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giovedì, ottobre 27, 2005

La primavera non mi ispira neanche un po'. Per fare le pulizie, intendo. Iniziano a fiorire spacchi e scollature e a emergere trasparenze. La carne e gli odori mi tengono lontano da aspirapolvere e straccio. Quando il tempo peggiora e le carni si coprono, faccio le pulizie di primavera. Ieri scorrazzavo, allegro e armato di DELETE, per il disco rigido e mi sono imbattuto in un file difficile da aprire. L'esame al carbonio 14 ha evidenziato l'importanza del reperimento. Un articolo insulso vecchio di 10 anni. Forse inedito (o forse apparso su una rivista effimera - giuro, non ricordo). Tempi gloriosi. Ero ignorante come oggi e internet era un luogo desolato con relativamente pochi siti e pochissimi motori di ricerca (google non c'era ancora... AAARRRGGGHHH!!! Qualcuno un giorno mi spiegherà come abbiamo fatto a non estinguerci). Siccome me ne vergogno un po', lo metto qui (con errori, ingenuità e spiegazioni pedanti). Un esorcismo che è anche un moto d'orgoglio. Il consulente è come il maiale: non si butta via niente!
LA DANZA MACABRA DI ROALD DAHL Cosa il mondo abbia fatto a Roald Dahl resta un mistero irrisolto. Sicuramente lo scrittore, a un certo punto della sua esistenza, decise di rendere la pariglia. Di lui sappiamo che nacque in Scozia da genitori norvegesi nel 1916. Crebbe nei collegi inglesi, di cui serbò sempre un ricordo terribile, e, allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale, si arruolò nella RAF. In seguito a una ferita riportata durante un'operazione di volo fu trasferito a Washington, DC. Alla fine del conflitto, ritornato in Inghilterra, sposò l'attrice Patricia Neal - che amo immaginare bellissima - da cui ebbe cinque figli. Poi, come spesso accade agli uomini, morì. Era il 1990. Per tutta la durata della sua vita aveva coltivato il vizio della scrittura. L'agiografia ufficiale dell'autore vuole che il suo esordio letterario coincida con la pubblicazione di "A Piece of Cake", narrazione del suo incidente aereo, venduta al Saturday Evening Post per 1.000 dollari (1). Nel 1943 scrisse "The Gremlins", forse per esorcizzare le paure che da sempre attanagliano i piloti dalla fantasia troppo viva, e da quel momento, spaziando tra fantastico, mystery, nero e semplici malumori, produsse una gran mole di romanzi e racconti prevalentemente destinati ad un pubblico di fanciulli. Quasi tutti i suoi libri sono stati infatti pubblicati in collane di letteratura giovanile; eppure, leggendo e rileggendo la sua opera, ci si ritrova spesso a dubitare che il suo Lettore Modello fosse un ragazzo in età preadolescenziale. Dubbio, quest'ultimo, che ha sicuramente pervaso gli animi di tutti quei paladini dell'umana moralità che più volte hanno levato gli scudi contro l'opera di Dahl (2). "Non mi sentii impaurita perché ero una creatura serena, tenuta di proposito all'oscuro di storie di fantasmi, di racconti fiabeschi e di tutte quelle fole che ci fanno infilare la testa sotto le coperte al cigolio improvviso di una porta, o all'oscillare della candela che anima sulle pareti l'ombra delle colonne del letto, quasi mute parvenze che s'agitano verso di noi." (3) Con queste parole Laura, io narrante e coprotagonista di "Carmilla", spiega la propria situazione di infante felice. Questa descrizione sembra essere il concretarsi di quel sogno pedagogico che prese piede tra le classi più facoltose nella seconda metà del XVII secolo. In quel periodo il bambino cessava infatti di essere visto come adulto in miniatura e si attribuiva all'infanzia un'enorme importanza formativa. Spettava all'adulto, quindi, l'onore e l'onere di tenere il bambino alla larga dai testi ritenuti inadeguati. La conseguente esasperazione di questo concetto, avvenuta attraverso due secoli di accurato lavorio, portò Dahl a maturare una sensibilità estetica che anticipa di alcuni decenni un felice aforisma di Pennac: "Che pedagoghi eravamo, quando