gli effetti erano stati nefasti: sonori rimbrotti dagli insegnanti che lo scoprivano a ricopiare corposi stralci nei propri compiti e piccoli incendi domestici sventati all’ultimo momento. Anch’io ho un piccolo altare a cui muovere devozione illimitata. La foto sotto cui accendo ceri è quella di Harvey Kurtzman. E' una foto bellissima in cui lo si vede magrissimo e sorridente, acciambellato come un gatto su una sedia di legno. Il volto irradia serenità, in pieno contrasto con i lineamenti scavati del volto, e i piedi nudi raccolti sulla sedia mi comunicano fragilità. “Somigliava a un coniglio” ama ripetere Al Feldstein. E fragile deve esserlo stato veramente questo straordinario narratore che costruiva storie che a leggerle trasudano istinto, mascherando l’infinito lavorio fatto di lentezza e numerose riscritture. Nel 1952, per riuscire ad aumentare un reddito esiguo, Kurtzman affianca alle due testate di guerra che stava scrivendo per la EC comics di Bill Gaines un nuovo comic book: Mad. Ed è il punto di partenza per una rivoluzione culturale che darà i suoi frutti in tutto il mondo. Negli Stati Uniti Crumb e tutti gli underground leggono con attenzione e divertimento quegli albetti e ce li hanno ben presenti mentre modificano il fumetto statunitense, creadno Zap Comics e una miriade di altre pubblicazioni sommerse. Anche Art Spiegelman non ha mai taciuto la sua infinita ammirazione per Kurtzman e Raw conserva parte di quel patrimonio genetico. In Francia il fumetto evolve sotto la dittatura di René Goscinny, che da Kurtzman è stato a bottega di ritorno dal Sud Africa. Wolisky, nell’introduzione all’edizione francese di Book of The Jungle, dichiara di essere stato maniacale lettore dei primi Mad. E così via. Nel 1954, a Kurtzman il formato comic book sta stretto. Ottiene da Gaines che la testata assuma il formato da rivista. Un’infinita botta di fortuna per l’editore che si troverà ad avere il proprio cavallo vincente in un formato non vincolato ai controlli censori proprio quando il comics code prendeva piede e si sviluppava con la precisa intenzione di estromettere dal mercato la EC Comics. Kurtzman abbandonerà Gaines poco dopo (lasciando Mad nelle mani di Feldstein) e andrà a costruire una serie di riviste effimere. Gli ultimi trent’anni della sua carriera saranno caratterizzati dalla lenta agonia di Little Annie Fanny. In italiano non si trova nulla (a parte improbabili ristampe di Frontline Combat, un meraviglioso comic book di guerra antimilitarista, fatte da un editore realmente marginale). In inglese consiglio le recenti ristampe – per onorare i 50 anni dalla prima edizione – dei librini che raccolgono fumetti dai primi anni di Mad (Mad reader, Mad strikes back, Inside mad, Utterly mad, Brothers mad, …), la raccolta dei primi 6 comic book (Mad Archives vol 1 della DC), The Grasshopper and The Ant edita dalla nuova etichetta di Kitchen. In francese (unica edizione oggi reperibile), “Le livre de la jungle” (book of the jungle).