non ci curavamo della pedagogia" (4). La scrittura di Roald Dahl e' un palese esempio di bello stile: pulita e priva di fronzoli. Al contrario, l'ordito e l'intreccio delle sue trame si infittiscono a tal punto da nascondere miriadi di piccoli e grandi mostri: è questo il segreto per costruire mostri veramente credibili e, Tyrell insegna, far sì che siano "più umani degli umani" (5). Le creature che in Dahl suscitano vero terrore non sono i giganti divora bambini di "GGG", né gli uomini nuvola di "La Pesca Gigante". I mostri sono personificati da quegli esseri che, per conquistare fette di potere nel proprio microcosmo (sia che si tratti del mondo intero che le streghe vogliono liberare dai bambini, sia del giardino della casa degli sporcelli), esasperano i difetti umani. L'antitesi manichea, che è, e deve essere, una delle caratteristiche salienti della letteratura per l'infanzia (ma non solo di quella), viene annullata. I cattivi, facenti funzione, rappresentano spesso il potere: la loro etica è infetta da una malattia epidemica le cui cause sono "la ragione dei soldi" e il "frega il prossimo tuo", e il cui sintomo più palese e' un'immotivata ferocia resa ancora più terribile dalla propria gratuità. Questa sindrome virale, capace di contagiare chiunque ne venga a contatto anche per brevi istanti, lascia intonso il buono. Quest'ultimo, infatti, decide - o, più spesso, eventi fantastici decidono per lui - di non poter tollerare oltre e attua dolorose e violentissime vendette, che il lettore caldeggia solo perché ben motivate. La parola latina monstrum, fa notare Antonio Caronia, ha la stessa radice etimologica di monstrare (far vedere), ma anche di monere (mettere in guardia) (6). I mostri in Dahl sono adulti (ma, con assoluta tranquillità, possono aspirare all'annessione alla categoria i bambini teledipendenti, viziati e golosi tratteggiati in "La Fabbrica di Cioccolato") il cui scopo è quello di ammonire il lettore. Si tratta di una terribile totentanz - avente come destinatari i bambini - in cui i ballerini non sono più gli scheletri ma gli arrivisti e gli sfruttatori. Il monito non cambia: "Sei ciò che io fui, sarai ciò che io sono". Questa volta pero' il lettore non si trova di fronte all'ineluttabile verità che avrebbe posto un "memento mori" (il "ricordati che devi morire" di troisiana memoria): ci si può ribellare e i mostri possono essere spernacchiati. La carica eversiva delle vendicatrici cattiverie del buono è, non solo giustificabile, ma anche accettabile. Verrebbe da convincersi che, con la furbizia che e' propria di ogni autore smaliziato, Dahl costruisca personaggi con cui il bambino, in virtù della propria innata cattiveria, possa identificarsi con sommo godimento. Eppure questa affermazione ("i bambini sono naturalmente cattivi") mi fa sentire pronto per essere antologizzato da Fabio Fazio nelle sue raccolte di luoghi comuni. Fortunatamente, quando ormai sono convinto di essere sul punto di affogare nella fanghiglia della mia becera incapacità di comprendere, l'immenso Antonio Faeti mi getta un'ancora di salvezza e mi spiega: "Questo dilacerante poeta pedagogista si è calato in una nursery tutta sua, dove si stava, sì, con i bambini, ma senza mai dimenticare tutto il resto. Il processo di trasformazione pedagogica operato da questo autore, probabilmente, e' proprio nella linea dei grandi terremoti immaginativi: un tempo i bambini dovevano catturare Defoe, Swift, Cervantes, Rabelais e modificarli, ridurli alla loro capacità di fruizione. Con Dahl si è rovesciato il processo: il gigante non ha parlato direttamente agli adulti, ha scelto i piccoli, i grandi dovrebbero guadagnarselo." (7) E, in questo mondo, è assolutamente accettabile che Cappuccetto Rosso, con cui il bambino tenta immediatamente di identificarsi, si stufi del copricapo che le attribuisce quello sciocco nomignolo e indossi la più calda pelliccia del lupo cattivo, preventivamente abbattuto a pistolettate.
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Note (1) Non conosco il racconto e non sono riuscito a trovarne alcuna edizione. L'informazione non e' stata quindi verificata. (2) Nella lista, fornita da Greenwood Press, dei libri piu' volte messi al bando durante gli anni 90 Roald Dahl compare con ben tre titoli: The Witches ("Le streghe"), Revolting Rhymes ("Versi Perversi") e James and the Giant Peach ("La Pesca Gigante"). Tale lista e' visionabile all'indirizzo di rete internet http://www.cs.cmu.edu/Web/People/spok/most-banned.html. [il link ovviamente non funziona più] (3) Sheridan LeFanu, "Carmilla", trad. Attilio Brilli, Sellerio - Palermo, 1980 (4) Daniel Pennac, "Come un Romanzo", trad. di Yasmina Melaouah, Feltrinelli - Milano, 1993 (5) "Blade Runner", USA 1982, regia di Ridley Scott, sceneggiatura di Hampton Fancher e David Webb Peoples dal romanzo "Do Androids Dream of Electric Sheep?" ("Cacciatore di Androidi") di Philip K. Dick. Tyrell, della Tyrell Corporation, era Joe Turkel. (6) Antonio Caronia, "Il Cyborg - Saggio sull'Uomo Artificiale", Theoria - Roma - Napoli, 1985 (7) Antonio Faeti, "Segni & Sogni - Cento di questi istrici" da "L'Unità" del 6 Novembre 1995.
martedì, ottobre 25, 2005

I quaderni di mia figlia mi spaventano. Li apro il sabato con lei per guardare e farmi raccontare cosa ha fatto durante la settimana. Tutte le volte mi aspetto di trovarli colmi di disegnini e scarabocchi, come sono convinto debbano essere i quaderni di una bimba che frequenta la prima elementare, e invece… Maledetta fotocopiatrice! Schede didattiche, in copia fotostatica, incollate su ciascuna pagina perché Chiara colori, trovi le differenze e identifichi la lettera mancante. Sotto le dita di mia figlia non si stanno affastellando fogli scribacchiati, corretti, con voti brutti o belli, con i buchi per le cancellature, con gli errori ortografici… Al sabato mi ritrovo per le mani delle smemorande in nuce. Bassorilievi di carta sui quali mia figlia colora i disegni privi di personalità di illustratori che definire mediocri è un atto di generosità non dovuta. Le maestre le ho incontrate e anche loro un po’ mi spaventano. Dovevano spiegare il regolamento delle elezioni del rappresentante di classe (una roba che si dovrebbe riuscire a risolvere rapidamente con un’alzata di mani e che viene rivestita dalla sua confortevole guaina di burocrazia) e non ho capito nulla. Sì, lo so, è possibile siano i miei limiti intellettuali, ma sono terrorizzato dal pensiero che quelle donne, incapaci di dirmi in maniera semplice che devo scrivere un nome su una scheda e firmare un registro, debbano insegnare storia e geografia a una classe di seienni scalmanati. Sto attuando l’unica azione di resistenza umana che mi venga in mente: io e Chiara leggiamo più Usagi Yojimbo e Bianca Pitzorno, disegniamo e coloriamo di più, abbiamo un nuovo animale domestico (è un granchio e si chiama Matteo) e parliamo delle ragioni per cui potrebbero essere scomparsi i dinosauri.
Cosa dici? Le regole? Ah… Avrei voluto scrivere: “ho il bottone DELETE e non ho paura di usarlo”. Avrei voluto fare un discorso peso. Una cosa del tipo: “Comportati come se fossi a casa mia. Se metti i piedi sul divano, se rompi qualcosa, se ti dichiari fascista, non sei il benvenuto. Perché ci sono delle regole. Sono poche e semplici. Ma ci sono”. Me le ero anche preparate. Le regole intendo: a. Non si piscia nel mio giardino; b. Anonimato e pseudonimi non sono buone scuse per dire cose offensive; c. Non si devono moltiplicare gli enti quando non è necessario; d. Niente razzisti in salotto; e. Non è vero che tutti possono dire quello che vogliono. Che cosa è successo, allora? E’ che ho una coscienza. Non è come quella degli altri, una roba incorporea con cui ti confronti silenziosamente sul terreno paludoso dei valori morali. La mia ha un nome, una faccia, una tastiera davanti e una partita iva. E’ incredibilmente spaccapalle e sagace: invece di lavorare, passa le sue giornate a mettermi di fronte alla mia povertà intellettuale. Da giorni, per esempio, mi sta gridando: “Sei un idiota e ti stai prendendo fottutamente sul serio!”. E ancora: “Regole? Cara la mia principessa sul pisello, vaffanculo tu e le tue regole!”.