1954 – The Seduction of the innocents di Fredric Wertham
Il maccartismo è stata una brutta bestia. Ha seminato terrore su un territorio vasto e fecondo. Caccia alle streghe, Hollywood assediata, codice Hays e scioperi spenti nel sangue. Ma nessuno, in mezzo a questa baillamme e a questa allegra combriccola di reazionari, che si degnasse di gettare un’occhiata al fumetto, la cenerentola tra i media per l’intrattenimento. Per fortuna giunse a dare una mano la sinistra con uno tra suoi più illuminati esponenti: il dottor Fredric Wertham, fresco fresco dalla scuola di Francoforte. Seduction of the innocents è un libro costruito accumulando esempi stralciati dai fumetti e tanto sensazionalismo poco supportato dalle idee. E’ un mirabile oggetto ottenuto mettendo insieme una serie di articoli apparsi sul Reader’s Digest. Non conosco famiglia italiana che negli anni 70 non si sia abbonata, almeno per un anno, a questa rivista tascabile. Appena arrivava nella sua bustina di cellophane, la si scartava e se ne sfogliavano rapidamente le pagine alla ricerca delle barzellette. Poi la si riponeva sul comodino di mamma, dove restava impignata con le altre a fare la muffa. Da quelle autorevoli pagine, nei primi anni 50, il prode Wertham distillava autorevolezza. Si paragonava a un giardiniere: se la pianta si ammala, il cattivo giardiniere dà la colpa alla pianta; quello bravo cerca le cause all’esterno. Le cause della criminalità giovanile erano chiaramente da cercarsi nei fumetti. Mi intenerisco quando penso al professor Wertham che consuma i giorni e gli occhi (affermava, tra l’altro, che il continuo movimento dell’occhio, per inseguire l’immagine sulla pagina a fumetti, asciugasse il bulbo e causasse la perdita della vista – e dire che a me avevano sempre detto che erano le pippe!) scartabellando quintali di fumetti stampati male su cartaccia. Mi intenerisco quando lo immagino sorridente perché aveva trovato l’esempio che cercava (perché solo di esempi si compone questo baluardo ideologico) e si scopriva in grado di trovare il messaggio che si era infisso come un ago ipodermico (o una pallottola magica, se preferisci) tra le carni e il pensiero del giovane lettore inerme, trasformandolo in un criminale. Gli effetti di Seduction of the innocents sono noti: un’indagine del sottocomitato senatoriale; un codice censorio che l’industria del fumetto si autoimpose; la chiusura di centinaia di testate e decine di case editrici (la EC di Gaines si salvò solo grazie a Mad formato rivista); la deriva del fumetto statunitense verso i sonnacchiosi supereroi. Però c’è poco da puntare il dito. A leggere Seduction (e si può perché in internet la si trova) a volte si sente un brivido d’orrore, a volte si sorride, a volte non si può che dirsi d’accordo col professore. Poi, quando leggo la sua biografia (ce n’è una molto ben scritta in un libro che mi piace: Amy Kiste Nyberg, Seal of approval), scopro un uomo che mi sarebbe piaciuto avere come zio. Uno che arrivato a New York, inizia ad aprire consultori e ambulatori nei posti più disagiati della città. Un uomo che guarda la crescente violenza che lo circonda e non se la sente di identificare chiaramente la linea di demarcazione tra vittima e colpevole. Una bella persona che ha preso una svista clamorosa ed è stato marchiato, lui sì, col marchio dell’infamia. Qui un articolo di Moreno Roncucci che mi diverte molto.
1955 – Harold e la matita viola di Crockett Johnson
“I think, and I'm trying to talk calmly, that Barnaby and his friends and oppressors are the most important additions to American Arts and Letters in Lord knows how many years” (Dorothy Parker) La camera dei bambini e il lettino sono luoghi dell’avventura. Lo si è capito all’inizio del ventesimo secolo. Da una parte Sigmund Freud ci ha spiegato un sacco di cose (o almeno ci ha provato, perché io non ci ho mai capito molto). Dall’altra (e quasi contemporaneamente) McCay col Little Nemo e Barrie con i Peter Pan (la piece teatrale e le due versioni) ci hanno definitivamente chiarito quali siano i rapporti tra i bambini e la loro camera. Quando arriva Crockett Johnson non è troppo tardi (tanto è vero che, una decina di anni dopo, Maurice Sendak fornirà ulteriori elementi per tornare sul tema – ma ne riparlo, giuro). Johnson è già stato autore della striscia Barnaby (in italia la si è vista sul politecnico di Vittoriani – nei remainder’s se ne trova una ristampa fedelissima e lo so, sono uno snob –, su il mago, su un oscar mondadori e su uno dei Little Lit). Ma la fortuna non gli arride e, un po’ contrariato, decide di allontanarsi dall’industria del fumetto per dedicarsi ai picture book. Questo Harold (in italiano lo edita Einaudi) è bellissimo e, come già accadeva con Barnaby, lo si può godere pienamente dai 3 ai 37 anni (magari anche oltre, ancora non so). Un altro tassello per il faro di Hicksville, dove si accumulano tutte le occasioni perdute del fumetto.