E’ vero. Ho il bottone DELETE, ma mi fa paura (non quanta me ne fanno le maestre di Chiara, ma me ne fa). Quindi, scusami per le sparate. Questa non è casa mia. E’ uno spazio aperto (e la libertà privata è un furto, aggiungerebbe Boris). Fa’ quello che vuoi: scrivi, commenta, sputa, insulta, fatti insultare. Sappi però che sono armato. Ho il DELETE ed è carico. Magari mentre lo pulisco mi parte un colpo. Dopo però mi vengono delle crisi di seriosità che la mia coscienza deve venire a recuperarmi col caschetto da speleologo.
lunedì, ottobre 24, 2005
- COSA FAI? - …Eh? - COSA STAI FACENDO? - Chi, io? - Chi altri, se no? - Niente. Sono qui, guardo lo schermo, sfioro i tasti. Toh, guarda in che pagina web sono finito? Forza dell’abitudine. - Chi vuoi prendere in giro? Stai anche preparando un post. - … - Allora? - Sì. E’ vero! E allora? Mi devo anche giustificare adesso? Non c’è niente di male! - E invece sì. C’è che sei un orrido cialtrone! “Mi avete fatto arrabbiare e io mi scompagno! Stand by stand by!” Cazzo! Tra i blogger c’è gente che posta meno articoli di te senza neanche un plissé. Sei un vero cioccolataio! - Ah già! Ma sentiamolo il maestrinodellaminchia! Perché? - Prima fai tutta ‘sta scenata da isterico in andropausa e poi così, come se nulla fosse, ritorni ai tasti. Stand-by dice lui. Bla bla bla! Non resisti neanche una settimana! - Va beh, mi sono fatto un po’ prendere la mano. Cosa devo fare? Invece di saltarmi addosso, perché non ne parliamo un po’? - Non è che noi si abbia tutti questi argomenti di conversazione. Hai visto che tempo? Una volta qui era tutta campagna. Come stai? - Mica tanto bene. Mi sento addosso la sensazione di quello che ha attraversato una strada lastricata di merde. A ogni passo PCIAC PCIAC PCIAC PCIAC PCIAC… - Vuoi continuare ancora per tanto? - No. E’ solo che non so bene cosa fare? Ho parlato con gli amici e mi hanno rimproverato più o meno tutti. Si finisce sempre a parlare di regole. Mica tutti possono fare tutto; questa casa non è un albergo e via così. Insomma… scrivere cazzate sul mio diario da adolescente quasi quarantenne mi piace un casino. Non posso mica smettere perché un manipolo di ciglioni ha iniziato a cacarmi sul tappeto del soggiorno. - Ciglioni? - Non è colpa mia. E’ il correttore ortografico che… - Già! Non è mai colpa tua! E allora? Cosa ha intenzione di fare? - Definisco l’insieme minimo di regole e poi cerco di metterle in pratica. - Però, non è che fai una sfuriata isterica eccessiva, dici che fermi tutto e poi torni e ricominci come se niente fosse. - Cosa devo fare? Secondo te, devo chiedere scusa? - Ma va’. Stavo anche per dire che rischi di perdere credibilità… poi ti ho guardato meglio. - … - Allora spieghi quali sono le regole e ricominci? - Posso? - … mmmh… - … - Solo un’altra domanda. - Dài. - E la storia della dipendenza? - … - … - Ah! Quella! Tanto smetto quando voglio!
mercoledì, ottobre 19, 2005
Quando, poco più di un anno fa, è nato sparidinchiostro avevo in mente una canzone dei Mau Mau che si chiama “Corto Maltese”. Ha delle figure potentissime. Parla, per esempio, di “mare spinato, fermo come un petrolio”. E a me viene in mente il mio Corto Maltese, letto da principio sui bompianini, poi su un volume Mondadori da bancarella (la ballata) e quindi – ma eravamo nel bel mezzo dei merdosi anni 80 – sulla rivista diretta da Fulvia Serra. Quella canzone si chiude coi versi “come eroe di carta sai che gli spari di inchiostro non piangono morti ma portano guai”. E quegli spari d’inchiostro mi sono rimasti addosso. Ma mi sono dimenticato del “sogno di ventreviolenza”.
Volevo provare a fare un blog per due motivi: 1. mi sembrava facile; 2. mi sembrava utile. Avevo ragione: indiscutibilmente facile e incredibilmente utile (mi ha permesso di conoscere un sacco di persone interessanti). Poi però mi sono accorto che questo oggetto insulso induce dipendenza, che alla fine significa sempre paranoia e stupidità. E’ come la pubblicità. Canticchi jingle stupidi a ogni corto circuito sinaptico. E’ come tetris. Ci giochi troppo e perdi il senso della realtà. La pavimentazione della strada assume la forma degli oggetti da incastrare nei buchi. E’ come internet. Ti illudi che il libro di sabbia esista davvero e non riesci a smettere di seguire i link e ti costruisci teatri della memoria tanto ardimentosi quanto assurdi. E’ come la pornografia… E’ come qualunque cosa sia incredibilmente addictive. L’illusione che un blog ti dà e che quella di avere un feedback immediato sulle cose che scrivi e che dici. E allora parli a un paese chiuso che ti piacerebbe conoscere tutto. Genera solipsismo. E la cosa peggiore è che non è il solo male.
Nel mondo ci sono gli idioti. E sono tanti (magari percentualmente sono un’inezia – cosa che io non credo – però siccome i bipedi che popolano il pianeta sono tanti, sono tanti anche gli idioti). Caratteristica degli idioti è il pensiero sintetico. Liofilizzato. Preconfezionato. La scrittura poi è fatica. Richiede muscoli, lessico, qualche volta retorica. E allora un pensiero liofilizzato diviene ancora più sintetico. Diviene commento sprezzante. Offensivo. I bipedi (idioti e non) che si muovono sulla superficie del pianeta sono facili da ferire.
Capita a volte che io esprima giudizi duri (cerco il più delle volte di motivarli, ma non sempre mi riesce). Potrei ferire oppure offendere qualcuno. Però ho un nome e un indirizzo di mail. Posso essere contattato e rispondo a tutti. Magari non sono aperto al dialogo, ma da questa parte dello schermo c’è un tizio rotondetto, molliccio e peloso (lo so, è la descrizione di un coglione) che può essere insultato. Il commento sintetico, insultante e anonimo è invece il regno della vigliaccheria. L’anonimo vuole insultare e non vuole che si sappia che è stato lui.
Non mi piace. Per un po’ smetto. Sparidinchiostro va in standby. Stammi bene.
Paolo Interdonato
martedì, ottobre 18, 2005
Piccolo festival

Ha probabilmente ragione Matteo. “Come festival è stato veramente piccolo, ma di workshop così grandi sul fumetto, in Italia, se ne sono visti pochi”.
Me lo ha detto mentre stavamo tornando a Milano, sfatti da due giorni di Cremona. Lasciavamo lì Michele, Massimo, Andrea, Francesca e tanti altri che dimentico (altrettanto – e forse più – sfatti) a smontare tavoli e stand. Un sacco di difetti (e chi scrive ha sicuramente la sua dose di colpe). I più evidenti sono i tanti, forse troppi, eventi e la poca attenzione alla comunicazione ai media. L’effetto più immediato è stato che di pubblico ce n’era veramente poco. Eppure raramente si vedono incontri e tavole rotonde così ben frequentati: autori, operatori e critici facenti funzione (i critici non c’erano perché, come sa chiunque abbia letto almeno una volta un quotidiano negli ultimi vent’anni, in Italia si sono estinti, abbattuti da epidemie, inedia e idiozia dilagante). Hai letto bene. Là sopra c’è scritto “autori”. Dopo aver conosciuto Gipi, mi sono riconciliato con la parola. Ho capito – perché mi è stato spiegato con parole così semplici che poteva capirle perfino un interdonato – che la dialettica vera non è tra fumetto d’autore e fumetto popolare, ma tra fumetto popolare e “fumetto impopolare” (di cui Gipi si dice massimo esponente – l’editore fa osservare che prende le distanze da questa posizione). Chiaramente, dopo 48 ore trascorse a parlare di fumetti, ho voglia di pensare e di parlare d’altro, ma ho anche il sospetto sia inevitabile dire qualcosa.
Spizzichi e mozzichi di vita quotidiana
1. Milazzo, a pranzo e con un candore inquietante, ha detto che i giovani non riescono a capirlo quando dice che il computer fa perdere il contatto con la pagina disegnata e che la mediazione della fredda macchina causa l’assenza di un originale. Tutto sminuisce l’importanza del disegnatore. Gli ho dato ragione, maledicendo l’inventore del pennarello che aveva definitivamente allontanato l’artista dal rametto sporco di carbone.