(6. continua)
lunedì, novembre 28, 2005
Parla Faletti

Dalle pagine della cultura del quotidiano dell'unione (QUI). Parla Faletti: "Vede, a 19 anni il mio sogno nel cassetto era fare lo scrittore. Ma ci voleva autodisciplina, che io non avevo: con l'occhio azzurro e il capello bruno, ero troppo impegnato con le ragazze. Questo mi ha portato a fare qualcosa di più istintivo, come la comicità. Diciamo che fino a quando il fisico me lo ha permesso, ho fatto lo scattista. Col tempo ho perso quella possibilità, e ho cominciato a scrivere. Oramai ho un'età, due giorni fa ho compiuto 55 anni...". E poi aggiunge che l'ipotesi di un adattamento cinematografico (si fa il nome di Cronenberg) della sua paccottiglia cartacea "è meglio del viagra".
Lo sapevo! Adesso vado a cercare i blog dei giovini scrittori e glielo dico!
Vabbé
Vabbé. Tocca di confessarlo: leggo Panorama. Per varie – e non sempre ottime – ragioni. E passi. Ma leggo anche gli interventi di Giuliano Ferrara. E qui è più difficile liberarsi dal senso di colpa che mi attanaglia. Perché è vero che ognuno è libero di dilapidare il proprio tempo come meglio gli aggrada, ma ancora non ho finito di passare il filo interdentale al criceto e forse non mi ricordo bene tutte le annate de Il Tromba. Di fronte a Ferrara capitolo. Questa settimana, per esempio, questo baluardo intellettuale afferma più o meno le seguenti cose (tocca di riassumere per evitarti l’acquisto): siamo alla strenua ricerca di un intellettuale di sinistra che sia capace di dire che l’aborto terapeutico non è pratica anticoncezionale (e fin qui passi, secondo me ce ne sono migliaia, non necessariamente intellettuali), perché: - non si gioca con la vita, - all’inseguimento del minore dei mali abbiamo commesso stragi, - non si uccide un feto, - si tratta pur sempre di una creatura. “vita”? “stragi”? “feto”? “creatura”? Il laico Ferrara usa parole pesanti come macigni con la stessa disinvoltura con cui esse possono essere utilizzate da un parroco di provincia. E mi chiedo come mai. Eppure laico lo è veramente. Allora mi impegno e riguardo agli eventi recenti. Niente RU-486 (anche perché obsoleta, i processori oggi sono mooolto più veloci), laurea farlocca (alla presenza di Ruini) ai coniugi che si sono inventati uno di quei metodi anticoncezionali con il calendario (e che – per inciso – da anni affermano che il preservativo a nulla vale contro l’aids), attacco frontale alla 194, … però con i veleni nel cibo, anche quando destinato all’infanzia, si può scendere a compromessi. Mi concentro e capisco. Non si tratta di anima. Sono veramente un ingenuo. Hanno ragione loro. Uccidendo la vita, la creatura, il feto (o come preferisci chiamarlo) commetti un crimine contro il mercato. Il consumatore nasce nell’istante stesso del concepimento.
giovedì, novembre 24, 2005
Geniale (mi è appena arrivata da Daniele)
Vai su www.google.it cerca FAILURE e clicca su "mi sento fortunato"
mercoledì, novembre 23, 2005
Quanto sono forti quelle storie. Nerissime e prive di speranza. Pregne di contrapposizioni tra le parti, che di manicheo non hanno nulla. Ne parlavo un mese fa con Luigi Bernardi che ne è stato, con Metrolibri/Granata Press, il primo editore in Italia. A casa ho cercato quei volumetti neri con copertine di Lorenzo Mattotti e li ho appoggiati sul comodino (livre de chevet?). Ieri sera, troppo pigro per raggiungere la mensola delle letture, ne ho afferrato uno: “Il sole non è per noi”. Solo due pagine, poi spengo la luce. I libri sul comodino dovrebbero vietarli per la legge. Vado a prendere un altro caffé! Fazi ha ristampato in un unico volume la trilogia nera di Léo Malet (La vita è uno schifo, Il sole non è per noi, Nodo alle budella).
martedì, novembre 22, 2005
Prendo le seppioline. Le libero da pelle, ossi, inchiostro, becchi e tuti l’ati sturiellett’ (in realtà chi me le vende le ha già pulite). Le taglio a strisce e le infarino. Pulisco un po’ di pomodori (tipicamente 6 etti di seppioline e 6/8 pomodori). Sminuzzo una cipolla. Butto in un tegame la cipolla e la faccio soffriggere un po’. Aggiungo poi le strisce di seppia infarinate e faccio saltare anche quelle. Aggiungo i pomodori. 10 minuti di cottura. Sale, pepe e un cucchiaio di curry. Aggiungo mezza scatola di piselli al naturale. 20 minuti ancora. Assaggio, aggiusto di sale e servo. Buono.