2. Simone di Naked Women Inside ha una folta chioma rasta e un viso magro, quasi scavato, che lo affratella a Bunna degli Africa Unite. Parlando di musica gli chiedo quali siano i dischi che reputa fondamentali e, illuminandosi, sbotta in un “I cantautori! De Andrè soprattutto!”
3. Un fato avverso e cattivo mi si è abbattuto contro e ho così avuto la possibilità di vedere da una posizione privilegiata tutti i premiati del piccolo festival. Gli sguardi negli occhi di alcuni tra loro mi sono sembrati veramente increduli e felici.
4. I premi del piccolo festival non sono certo prestigiosi. Sono comunque andati: – a “Una lacrima sul viso” di Giorgio Mascitelli e Lorenzo Sartori e a “Gloria” di Luca Vanzella e Luca Genovese come migliori libri 2006 (sic!); – a Paolo Bacilieri e a Gipi come migliori autori; – a “ “ di Giacomo Nanni e a “Martina” di Laura Scarpa per il libro che non c’è; – a Francesco Coniglio come premio in ritardo per aver edito fumetti importanti (da Cages a David B., Da Max a Strangers in Paradise, da Pichard a Bone, …); – a Elena, moglie di Michele Ginevra, in rappresentanza di tutte/i le/i compagne/i lasciate/i a casa ad aspettare mentre l’altro/a va a occuparsi di fumetti.
5. I lucciconi negli occhi di Gipi mentre rivedeva, dopo anni, i disegni di Andrea Pazienza. Continuava a dire sottovoce: “Che tenerezza. Un ragazzino”. Le sue braccia e le sue mani, di solito in movimento a mimare arcuati amplessi di dita e palmi, erano ferme.
6. Massimo Galletti, sopravvissuto a se stesso e a una tavola rotonda delirante (che ha raggiunto il suo apice di comicità demenziale quando ha preso il microfono Emanuele Di Giorgi di Tunuè – e va enfatizzato che c’era già stata una lunga sessione di Galletti-pensiero), ha chiuso il tutto con una frase che mi sembra molto bella: “Vorremmo arrivare a fare un festival che finalmente ci assomigli”.
Adesso, per giorni, solo ricette e tecniche di uncinetto. Lo prometto.
venerdì, ottobre 14, 2005
Spirito dei tempi

giovedì, ottobre 13, 2005
In cucina

Un po’ mi vergogno. In casa la mia amatriciana piace molto, ma io un po’ mi vergogno. Faccio tutte le cose giuste nel momento giusto (o almeno così credo). Soffriggo la cipolla, aggiungo il guanciale tagliato a dadi e lascio il tutto a rosolare lentamente. Aggiungo poi i pomodori (quelli piccoli e rotondi, che – ne sono certo – hanno anche un nome). E qui pecco e a confessarlo un po’ mi vergogno. I pomodori li sbuccio a freddo e – ancora più terribile – mentre aggiungo sale e pepe, per dare un tocco di piccante, metto anche mezzo cucchiaino di… harissa. Spero solo che non esista un inferno per i cucinieri blasfemi, perché proprio non sopporterei di stare accanto a quelli che fanno la carbonara con la panna o che condiscono gli spaghetti all’amatriciana con il parmigiano.
mercoledì, ottobre 12, 2005

Da brava massaia, sto dedicandomi alle pulizie di primavera. Prendo i post vecchi di questo blog e appiccico loro etichette (o tag, per essere un cittadino della blogosfera più comprensibile). Siccome sono un vecchio paranoico (cosa dici? Non sono vecchio?) sto facendo questo inutile lavoretto con calma e attenzione (commettendo infiniti errori). Ho iniziato definendo il tema Jamin-a, con un nome rubato alla canzone erotica che preferisco (nel bellissimo “Creuza de ma” di Fabrizio De Andrè, “e l’ultimo respiro Jamin-a / regina delle sambe / lo tengo per uscire vivo / dal nodo delle tue gambe”), e sotto cui metto tutte le cose un po’ porcelle. Poi è stata la volta di Black market, che mi viene dai Weather Report, a cui ho appiccicato tutti i messaggi anche vagamente promozionali. L’ultimo, al momento, è Oltre il giardino. Scrivere che lì vorrei raccogliere le cose banali ma di buon senso mi fa un po’ arrossire (perché non sono abituato a dire cose di buon senso e di banalità ne profferisco a iosa). Ora mi sto arrovellando. Penso a quale tema attestare il post che sto scrivendo. E’ uno di quei post in cui passo da un argomento all’altro, fingendo che tra essi ci siano relazioni quando è evidente che sto solo gonfiando l’ego e mostrandolo a quelli che passano (in fondo un blog può essere – e spesso è – una recrudescenza tardolescenziale). Sull’inserto domenicale del Sole 24 Ore ho letto questo articolone, cui era dedicata più di metà della seconda pagina (la sezione che tipicamente ospita i reportage culturali). Lì si analizzava questa messe di volumi recenti dedicati alla morte della critica. Leggendolo mi è venuto in mente che tutti quelli che hanno avuto, in un qualche momento della loro vita, un qualche interesse per il fumetto (fosse anche la sola lettura prepubere di topolino) hanno avuto anche occasione di dire almeno una volta nella loro vita, +/- testualmente: in Italia la critica non esiste. Incuriosito mi sono precipitato in libreria e ho comprato uno dei libelli menzionati dalla redattrice del Sole 24 Ore: Eutanasia della critica di Mario Lavagetto. Una novantina di pagine, con caratteri belli grossi e bordi spaziosi come ti aspetteresti da uno che di mestiere fa fare le tesi di fine corso a ragazzi che non hanno mai scritto nulla in vita loro. Però sono novanta pagine targate Einaudi e in un’edizione che, a leggerla sulla metropolitana, la ricercatrice prosperosa, seduta di fronte, ti sorride complice e compiaciuta da dietro la montatura pesante degli occhiali da topo di biblioteca. La tesi di Lavagetto è facile. Non è neanche sua. Lo dice fin dall’inizio. L’ha ripresa da George Steiner. Semplifico, ché questo mi consente l’intelletto. Cosa vuoi? Di solito leggo fumetti. La critica si stratifica sui testi e resta paralizzata dai suoi stessi intenti. In questo modo diviene sovrastruttura destinata a un pubblico in via d’estinzione, mentre i lettori imparano a vivere senza critica. Ma senza critica il lettore rimane disarmato, proprio nel momento in cui in casa, grazie alla montagna di classici quasiregalati dai quotidiani, i libri iniziano a entrarci come carta immota che forse un giorno si sveglierà grazie al bacio del principe. Chi aiuterà il lettore a sapere che Un Amore di Swann non è una stronzata ben scritta ma il frammento di un capolavoro? Chi gli spiegherà che Baricco, Pennac e Checkov – presentati tutti e tre come classici del 900 – non devono essere letti con lo stesso spirito? Tutte domande giuste ma mi sento un po’ come quando, pur non sapendo cosa stai cercando, ti tasti le tasche. Manca qualcosa. Ecco! Ho la sensazione che al libro di Lavagetto manchi il sottotitolo: “Tengo famiglia”.
Ecco. Mi è venuto in mente il nome del tema: Delicatessen.
martedì, ottobre 11, 2005
Domenica scorsa c'è stata l'inaugurazione della nuova sede del Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona. Michele Ginevra scrive: "Nessuna retorica nel dire che la doppia inaugurazione della nuova sede di Piazza Giovanni XXIII e delle mostre del Festival è stata un successo confortante. Non solo la presenza delle autorità - il Sindaco Corada, l'assessore comunale Celestina Villa e quello provinciale Pietro Morini - e delle personalità del settore - Gianni Bono, Luca Boschi (che partecipò anche alla prima inaugurazione del 1988!), Claudio Curcio e gli Alini, Matteo Stefanelli, Elettra Gorni, Cristian Neri e Elena Accenti, Maria Pia Cinque, Manuel De Carli, Maurizio Ribichini, Valerio Bindi, Anna Merli, Marco Pellitteri e tanti altri... ma soprattutto la presenza di tanti appassionati, alcuni dei quali ci sono sempre stati vicino sin dall'inizio. Almeno duecento persone hanno affollato la piazzeta in cui sono collocate la nuova sede e Santa Maria della Pietà".
Durante il prossimo fine settimana (15 e 16 ottobre) ci sarà il piccolo festival intorno al fumetto, fortemente voluto da Massimo Galletti.
Qui c'è il programma (e il nuovo sito del CFAP).