lunedì, novembre 21, 2005
Il canone fumettistico – 5
1947 – Natale sul Monte Orso di Carl Barks
Ebenezer Scrooge è un distillato di avidità e odio, invecchiato male nel suo mondo, ma benissimo sulle pagine del racconto di Natale. E’ tanto malvagio da scatenare su di sé le ire dei fantasmi del passato, del presente e del futuro. Ha un omonimo nel fumetto che – nonostante riduzioni, traduzioni e adattamenti in ogni linguaggio ottenuti dal personaggio di Dickens – ha raggiunto una notorietà molto maggiore. Uncle Scrooge, lo zio Paperone, quando appare le prima volta è un vecchiaccio odioso e avido, creato da un fumettista quasi cunquantenne, Carl Barks. Il natale sul monte orso, prima storia in cui si vede il vecchio papero, è un fumetto che non si fa rileggere. L’unico reale motivo di interesse è la presenza di Scrooge. E non è poco. Da lì in avanti sarà tutto un succedersi di avventure e di memorie (lo statunitense Don Rosa è riuscito a costruire la propria effimera notorietà sulla distesa di indizi disseminati come briciole lungo il cammino da Barks). Le storie del vecchio papero scritte e disegnate da Barks definiscono il canone con cui tutti i disneyani hanno dovuto e dovranno tentare un confronto impari. Quelle storie segnano definitivamente l’incommensurabile distanza tra il mondo dei topi e quello dei paperi. Topolino ha avuto Gottfredson, e poi Scarpa, Murry, e innumerevoli altri, forse anche Faraci. Barks non ha eredi. I suoi paperi sono diversi da tutti gli altri, anche da quelli più attenti a omaggiarne e ricalcarne le storie. E’ questo il motivo per cui la testata Zio Paperone, dedicata agli eredi di Barks, è ogni mese più triste. Mi dichiaro definitivamente barksista e rileggo le storie del papero nei fascicoli di Zio Paperone fino al numero 70 circa. Il database dei fumetti disney – inducks – può aiutarti a districarti tra la prolificità di quest’uomo così longevo da assistere allo sviluppo del proprio mito, quando ormai si dedicava a inutili e tristissimi dipinti a olio.
1949 – Li’l Abner e i Kigmi di Al Capp
La pedata nel culo come catarsi. Non so se ti sia mai successo. Io sono cresciuto in un quartieraccio della periferia al cubo (uno di quei lazzaretti da speculazione edilizia che Milano usava per segregare i figli della diaspora dal meridione). Posto violento di botte e spintoni. E la pedata nel culo aveva una sua funzione, anche sociale. Oggi, per lavoro, mi muovo tra i piani alti degli organigrammi delle aziende e, quotidianamente, scopro che anche lì esiste la pedata nel culo. Magari non è vibrata fisicamente da un piede che si stacca velocemente da terra per infrangersi su un paio di natiche. Magari è verbale: detta o scritta; accennata o strillata di rabbia. Ma esiste. Ed è il modo con cui ognuno fa pagare a chi ha meno potere gli abusi subiti da chi ha più potere. Quella del consulente è la professione che, più di ogni altra, ha lavorato su etica ed estetica della pedata nel culo. Non ho assunto di colpo questa consapevolezza. Avevo gli strumenti per capirla e metabolizzarla. E, ancora una volta, devo essere riconoscente a zio Paperone. Il primo negozio specificamente dedicato ai fumetti in cui ho messo piede esiste ancora ed è a Messina. Si chiama “la cassaforte del vecchio papero”. Lì ho dilapidato le mie paghette estive in fumetti e romanzi di seconda mano. In una delle prime visite ho trovato questo fascicoletto esilissimo con la copertina blu, che era stato allegato anni prima a Linus. Il proprietario del negozio, quando mi sono presentato alla cassa, ha guardato l’oggetto bofonchiando: “e questo… bha… te lo regalo…” Non sono un fan né di Al Capp né di Li’l Abner (neanche quando le forme di Daisy Mae sono rese dal ghost artist Frank Frazetta, o quando fa le sue comparsate Fearless Fosdick, parodia di Dick Tracy). La storia contenuta in quell’albo invece è fondamentale e illuminante. I kigmi sono una valvola di sfogo sociale. Nessuno ha bisogno di rivalersi sui più deboli perché i kigmi, con i loro immensi culoni gommosi, amano essere scalciati. E il calcio nel culo subito ti rasserena: in famiglia non si litiga più; i quartieri sono posti più tranquilli, nelle fabbriche non ci sono scioperi; nessuno si lamenta più per la carenza dei servizi di base. Fino a quando i kigmi si rendono conto che c’è un atto molto più appagante del prendere pedate nel culo… L’equilibrio sociale può essere ripristinato