Ci vediamo a Cremona.
lunedì, ottobre 10, 2005
Antenati e pronipoti

Chiara e Davide (la prole) hanno portato me e Patrizia al parco dei dinosauri. O meglio, al parco della preistoria a Rivolta d’Adda. Abbiamo lasciato l’aeroporto di Linate alle nostre spalle e ci siamo sparati per una ventina di chilometri verso est. Venti chilometri di zone industriali, centri commerciali, multiplex e rotonde (soprattutto rotonde) che ci hanno condotto fino a questo posto insulso. I bimbi (e non solo i miei) però si sono divertiti molto a vedere mostroni plasticosi immobili in mezzo ai prati. Abbiamo versato l’obolo e girato nel parco, attentissimi a non lasciare il sentiero perché attorno c’era un sacco di divieti, per un bel po’. Chiara ha deciso che dovevamo fotografare tutto perché bisognava fare un libro. Nel tardo pomeriggio, a casa, abbiamo disegnato un po’ di dinosauri. Poi abbiamo messo sul tavolo un po’ di ammennicoli tecnologici. Abbiamo riempito una cartella del computer di disegni digitalizzati con lo scanner, fotografie fatte durante la giornata, immagini scaricate da internet. Abbiamo aperto powerpoint (sono un consulente e so usare solo quello) e abbiamo costruito il nostro libro (mettendoci anche qualche animazione). Alla fine del gioco a me è rimasta una domanda. A metà degli anni 70 ho visto, a casa di un vicino, per la prima volta un telecomando e ne sono rimasto folgorato. Non volevo crederci. A casa avevamo un televisore coi bottoni e le manopole. Pigiavi l’interruttore e in mezzo allo schermo appariva un puntino luminoso. Una cosa non ci mancava mai in provincia: il temporale. Il cielo iniziava a scoppiettare e subito si rimaneva tutti al buio. Mia madre andava a cercare le candele e, alla loro luce, si capiva che tuoni e lampi arrivano a velocità diversa. Il nostro televisore sembrava ignorare questa regola elementare. Il suono arrivava prima dell’immagine. Quel puntino luminescente al centro dello schermo iniziava a inscenare dialoghi. Poi, dopo un minuto lunghissimo, si riusciva a vedere chi stava parlando. Il telecomando significava immediatezza e controllo (seppure remoto). Click. Ed eri su un altro canale. Senza staccare il culo dalla sedia. A casa il telecomando è arrivato qualche anno dopo, insieme al primo televisore a colori. Finalmente io e le mie sorelle abbiamo capito perché quella pantera bianca (che ci dicevano rosa) e quel signore coi baffi si litigavano sostituendosi vicendevolmente fiori bianchi con fiori bianchi. Giorni e giorni trascorsi con i livelli di luminosità e saturazione al massimo. Guardavi la tv per mezz’ora e poi ti allontanavi completamente rincoglionito e abbacinato: e davanti agli occhi era un’interminabile danza di puntini bianchi. Per settimane abbiamo analizzato il comportamento del telecomando. Lo puntavi verso la vetrina buona del salotto, calcolando che il raggio invisibile avrebbe rimbalzato sul quadro e avrebbe infine colpito il televisore. Ancora oggi non sono sicuro ci fosse un qualche fondamento teorico nel nostro modello fisico naif. Eppure funzionava. Oggi non mi meraviglia più nulla. Il mio ufficio occupa una valigetta, ogni anno più piccola. Passo le mie giornate tra giocattolini elettronici e digitali (in alcuni casi ancora in sperimentazione prima della distribuzione al pubblico). Oggi non mi meraviglia più nulla. Ero convinto fosse uno degli effetti collaterali dell’essere divenuto un ometto maturo, ma… Ieri ho messo i miei figli di fronte a una distesa di tecnologia (non d’avanguardia, ma pur sempre discriminante rispetto a quella che frequentano quotidianamente a casa dei nonni o a scuola, dove una fotocopiatrice è già un gadget da batcaverna). Lo scanner è un oggetto straordinario. La costruzione di una storia con animazioni – per quanto banali – usando il pc è una cosa che solo con carta e penna non posso fare. Chiara e Davide non hanno dato alcuna dimostrazione di stupore. Eccitazione sì, ma nessuna forma di incredulità. Accidenti! Vuoi vedere che la rivoluzione digitale significa anche questo?
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Come eroe di carta sai
che gli spari d'inchiostro
non piangono morti
ma portano guai
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