1953 – Impostor di Philip K. Dick
 E va bene Chas Addams. Passi anche il Dr. Seuss. Tex Avery è evidentemente borderline. Ma questo non doveva essere un canone fumettistico? Cosa ci fa qui Philip Dick? Sono convinto che non esista, nella seconda metà del ventesimo secolo, narratore più influente di Dick (allo stesso modo, durante la prima metà del secolo, penso che quel ruolo sia stato magnificamente assolto da Kafka). Inoltre, come detto introducendo questa serie di post, questo è il MIO canone fumettistico e non mi va di giustificarmi troppo. Il primo racconto di Dick pubblicato è apparso su cartaccia (pulp, dice qualcuno) nel luglio del 1952. Quasi un anno dopo è stata la volta di Impostore, su Astounding. Questo racconto per me significa moltissimo. E’ stato il mio primo Dick (ho perso la verginità alla fine degli anni 70 sulle pagine patinatissime della Grande Enciclopedia della Fantascienza dell’Editoriale del drago) ed è – mi sembra – il primo racconto, nella cronologia narrativa dello statunitense, a essere pienamente dickiano. Da allora la consapevole sospensione dell’incredulità, cui la gran parte dei critici di fantascienza ha fatto spasmodico riferimento finché neuromancer le ha dato nuovi slogan, non ha avuto più alcun supporto. Dick intride l’aria coi suoi tic, che sembrano fatti apposta per sgretolare la labile distinzione tra vero e falso, tra sono e sento. Se non sai cosa intendo, la fortuna ti arride. Hai la possibilità di leggere “la svastica sul sole” (credo che Fanucci l’abbia riedito con il titolo “l’uomo nell’alto castello”) e i quattro volumi de “le presenze invisibili” (Mondadori), curati e largamente tradotti da Vittorio Curtoni, che raccolgono tutti i racconti di Philip K. Dick. Qui un fumetto di Robert Crumb su Dick.
(5. continua)
venerdì, novembre 18, 2005
CMX aveva ragione

Aveva ragione CMX. Questo blog è tutto un magna magna. Prendi, per esempio, Orecchio Acerbo. Quanto sarebbe bello e in controtendenza che io ne parlassi male. Una cosa del tipo: libri fatti ad arte? ma se si staccano le copertine! Invece non ci riesco. E non per affetto (innegabile) nei confronti di chi quella casa editrice fa quotidianamente, ma per la bellezza del libro che, a cadenza più o meno mensile, arriva nelle librerie e a casa mia. Oggi su internazionale Goffredo Fofi, recensendo Fumo negli occhi, parla di editoria estrema. Sorrido, pensando a quanto la definizione possa essere sbagliata. Poi, con più calma, sgonfio i muscoli e penso. Penso agli ultimi due libri fatti dall’orecchio: il manuale dei calzini selvaggi e il carrello di Madame Miseria. I calzini selvaggi di Pablo Prestifilippo, a casa, lo abbiamo letto più volte negli ultimi giorni e Davide (quasi 3 anni), che lo ama molto, guarda con sospetto le sue calze antiscivolo, adagiate con malagrazia davanti al letto prima della nanna. Madame Miseria di Lise Melinand invece l’abbiamo potuto leggere una volta sola. Perché, come recita il sottotitolo, è veramente una storia crudele. In un mondo in cui non possiamo criticare gli insulsi programmi di Celentano (e non possiamo criticarli perché, pur nella loro mediocrità, sono la cosa più eversiva proveniente dalla tetta di vetro), un libro per bambini non può che essere estremo. Specie se parla di miseria, disperazione, perdita del senso di realtà, follia e riconquista di una normalità di disperazione. L’abbiamo letto una volta sola perché, giunti in fondo, mi sono girato e Chiara stava trattenendo le lacrime: non è un bel modo per concludere una giornata e infilarsi tra le coltri. Molto meglio la noncuranza catartica dell’happy end.
giovedì, novembre 17, 2005
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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